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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    26/01/2023

    Debito di ossigeno

    Filed under: — JE6 @ 12:04

    Rivedo Y. dopo sei mesi. Questa volta, insieme ai due figli, c’è anche I., il marito. Non l’ho riconosciuto, ma so che era lui l’uomo che nella sera fredda di Hlyboka di dieci mesi fa mi ha aiutato a caricare il furgone con i pochi bagagli che la sua famiglia estesa stava portando in fretta e furia fuori dall’Ucraina, ha salutato con un cenno i ragazzini infreddoliti e confusi, ha dato un bacio sulla guancia alla moglie seduta vicino al finestrino nella prima delle tre file di sedili e mi ha fatto un cenno come per dire “adesso tocca a te portarli fuori da qui, stai attento”. Ora si trovano di nuovo in Italia, tappa intermedia nel viaggio verso la Spagna dove un parente pare avere la possibilità di trovargli un lavoro e una casa lontani dagli allarmi aerei, dai licenziamenti, dall’energia elettrica che dopo tre ore si interrompe per quattro, dai soldi che una volta erano pochi ma bastavano e oggi che sono ancora meno non bastano più. I. dovrà trovare un lavoretto per un paio di settimane, forse un mese, il tempo sufficiente a tirare su la cifra che servirà a pagare quattro biglietti di sola andata con una low cost: gli ultimi risparmi sono serviti a pagare il viaggio fino a Milano, a bordo di uno dei pullmini che hanno continuato a fare la spola fra l’Ucraina e il resto dell’Europa, su ogni strada e con ogni tempo. Prima di salutarci vedo il video di un gruppo di soldati riuniti dentro un bosco a festeggiare il Natale: stanno in piedi, recitano qualcosa che sembra una preghiera, hanno volti seri ma non impauriti. Lo vedi questo, dice S., la mamma di Y.: è mio fratello, ora sta nell’esercito, qui sono a Bakhmut. Quella Bakhmut, chiedo io. Quella, risponde lei, ingoiandosi le maledizioni che ha in bocca. Mi chiedono se so cosa si deve fare per trasportare in aereo l’insulina di cui ha bisogno A., il figlio maggiore. No ma mi informo, state tranquilli, non sarà un problema, rispondo. Quando esco mi ritrovo a pensare che una guerra si può provare a vincerla in tanti modi, e che uno di questi è tirare via l’ossigeno di una famiglia come tante, come questa.

    16/01/2023

    Killing fields

    Filed under: — JE6 @ 16:44

    C’è questa mostra fotografica, al Mudec di Milano. Le immagini sono di Robert Capa, fotografo di guerra. Perché quello fece, quello fu praticamente per tutta la sua breve vita: guerra sino-giapponese, guerra di Spagna, Seconda Guerra Mondiale dalle battaglie nordafricane a quelle dell’avanzata alleata in Italia allo sbarco in Normandia alle macerie della Germania rasa al suolo; e l’Ucraina dopo il passaggio nazista e quello dell’Armata Rossa, la prima guerra fra Israele e i paesi arabi, e l’Indocina francese dove morì a quarant’anni saltando su una mina. Dicono che dopo l’esplosione teneva ancora la Contax II stretta nella mano sinistra. Una quantità di foto che hanno fatto la storia, dal miliziano spagnolo colpito alla testa al contadino siciliano che indica la direzione a un soldato americano, dalla corsa dei marines nell’acqua di Omaha Beach ai guerriglieri vietnamiti che sfilano indifferenti a fianco di un cadavere messo di traverso sul sentiero che stanno percorrendo. Non importa se alcune di queste immagini furono staged, costruite, messe in scena: non si rovina una buona storia con la verità, lo sappiamo da tanto tempo. E comunque, sono tutte immagini perfette, anche quelle tecnicamente sbagliate perché scattate in condizioni precarie, in fretta e con attrezzature non paragonabili a quelle odierne: in ognuna ci trovi qualcosa che viene da lontanissimo, dall’abisso nel quale siamo forse nati tutti, noi, i nostri padri, i padri dei nostri padri e così a risalire: lui per certo, ebreo ungherese fuggito dall’Europa antisemita nella quale gli era toccato nascere. Sarà che è un periodo un po’ così, la guerra che conosciamo tutti, quella che ho sfiorato andando due volte in Ucraina, non lo so: dalla mostra sono uscito sfinito senza aver fatto altro che camminare e ogni tanto commentare con mia moglie quel che avevamo davanti agli occhi. Mi sono aggrappato a una delle poche immagini serene di quell’interminabile carrellata di morte, quella di un gruppo di ragazzini cinesi ritratti dall’alto mentre giocano a palle di neve. Se ne vede uno che alza il volto verso il cielo, le braccia aperte come per abbracciare qualcuno che da quel cielo sta scendendo, gli occhi chiusi, il sorriso più gioioso che si possa immaginare: solo, nella sua bolla di felicità, che novant’anni dopo sembra di poter ancora toccare stando attenti a non romperla.

