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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    02/12/2021

    “What’s up, fellas”

    Filed under: — JE6 @ 13:48

    Succede che in una città del Michigan il coach dei freshmen (ragazzi di quattordici e quindici anni) dice alla squadra di mettere su una chat per condividere le informazioni tecniche e logistiche – orari degli allenamenti, trasporti, cose così. I ragazzi obbediscono, ma senza rendersene conto sbagliano l’ultimo dei quattordici numeri da agganciare al gruppo. Al primo messaggio arriva la risposta da un apparente sconosciuto: “volete veramente aggiungermi?”. Certo, rispondono loro, pensando che è il compagno che sta scherzando, ma quello continua: siete sicuri? Sì dai, smettila. Ma sapete chi sono? E lì me li vedo che iniziano a sbuffare, e falla finita su, ma insomma per farla breve quello gli dice “sono Sean Murphy-Bunting, il cornerback dei Tampa Bay Buccaneers, i campioni NFL”: uno dei più forti difensori della lega, e già che ci siamo pure uno che ha giocato nella Central Michigan University, a due passi dalla città dei ragazzi.

    Quelli continuano a essere scettici, non vogliono fare la figura dei creduloni, così Sean taglia la testa al toro e fa una videochiamata su FaceTime durante la quale fa fare ai ragazzi il giro virtuale dello spogliatoio dei Bucs e inizia a presentare i compagni che trova in giro, questo è Gronk (Rob Gronkovski, il più forte tight end di tutti i tempi), questo è Mike Evans, questo è Richard Sherman, questo è Leonard Fournette (magari non vi dicono nulla, ma fidatevi: è come leggere la formazione del Real di Di Stefano o quella dell’Italia del 1982). I giocatori si fermano a parlare con i ragazzi, uno dice a Fournette “Leo, guarda che sei nella mia squadra di fantasy football, mi raccomando la prossima partita” e lui risponde “stai tranquillo ragazzo” – e infatti un paio di giorni dopo giocherà contro Indianapolis e metterà giù 100 yard e 4 touchdown che è una cosa difficile da spiegare ma insomma fidatevi ancora, ha praticamente vinto la partita da solo con una meta a ventisei secondi dalla fine.

    Comunque. Succede che nei Buccaneers gioca Tom Brady, considerato da molti il più forte giocatore della storia, uno che da solo ha vinto più SuperBowl di circa venticinque squadre avversarie messe insieme, uno che sta un gradino sopra o sotto Dio a seconda di quanto siete credenti. I ragazzi chiedono di poter parlare anche con lui, che però è impegnato in una riunione; allora Fournette li tiene lì, sta un altro quarto d’ora al telefono a parlare, a raccontare, a rispondere a domande, probabilmente sperando di riuscire a fare il regalo ai ragazzi, dai Tom non farla lunga. E la riunione finisce, e Tom Brady vede il suo compagno (che non è l’ultimo arrivato: è una superstar pure lui; per capirci, se Brady è Maradona – o Pelè, fate voi e non incistiamoci – Fournette è almeno Tardelli) che chatta al telefono ma non capisce con chi, si avvicina, Fournette gli passa il telefono e allora lui può vedere sullo schermo i quadratini delle facce di una dozzina di adolescenti, sorride e gli dice “Ehi, what’s up fellas” e quelli prima svengono e poi oh my god non ci posso credere e poi lo tengono lì e lui ci sta, risponde, parla, scherza. Ah, siccome lo sceneggiatore ha fatto le cose per bene, Brady ha giocato nei Michigan Wolverines, ad Ann Arbor che sta a quarantacinque miglia da dove stanno seduti i ragazzi, insomma anche se è californiano è anche un po’ uno di loro e infatti uno dei ragazzi scappa per trenta secondi, apre l’armadietto e torna mostrando la maglia gialla e blu dei Wolverines con il nome di Brady sulle spalle – che è un po’ come se un quindicenne di Gratosoglio tirasse fuori la maglietta di Franco Baresi, per dire come i miti e gli amori non muoiono mai. “E’ stato bello”, ha detto Brady. “Sarebbe stato bello anche per me se mi fosse successo quando ero all’high school. E il fatto che fossero ragazzi del Michigan lo ha reso ancora più bello”.

