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11/07/2005
EmmeBi si chiede, con labronico aplomb, ma dove cazzo sta scritto che ogni qual volta si consumi una tragedia (omicidio, suicidio, stupro ecc) in un appartamento, l’operatore debba indugiare, in campo stretto per circa cinque secondi, sul citofono del condominio ove è sito l’appartamento luogo del misfatto? Che senso ha?
MB, che senso ha non lo so. Ma io sono ancora più stupefatto vedendo quanti sono (tanti, maledizione, tanti) quelli che, dopo essere stati vittime di una tragedia (omicidio, suicidio, stupro) si offrono alle telecamere. Ciglio asciutto, voce ferma. Un popolo di figli dell’Actors Studio.
Regolarmente, dopo un qualsiasi atto terroristico di una qualche gravità, arriva la richiesta di aumentare quantità, qualità e durata dei controlli sulle comunicazioni interpersonali: e-mail, telefonate, fax, sms e così via.
Ogni volta, la domanda che ci viene veramente posta è molto semplice: a quanta libertà sei disposto a rinunciare, in cambio di una maggiore sicurezza?
Io, sinceramente, non so cosa rispondere. L’idea che qualcuno tenga traccia delle mie comunicazioni – private o professionali, poco cambia – mi disturba; peraltro, mi dico, se questo dovesse impedire a qualcuno di farmi saltare in aria mentre sto percorrendo la tratta Molino Dorino – Cadorna FN, sarebbe un sacrificio accettabile, come il denudarsi in pubblico per prendere un aereo (chi conosce gli aeroporti americani sa di cosa parlo).
Ma: la rinuncia che ci si chiede, porterebbe realmente un beneficio? Non sono abbastanza esperto in materia: a pelle, direi che questo sarebbe molto modesto, ma magari mi sbaglio. E poi: la rinuncia di cui si parla non è soltanto quella più evidente, la rinuncia a che un invito a cena o l’invio di un curriculum sia soltanto un affare che riguarda il sottoscritto e il destinatario del mio messaggio; è molto di più, è la rinuncia al mio, al nostro modo di vivere. E mi chiedo se rinunciarvi non sia già un altro modo di morire.
Repubblica.it
09/07/2005
Ezio Mauro, su Repubblica, si chiede (un po’ come tutti, direi) “come difendiamo le nostre democrazie sotto attacco?”.
Credo che la risposta stia nell’articolo di Thomas Friedman di cui ieri riportavo una parte: l’occidente viene difeso da noi che ci viviamo, ma in primis dai mussulmani – nel loro stesso interesse. Se loro difendono se stessi (isolando i Bin Laden, per dire), difendono anche noi. Certo, noi gli (e ci) daremo una mano se ci eviteremo le protervie bushiane, se eviteremo di dare soldi a dittatori di parecchio dubbia moralità, se ci comporteremo, insomma, come davvero ci dovremmo comportare. Bene. Insomma, difenderemo Milano e Monaco, Parigi e Copenhagen, San Francisco e Tokio solo se quelli che oggi molti tra noi considerano come nemici – i mussulmani – lo faranno per conto nostro, benchè nel loro interesse. Non è facile accettare quest’idea, quando si cresce nel culto dell’onnipotenza occidentale, alimentata da denaro, armi, tecnologia, democrazia, cultura. Ma, d’altra parte, come si dice: se non li puoi battere, unisciti a loro.
Repubblica, via Wittgenstein
08/07/2005
But maybe the most important aspect of the London bombings is this: When jihadist-style bombings happen in Riyadh, that is a Muslim-Muslim problem. That is a police problem for Saudi Arabia. But when Al-Qaeda-like bombings come to the London Underground, that becomes a civilizational problem. Every Muslim living in a Western society suddenly becomes a suspect, becomes a potential walking bomb. And when that happens, it means Western countries are going to be tempted to crack down even harder on their own Muslim populations.
That, too, is deeply troubling. The more Western societies – particularly the big European societies, which have much larger Muslim populations than America – look on their own Muslims with suspicion, the more internal tensions this creates, and the more alienated their already alienated Muslim youth become. This is exactly what Osama bin Laden dreamed of with 9/11: to create a great gulf between the Muslim world and the globalizing West.
So this is a critical moment. We must do all we can to limit the civilizational fallout from this bombing. But this is not going to be easy. Why? Because unlike after 9/11, there is no obvious, easy target to retaliate against for bombings like those in London. There are no obvious terrorist headquarters and training camps in Afghanistan that we can hit with cruise missiles. The Al Qaeda threat has metastasized and become franchised. It is no longer vertical, something that we can punch in the face. It is now horizontal, flat and widely distributed, operating through the Internet and tiny cells.