    15/12/2022

    On this day

    Filed under: — JE6 @ 15:09

    A volte arriva da Google, altre da Amazon, altre da entrambe: è la notifica “in questo giorno, l’anno scorso o dieci anni fa, hai scattato questa foto”. Ogni tanto non riconosco i posti: un po’ è l’età, un po’ è che certi scorci si assomigliano tutti fra di loro – le case a graticcio, i ponti con i lucchetti, i campanili contro i cieli grigi -, un po’ è che magari in certi posti mi sono fermato giusto il tempo di un caffè e di una foto senza il tag geografico, non abbastanza per lasciare traccia. Più spesso mi ricordo molto bene dov’ero, perché, cosa stavo facendo in quel momento e mille altri dettagli che hanno senso solo per me. E, spesso in quel più spesso, la notifica è una piccola ferita, un dolore minuto ma reale, concreto: non perché i ricordi siano brutti, anzi. Proprio per il motivo opposto, perché vedere una foto che ho preso a Montreal o sulla strada tra Foggia e Lucera mi fa sempre pensare e io quando ci potrò mai tornare a Montreal o sulla strada tra Foggia e Lucera e allora chiudo tutto, e cerco di pensare ad altro.

    16/11/2022

    Nuvole

    Filed under: — JE6 @ 12:33

    Leggo, nel pezzo quotidiano di Adriano Sofri, che in ogni singolo momento le nuvole coprono il settanta per cento del pianeta. Non se lo inventa, riporta le parole di Vincenzo Levizzani, che nella vita fa un lavoro meraviglioso: insegna fisica delle nubi. E già che c’era, ha scritto “Piccolo manuale per cercatori di nuvole”, che è quel che siamo un po’ tutti almeno una volta nella vita. Il settanta per cento della terra, in un momento qualsiasi, è coperto dalle nuvole. Mi sembra tantissimo perché guardo fuori dalla finestra e oggi a Milano le nuvole non solo ci sono, ma sono spesse e grigie, di quelle da freddo e un po’ di pioggia, e mi vedo il mondo sotto questa coperta. Ma poi penso che di nuvole ce ne sono di tanti tipi diversi, ognuno col suo nome strambo, e che sicuramente da qualche parte qualcuno si sta godendo quelle che oggi gli sono state date in sorte perché sono proprio belle a vedersi. Poi mi fermo, perché la metafora è troppo frusta per essere usata senza imbarazzo, ma insomma chi l’ha detto che la vita bella è un cielo senza nuvole.

    10/11/2022

    Sembra

    Filed under: — JE6 @ 12:01

    E’ uno di quei periodi nei quali tutto sembra ripetersi. “Tutto”, ovviamente, significa molte cose. O semplicemente alcune, che però sembrano più importanti di altre. Faccende di lavoro, decisioni del governo, l’inizio della stagione dei 76ers. Quindi è un “tutto” mio, personale. Può essere che parti di quel “tutto” siano comuni, condivise con altre persone, come succede nei condomini: e allora, proprio come succede nelle assemblee ordinarie e straordinarie, provi a fare gruppo con qualcuno per farti forza e non sentirti solo. Dopo, è tutta una faccenda di millesimi.

    Comunque.

    Il punto è che “sembra”. Perché invece non è mai così, c’è sempre almeno un piccolo dettaglio che rende le situazioni diverse, che non fa chiudere il cerchio riportandoti esattamente al punto di partenza. Uno scalino che non puoi, non vuoi, non riesci a risalire o ridiscendere. La pandemia? Forse. Una persona, una sola, che ieri c’era e oggi non c’è più? Forse. Un ufficio diverso? Forse. Il presidente americano? Forse.

    Sembra.

    27/10/2022

    Altre pandemie

    Filed under: — JE6 @ 17:01

    Com’era facile prevedere, l’epidemia dei dementi che gettano roba addosso a opere d’arte di una qualche minima, proprio minimissima importanza si sta velocemente trasformando in pandemia. Chissà se Pfizer riuscirà a metterci una pezza.

    20/10/2022

    Che esiste una cosa come la cruda, incontaminata, immotivata gentilezza

    Filed under: — JE6 @ 16:25

    Oggi una persona quasi completamente sconosciuta ha fatto alla mia famiglia un regalo che è consistito unicamente di tempo. Lo ha fatto, da quello che ho potuto avvertire, per pura gentilezza: senza averne bisogno, senza aspettarsi un ritorno se non un “grazie”. Non capita spesso di ricevere doni di questo tipo. O forse sì, ma sono io che non me ne accorgo.

    15/09/2022

    Gli altri siamo noi

    Filed under: — JE6 @ 15:16

    Sarà l’avvicinarsi delle elezioni, sarà come vanno le cose in Ucraina, sarà il tempo che passa, sarà tutto l’insieme e qualcos’altro ancora, sta di fatto che questo periodo l’ha già scritto tutto Flaiano in ventitré parole perfette: I nomi collettivi servono a far confusione. «Popolo, pubblico…». Un bel giorno ti accorgi che siamo noi. Invece, credevi che fossero gli altri.

    04/08/2022

    Divieto di accesso

    Filed under: — JE6 @ 12:15

    Mitrovica è una Berlino dove al posto del muro c’è il ponte, perché il fiume non attraversa la città: la taglia. Da una parte gli albanesi, dall’altra i serbi: ancora una volta, nessuno parla di kosovari, perché nessuno si sente tale e non lo si sentirà almeno fino a quando sulla riva opposta ci saranno “quegli altri”.

    Qualche mese fa sono tornato in Kosovo e sono andato a Mitrovica, che è una specie di Berlino con il ponte al posto del muro. E’ il capoluogo della regione di cui si parla in questi giorni, e ne ho scritto qui per gli amici di Meridiano 13.

    13/07/2022

    O. e le sue sorelle

    Filed under: — JE6 @ 10:05

    Quattro mesi fa ero appena rientrato dall’Ucraina e cercavo di capire quello che era successo, oggi O. e le sue sorelle sono rientrate a casa e continuo a cercare di capire cosa è successo, e se possibile imparare qualche lezione: così ho scritto due righe per L’Inkiesta.