    E’ una storia che ho trovato sul Washington Post, questa mattina. E’ una storiella piccola, di nessun conto. Però, non so. Sei campioni, multimilionari, gente che volente o nolente vive letteralmente in un altro mondo rispetto ai comuni mortali, prendono un’ora del loro tempo (quella di Brady vale 2876 dollari, se vi interessa: i Bucs gli passano venticinque milioni di dollari all’anno, e non consideriamo tutto il resto) e la passano a fare quattro chiacchiere – e il regalo di una vita o quasi – a una dozzina di ragazzini che come loro stanno in uno spogliatoio, a qualche migliaio di chilometri di distanza. Magari si sono rivisti in loro, magari hanno pensato a guadagnarsi senza fatica altri quattordici tifosi, vai a sapere: è che forse aveva ragione Foster Wallace, quando scriveva che “esiste una cosa come la cruda, incontaminata, immotivata gentilezza”.

    30/11/2021

    Bronci

    Filed under: — JE6 @ 17:23

    C’è una frase che mi sono segnato tanti anni fa (stava nella testata di un blog aggregator che era così gentile da darmi ospitalità) e che in questo periodo mi sembra la rappresentazione perfetta non tanto di quello che viviamo, ma di come lo facciamo, nel bene e nel male. La scrisse Robert Musil e la metto qui, se mai dovesse servire a qualcuno (a me sì, molto, anche se un giorno in un modo e quello dopo in un modo diverso e a volte opposto).

    Non si può fare il broncio ai propri tempi senza riportarne danno.

    26/11/2021

    Conoscerete la nostra velocità

    Filed under: — JE6 @ 14:46

    Non so, forse avete anche voi questa sensazione, quella di non aver mai tempo per pensare. Lo spero, ecco, giusto per condividerla. Io ce l’ho. Tanti miei colleghi ce l’hanno. La provano moltissime persone con le quali parlo per motivi professionali. E per non sentirci soli – mal comune eccetera – ce lo diciamo: siamo sempre di corsa, sembra sempre (e forse è così: chissà) che le incombenze siano mille e una e che non ci sia mai il tempo per farle tutte, figuriamoci per avere una riserva, mezza giornata, mezz’ora per non fare nulla se non pensare. E allora non riesci mai a progettare, a guardare più avanti di domani, della prossima settimana, come se il futuro si annullasse: gli allenatori che dicono “non pensiamo al campionato, affrontiamo una partita alla volta, l’unica cosa che ci interessa è la prossima gara”.

    Non so, forse avete anche voi questa sensazione. Io ce l’ho, dicevo, ma oggi, mentre percorrevo il breve rettilineo che passa davanti al Parco delle Cave – una cosa da trenta secondi, non molto di più, forse di meno – mi è venuto il sospetto che le cose non stiano proprio così. In realtà io penso continuamente. Non dico che penso troppo, che è una frase un po’ scema: dico che passo molto del mio tempo a pensare. Come chiunque altro, perché mica ne puoi fare a meno. Penso alle cose di lavoro, a quelle di famiglia, a desideri, progetti, libri, viaggi, problemi, salute, risultati sportivi, politica. Ho il cervello sempre in movimento: e non lo dico per vantarmi, davvero è per tutti così. E’ che non mi prendo il tempo per pensare a una cosa. Per mettermi lì e sminuzzare, dissezionare, muovermi dal punto A al punto B e poi fermarmi a considerare cosa succederebbe, cosa vorrebbe dire andare verso C oppure D, scendere in profondità. Perché in fondo alla gente della mia età è questo che hanno insegnato: che pensare significa fare quello, andare in profondità, dedicarsi a qualcosa per il tempo e con le risorse mentali che servono per considerare quel qualcosa puntando al suo nocciolo. Ce l’hanno insegnato ma poi arriva altra gente, le cose cambiano, noi cambiamo con loro: e arriva un giorno che ti rendi conto che non è che non hai il tempo per pensare. E’ che pensi in un altro modo, più veloce e superficiale perché ti muovi sulla cresta delle cento cose che fai, che devi fare, che vuoi fare: percorri la stessa quantità di strada, solo che non scavi: pattini, e vedi il mondo in un modo diverso. Migliore o peggiore, forse questo è chiedere troppo.