Because there is no obvious target to retaliate against, and because there are not enough police to police every opening in an open society, either the Muslim world begins to really restrain, inhibit and denounce its own extremists – if it turns out that they are behind the London bombings – or the West is going to do it for them. And the West will do it in a rough, crude way – by simply shutting them out, denying them visas and making every Muslim in its midst guilty until proven innocent.
And because I think that would be a disaster, it is essential that the Muslim world wake up to the fact that it has a jihadist death cult in its midst. If it does not fight that death cult, that cancer, within its own body politic, it is going to infect Muslim-Western relations everywhere. Only the Muslim world can root out that death cult.
Thomas Friedman, NYT
Non voglio giocare a fare il cinico che non sono. Le bombe di ieri mi hanno colpito, rattristato, addolorato. Ho pensato a quelle persone che conosco, più o meno direttamente, che stavano lì (ma lì dove, poi?), e mi sono rincuorato sapendo che stavano bene.
Ma tutto con un’intensità minore, molto minore rispetto a Madrid 2004 e New York 2001. Ci si abitua a tutto, temo.
Però, trovo belle queste parole di Shangri: Continuare. E dimenticando rammentare.
07/07/2005
Non che ci fossero dubbi, ecco. Diciamo che la candidatura del presidente dell’associazione degli utenti pubblicitari a presidente della RAI conferma che questa è una televisione commerciale tanto quanto Mediaset, e che il suo maggiore azionista la considera come tale. Oh, ci voleva tanto a dirlo?
Repubblica.it
06/07/2005
Al Bano va sull’Isola dei Famosi.
Metti che ci resta.
Repubblica.it
27/06/2005
Pensavo, dopo aver sedato un principio di aggressione ordito da un simpatico botolo duenne tedesco ai danni di mia figlia (grazie alla collaborazione del di lui padre), che a me – a differenza di molti appartenenti alla generazione dei miei genitori – non fa nessun effetto sentire un qualsiasi nipote di Goethe gridare “Raus!”. Forse ci vorrà molto più tempo di quanto non avessimo sperato, ma il sentirsi a casa a Milano come a Kyle of Lochalsh, a Colmar come a Tres Cantos potrebbe non essere una completa utopia.
Chi frequenta questi bit sa che il titolare ha una idiosincrasia per l’utilizzo di trucchetti grafici atti a sottolineare – ma più spesso, purtroppo, a spiegare – ciò che dovrebbe venir fuori dalle parole scritte.*
E’ per questo che, nonostante apprezzi molto la qualità della scrittura delle prime novanta pagine di “Molto forte, incredibilmente vicino“, il titolare dichiara il notevole fastidio arrecatogli dalle numerose pagine di fotografie e dalle altrettanto numerose pagine riempite solo con due o tre parole poste nel bel centro del foglio (simulando il contenuto di un blocchetto appunti, o qualcosa di simile).
Come diceva, il Sommo Carver? Niente trucchi, per favore. Appunto.
*Si è mai letto un simile giro di parole per descrivere gli emoticons?
16/06/2005
Ci sono molte persone, in questo paese, che, politicamente parlando, sono da lungo tempo abituate a “perdere”. Guarda caso, molte di queste hanno “perso” anche questa volta. Quindi, spero che si vorrà riconoscere loro non solo una umanamente comprensibile frustrazione – è un po’ come essere tifosi del Cagliari: uno scudetto e cinquant’anni di limbo, se non di retrocessioni – ma anche il disincanto con il quale accolgono i risultati elettorali.
Invece, è tutto un fiorire di cicca-cicca, da quelli leggeri, elaborati da qualche Flavia Vento in pectore, a quelli profondi e impegnati, che pescano nei sacri tomi della filosofia e della scienza politica.
ça va sans dire, questi ultimi sono quelli che, da queste parti, maggiormente si apprezzano, perchè non si vuole certo rinunciare ad alcuna occasione di crescita intellettuale. Quindi, si fa tesoro di tutto, e soprattutto delle lezioncine al termine delle quali si risulta far parte di una setta di carbonari dediti al culto mistificatorio della cura della democrazia, piccoli giapponesi rimasti bloccati nella giungla dell’Italia degasperiana.
Già. Noi, piccoli stupidi giapponesi, che la partita vorremmo perderla giocandola; invece, la squadra avversaria se ne sta negli spogliatoi, anzi: allo stadio non si presenta neppure. E vince. Contenti loro, poveretti.
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