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08/04/2011
Se non l’avete visto su RaiTre, oppure qui nella sua extended version, guardate il pezzo di Diego dalla Puglia delle tendopoli. Non c’è bisogno che mi aggiunga ai peana che affollano la parte di rete che io abito, dirò solo che di tutto il quarto d’ora la cosa che mi è veramente rimasta è la frase che Zoro – o il suo alter ego, non so: con lui è sempre una cosa tipo Roth-Zuckerman – dice prima di far vedere come funzionano le ronde dei cittadini: “l’occasione fa l’omo leghista“.
05/04/2011
Io non so se i produttori di Boris siano delusi o meno dai risultati dei primi giorni di programmazione – magari son felici come pasque, vai a sapere; so che avere aspettative di gran successo al box office per un film che conta sul pubblico di una serie passata su Fox è come averle per il successo del PD prendendo come campione statistico i frequentatori di socialcosi.
17/03/2011
E’ in fondo abbastanza ironico che la festa per l’unità d’Italia, con le bandiere e l’inno e l’elmo di Scipio arrivi nel momento di massima stanchezza per ciò che l’Italia stessa è diventata. Ché questo tocca fare, quando si festeggiano i compleanni: guardarsi allo specchio, e pensare: a ciò che si è fatto, a ciò che si è. E quel che siamo lo vediamo tutti i giorni, un paese che convive serenamente con, e persino coltiva la sfiducia in se stesso. Quel che ci salva, ci han detto fin da piccoli, è la nostra capacità di cavarcela, di venire a patti con tutto e tutti: l’arte di arrangiarsi, la chiamano. E così ci arrangeremo, per altri dieci, venti, cinquant’anni, e alla festa per il duecentesimo anniversario arriveremo così, come oggi, dando una passata di ferro da stiro alla bandiera comprata il giorno prima al supermercato, uguali a noi stessi, e chissà che in questo non vi sia da trovare qualche soddisfazione.
24/02/2011
Ho un’immagine, da qualche parte qui nell’hard disk – è un murale, il disegno che raffigura un ragazzo orientale che tiene in mano un cartello, e quel cartello dice “Society gets the kind of vandalism it deserves”, e anche se ogni volta che vedo cose di questo tipo mi si attiva il gusto scemo del “sì, però”, questa sera mi sembra di stare di fronte a una roba indiscutibile, e basta.
20/02/2011
I giorni di Sanremo sono una specie di carnevale-che-ogni-scherzo-vale, quelli dove i thirty-e fortysomething cresciuti a pane, cinismo, disincanto e wittysmo imbracciano il telecomando e via, uh che figo quel vestito, no quest’altro non si può vedere, eccolo il tormentone, belli i fiori, l’anno prossimo però un altro conduttore, uguali identici ai loro genitori nel 1973, perché a una certa età e almeno per una settimana all’anno il divano è comodo per tutti, non c’è da vergognarsi ma solo da divertirsi, le serie americane in lingua originale possono aspettare lunedì.
25/01/2011
In radio passano un servizio sul Treno della memoria. A una ragazza di sedici anni viene chiesto perché molti suoi coetanei, compagni di classe e di istituto non partecipano alla manifestazione: “perché hanno paura che le sensazioni che potrebbero provare siano troppo forti“.
15/01/2011
L’educazione non è ormai una forma di rispetto umano scambievole e con le sue regole codificate, no certo, è resistenza alla maleducazione. […] Uso e abuso indiscriminato dei propri corpi, senza un’occhiata guardinga all’estetica, e simile abuso dell’estensione vocale in qualsiasi mezzo o località pubblica. Il maleducato guida, parcheggia e soprattutto telefona sfondando le capacità contenitive di una città, mentre sorvola sui tatuaggi e le sbornie dei figli, protestandosi di fronte a una generazione ingovernabile.
Leggevo queste righe di Franca Valeri riportate da Paola, e pensavo alla vecchia storia della trave e della pagliuzza, a chi vorrebbe strangolare il dirimpettaio sul Frecciarossa perché non mette il cellulare in vibrazione e conversa a voce alta ma ostenta il proprio tatuaggio tribale sulla spalla o sulla caviglia, a chi odia chi ostenta i tatuaggi ma suona il clacson a ogni semaforo, a chi ucciderebbe chi suona il clacson ma dice “cazzo” ogni otto parole, a chi disprezza chi dice “cazzo” ogni otto parole e riempie ogni frase con il suo complesso di superiorità, a chi compatisce chi coltiva i complessi di superiorità e lascia il mozzicone di sigaretta in spiaggia, a chi multerebbe chi lascia il mozzicone in spiaggia e il giorno dopo in ufficio si vanta del mal di testa da hangover dovuto ai quattro mojito della sera prima, al circolo infernale di una società che si è talmente dimenticata del buon gusto e, appunto, dell’educazione da far rimpiangere i tempi della Regina Vittoria, come se le gabbie dei formalismi da film in costume fossero l’unico argine alla slavina inarrestabile del neanderthalismo della modernità.