    31/10/2021

    Dormi, dormi

    Filed under: — JE6 @ 18:28

    Anni fa, per circa sei mesi feci parte di un gruppo di lettori che una volta alla settimana – io mi ero riservato il sabato pomeriggio, non avendo altre disponibilità di tempo – passava due o tre ore nelle camere di un paio di reparti di un grande centro di cura e ricovero dell’hinterland milanese. Entravamo in punta di piedi, ci presentavamo e chiedevamo ai pazienti se gradivano passare un po’ di tempo ascoltandoci leggere qualche pagina dei quattro o cinque libri che ognuno di noi si era portato da casa dopo cento riflessioni. La risposta più frequente era “no grazie, sono un po’ stanco” ma talvolta capitava di sentirsi dire di sì, magari soltanto per l’imbarazzata cortesia che si sente di dovere a qualcuno che ti avvicina con un gesto gentile o che vorrebbe essere tale. Delle molte reazioni alle quali andammo incontro, una mi è rimasta in testa e nella memoria. I responsabili del progetto ci avevano preparati, ma la prima volta che la persona stesa nel letto a fianco del quale stavamo seduti con il nostro libro in mano si addormentò al suono della nostra voce fu per tutti un evento con il quale avremmo cercato di fare i conti per giorni e giorni a seguire. E quando manifestammo la nostra perplessità, dalla quale ci sforzavamo di togliere anche la più piccola traccia di percepita offesa personale, ce lo ripeterono sorridendo, contenti: far dormire una persona significa regalarle riposo e una magari breve, sicuramente temporanea tranqullità. Se li avete portati ad addormentarsi avete fatto un bel lavoro, siatene soddisfatti, ci dissero e ripeterono settimana dopo settimana. Non ci convincemmo mai del tutto, a dire la verità: ma solo per una questione di orgoglio, perché altrimenti, invece, sapevamo che avevano ragione.

    28/10/2021

    Mare mosso senza onde

    Filed under: — JE6 @ 09:53

    Un paio di giorni fa mi arriva una telefonata all’inizio del pomeriggio. E’ un cliente/fornitore/amico, uno di quegli ibridi che anni di lavoro creano quasi involontariamente e senza che uno se ne renda conto per davvero. Mi chiama per avvisarmi di un problema, che sembra essere piuttosto grosso. Fammi sapere, mi dice (e lo fa con il tono di chi è dalla tua parte, se posso ti do una mano: che è una cosa importante, ma è un’altra storia). Inizia una sarabanda di controlli, verifiche di tracciati, studi di soluzione, calcoli di penali. Poi uno di questi controlli fa pensare che forse l’errore non è stato fatto qui ma là, in Polonia, dove è partita la segnalazione: anzi, forse proprio non c’è un errore se non tanto piccolo da non poter essere nemmeno considerato tale. Richiamo il cliente/fornitore/amico: fai controllare questo e quest’altro, forse la mettiamo a posto, forse non c’è nemmeno nulla da mettere a posto. Passano un paio d’ore dove mi occupo di quel che stavo facendo prima della telefonata, poi squilla ancora il telefono: avevate ragione, tutto a posto, si erano sbagliati, a parte le quattro ore che abbiamo buttato via tutto è bene quel che finisce bene.

    Mentre torno a casa e sono fermo a un incrocio faccio un involontario bilancio della giornata e la sensazione di scampato pericolo mi sembra essersi bizzarramente trasformata in quella di soddisfazione, come se avessimo portato a casa un successo semplicemente lavorando come forsennati per riportare il segnaposto alla casella di partenza senza alcuna penalità. Mi viene da pensare a quante energie mettiamo, tutti senza eccezioni, solo per tenere in piedi la baracca – quella professionale, quella della vita privata, quella della vita sociale: manutenzione ordinaria. Quanto lavoro c’è, quanto impegno viene profuso per far andare avanti le cose lasciandole lì al loro posto. Quanto sono agitate le acque sotto la superficie piatta dello scampato pericolo.

    10/09/2021

    Uno dei giorni

    Filed under: — JE6 @ 14:34

    Lo so che sono solo titoli e che abbiamo imparato a non prenderli alla lettera, però non riesco a leggere “il giorno che ha cambiato il mondo” senza mettermi a fare la lista degli altri giorni che: lista lunga abbastanza, secondo me, da far perdere significato all’espressione (se mai ce l’ha avuta).

