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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    06/05/2009

    Greetings from Madrid ’09 – Goal!

    Filed under: — JE6 @ 23:36

    Nella sala dove la piccola televisione mostra Chelsea-Barcellona ci sono decine di persone assiepate l’una sull’altra, come una settimana fa nel pub di Londra. Noi andiamo a sederci nell’altra sala, dove c’è più spazio e possiamo aprire le finestre per far entrare il caldo di questa estate anticipata. Ad un certo punto, scatta il ruggito della folla, Valentina mi guarda e chiede cos’è successo, io le rispondo che sicuramente avrà raddoppiato il Chelsea, qui siamo a Madrid e godono per le sconfitte del Barça. Enrico si alza, va a controllare il risultato, torna e ci fa segno con i due pollici: uno a uno, hanno pareggiato gli spagnoli, l’esultanza era per quello. Finisco la cerveza, e nel frattempo mi chiedo chi tra me e loro ha qualcosa che non va.

    Greetings from Madrid ’09 – Sciuscià

    Filed under: — JE6 @ 23:26

    Non so perchè, ma a me l’idea che esistano i lustrascarpe dà fastidio. Dice: e quelli che fanno le pulizie? Chi stira per conto terzi? Tutto vero. Però è così, non so cosa farci, è proprio questa cosa di un uomo chino a pulirti i piedi, in quella posizione da schiavo, che mi risulta insopportabile. Oggi si è fermato uno di quelli che si portano con sè tutto l’armamentario, spostandosi da una piazza all’altra – ero con Stephan in Plaza de Santa Ana e ci si avvicina e ci chiede se vogliamo farci pulire le scarpe, ed erano scarpe che se anche avessimo voluto non avevano dignità sufficiente per godere di un simile servizio, e gli abbiamo detto di no e lo so che è stupido, ma a me è rimasto l’amaro in bocca.

    Greetings from Madrid ’09 – Montera 33

    Filed under: — JE6 @ 18:42

    In Calle de la Montera sembra essersi riunita tutta Madrid, gente che fa la fila per comprare il pane gallego, ragazze che guardano abiti da sposa, uomini sandwich che ti invitano a vendere i tuoi oggetti d’oro, puttane che ti abbordano, turisti e impiegati che escono dagli uffici, un milione di persone. Mi fermo davanti ad un arco che dà su un vicolo alto e stretto nel quale entrano lame di sole di questa giornata fantastica di estate. Entro, e per qualche minuto i rumori si atutiscono in questo microcosmo dove si riuniscono una peluqueria afroamericana, un venditore-compratore di oro, Mil Demonios che vende solo magliette nere, Factoria Espia che vende articoli di sicurezza. Dalle finestre scendono panni stesi ad asciugare, una signora bionda si sta facendo fare la piega, il metallaro di Mil Demonios legge un giornale. Ad una porticina sono attaccati dei manifesti di un biliardo; leggo la scritta, dice che quella è la Sede Social del Circulo de la Union Mercantil y Industrial, mi faccio coraggio e salgo le scale strette. Mi fermo sulla porta, in silenzio, senza entrare, a guardare per pochi secondi che mi sembrano lunghissimi due donne e due uomini seduti intorno ad un tavolo verde a giocare a chissà che, e la nuca cotonata di una signora anziana che li osserva. Sul tavolo a me più vicino sono stesi alcuni giornali, il neon appeso a un metro di altezza dal tavolo è spento, i membri del circolo arriveranno forse tra qualche ora. Penso con una certa malinconia al party che mi aspetta questa sera, e scendo le scale cercando di non fare rumore.

    Greetings from Madrid ’09 – Il lungo viaggio

    Filed under: — JE6 @ 18:19

    E’ un volo strano, questo delle otto di mattina per Madrid. Qualcuno come me, giacca e ventiquattrore, un trolley con un cambio per una cena di lavoro e quattro brochure; e moltissime incredibili facce da indio, al check-in è un fiorire di passaporti della Republica Andina de Perù, e grandi borse per affrontare un viaggio che durerà un giorno, e magari due per farlo costare meno. Sono i camerieri e le badanti e i muratori che incontriamo tutti i giorni, senza rendercene conto, perchè a casa nostra i padroni siamo noi – o almeno così crediamo. Tornano in patria, da dove mancano da chissà quanto tempo, dove hanno lasciato figli che non li riconosceranno e genitori ai quali presenteranno i nipoti nati in terra straniera. Hanno bambini bellissimi, ai quali parlano in italiano – vieni amore, dallo alla mamma – e dopo mezz’ora si addormentano di colpo, come presi da una stanchezza invincibile. Ripenso ai racconti di Vargas Llosa, mi chiedo come sono i villaggi dove festeggeranno tenendosi nel cuore l’ombra del ritorno in Italia o la malinconia del sentirsi stranieri in patria – come staranno in quelle quattro settimane che passeranno nelle Ande gelide, o nella foresta amazzonica. Mi piacerebbe essere amico di uno di loro, e non dovermi fermare a Barajas ma continuare standoci insieme, un passo indietro, e vedere davvero il mondo.