14/01/2011
L’altro corno del problema, però, è che la difesa dei diritti di tutti – negli ultimi decenni – è stata troppo spesso la mortificazione del merito di molti e l’alibi dietro cui si sono nascosti coloro che hanno approfittato della tutela collettiva (perché non sapevano, poveri di capacità e fuori mercato, o perché non volevano, colpevoli di opportunismo) per dare il meno possibile e prendere per sé a discapito degli altri, specialmente dei più giovani. E’ anche questa l’origine della tragedia della generazione senza futuro. Insieme ai deboli sono stati protetti i furbi. Questo anche va detto, in tempi di gravissima crisi economica e sociale: che troppo spesso le tutele garantiscono insieme chi lavora molto e chi poco, offrono giuste garanzie a chi non può e ingiuste tutele a chi non vuole e non sa. Questo avrei voluto sentir dire, anche, da chi difende giustamente i diritti di tutti. Da chi dice agli operai: votate No. Avrei voluto sentir dire mettiamoci al lavoro tutti insieme per ridisegnare i confini delle tutele collettive – per i vecchi come per i giovani che non avranno contratti equi né pensioni – per garantire chi sa e vuole fare e per mettere in fondo alla lista chi approfitta. Non l’ho sentito e temo che pagheranno i deboli, come sempre, e che vinceranno i furbi e i farabutti al potere, come tutto intorno a noi accade ogni minuto.
Non sono mai stato in catena di montaggio, ma ho lavorato in due aziende metalmeccaniche. E con il lavoro sulle macchine un minimo di contatto personale l’ho avuto. Storie come quelle alle quali si riferisce Concita De Gregorio ne ho viste, e non poche. Ho visto i colleghi della produzione passare le lunghe ore dei loro turni in piedi, stando attenti che il flusso del materiale non si fermasse mai, li ho visti fare lo sforzo fisico che io non ho mai fatto. Ho visto anche gli imboscati, quelli che centosettantanove giorni di malattia, e due di lavoro, e centosettantanove di malattia rinnovata dal medico compiacente. Ho visto gente fare il doppio della fatica per compensare il lavoro di chi quella fatica la evitava, coperto da leggi assurde e da intrallazzi indecorosi. Ho visto gente di sinistra arrivare a odiare con tutto il cuore le rappresentanze sindacali per il non essere capaci di capire che il lavoratore non è sempre buono, non ha sempre ragione per il solo fatto di essere quello che lo stipendio lo riceve, e comportarsi di conseguenza. Abbiamo – uso consapevolmente il plurale – costruito un sistema paradossale nel quale l’operaio della piccola tipografia con sei dipendenti guarda all’operaio della Fiat come a un privilegiato, abbiamo fatto in modo – vuoi attivamente, vuoi girando la testa – che si innescasse la guerra dei poveri. Adesso portiamo la mano alla bocca, sgraniamo gli occhi e diciamo “mioddio”, e facciamo che il peso delle scelte di una vita, che forse avranno effetti che nemmeno riusciamo a immaginare per decenni e generazioni a venire, ricada sulle spalle di uomini e donne che alle cinque del mattino passano i tornelli per andare alle carrozzerie di Mirafiori, uomini e donne che devono fare il loro interesse, perché al loro vero interesse nessuno ci ha pensato prima.
04/01/2011
Dinanzi a un’offensiva che miri a colpire drasticamente i diritti o gli interessi di coloro che rappresentiamo, prima si risponde e poi, semmai, si entra nel merito.
Leggendo e rileggendo questa manciata di parole del Direttore, mi chiedevo quale fosse il termine più importante, quello che dava senso all’intera frase. Per me è “interessi”. Io non sono un operaio della catena di montaggio Fiat, ma sono un lavoratore: uno che ha bisogno, alla fine del mese, di portare a casa uno stipendio. Qual è il mio interesse principale? Avere un lavoro che mi dia quello stipendio. Se non ho quel lavoro, non ho i diritti acquisiti ad esso collegati. Se ce l’ho, posso discutere quei diritti, cercare di aumentarli, difendere quelli che ho acquisito; se non ce l’ho, tutto questo non posso farlo. Io non ho le idee così chiare come molti fanno mostra di avere: mi chiedo, semplicemente, chi stia davvero facendo gli interessi dei lavoratori. Gli interessi.
22/12/2010
Per una volta, mi pare che il cordoglio, la tristezza, la malinconia che si sentono in giro per la morte di Enzo Bearzot siano sinceri. E questo mi pare che dia la misura non solo di come siamo messi, ma soprattutto di come sentiamo di essere messi, di quel che sentiamo di essere diventati.
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