    09/09/2021

    “Al Corvetto”

    Filed under: — JE6 @ 17:40

    C’è una pagina de “Il fasciocomunista” nella quale Antonio Pennacchi racconta (dovrei usare il passato remoto: è che non mi sono ancora rassegnato alla sua morte) di quando Accio Benassi – cioè Pennacchi stesso – lasciava Milano, dove veniva a trovare Francesca che “ti voglio bene come a un fratello, anche di più, ma siamo solo amici”, per tornarsene a Latina. Prendeva un tram in Piazza Cordusio che lo portava “al Corvetto”, che era il punto dal quale tentava di iniziare i suoi poco meno che omerici rientri in autostop: non c’era ancora l’enorme cavalcavia con il curvone che tagliava la città a quindici metri di altezza per scendere fino in Piazzale Bologna, ai tempi Corso Lodi tirava dritto diventando il raccordo che portava alla Via Emilia e all’Autostrada del Sole e in quella piazza c’era una siepe, da dietro la quale potevi guardare dentro le finestre dei palazzi affacciati su via Marochetti e vedere le donne che preparavano la cena e immaginarti la vita di quelle famiglie, le vite degli altri. Non so quando sia stata tolta quella siepe ma so che me la ricordo e so che è, curiosamente, un ricordo vivido e al quale mi sono scoperto essere affezionato, nonostante quello sia stato considerato per una vita, e con parecchie buone ragioni, uno degli scorci più brutti di una città che bisognava conoscere molto molto bene per definire bella. Chissà perché, mi sono chiesto andando avanti verso la fine del capitolo, e ci ha pensato Pennacchi, figlio di umbri e ferraresi, vissuto sempre a Borgo Podgora (o era Borgo Carso? Uno di quelli, insomma, con i nomi che ricordano la prima guerra mondiale e che punteggiano l’Agro Pontino da Cisterna a Sabaudia) a spiegarlo a me, che sebbene figlio di sardi purosangue a Milano sono nato e cresciuto come lui era nato e cresciuto a Littoria diventata poi Latina: “A me mi sa, certe volte, che tutto questo avanti e indietro per Milano non fosse esattamente dovuto a Francesca. Più che di lei – forse – ero innamorato di Milano. E dell’avanti e indrè”.

    06/09/2021

    Dare casa alle cose

    Filed under: — JE6 @ 10:00

    Una decina di giorni fa Rolling Stone ha pubblicato un pezzo di Chad Smith, il batterista dei Red Hot Chili Peppers, che ricordava i suoi incontri con Charlie Watts (se appena vi è capitato di vivere nel corso delle ultime settimane, il classico nome-che-non-ha-bisogno-di-presentazioni). Di articoli come questo ne ho letti decine – Watts era a suo modo un totem: e pare che lo fosse, in modo decisamente singolare dato l’ambiente del quale è stato una stella per sessant’anni e ancora di più per quelli che sono stati i suoi compagni di strada durante quei decenni, anche per il suo essere quel che gli inglesi chiamano “a decent man”, una persona perbene, dignitosa, educata, discreta, cortese e aggraziata; vedi a volte come i requisiti di base diventano eccezionali – ma c’è una piccola chicca che mi ha affascinato e alla quale continuo a pensare. Watts raccontò a Smith di essere un collezionista di batterie di grandi jazzisti. Non le vedo mai, gli disse, stanno lì da qualche parte nel mio deposito ma le prendo perché voglio che si sappia che c’è qualcuno che se ne prende cura (il corsivo è mio). Smith – uno al quale, va detto, non viene proprio spontaneo attribuire una gran profondità di pensiero: vedi alle volte che l’abito non fa il monaco – ritorna a quel momento e dice di Watts: voleva solo dare a quegli strumenti una casa e qualcuno che se ne occupasse, aggiungendo che trovò quel comportamento “dolce e gentile”. Che è la stessa cosa che ho pensato io guardando a quel pezzetto della vita di quell’uomo senza sapere se era uno che amava più i rullanti degli esseri umani o meno: perché siamo (anche) le cose che scegliamo per accompagnarci, e trattarle con una sorta di amore non significa venerare degli idoli ma mostrare affetto a ciò che contengono, che simboleggiano, che esprimono. E, un po’, anche a noi stessi e a coloro che ce le hanno passate.

    02/09/2021

    Il criterio mancante

    Filed under: — JE6 @ 10:15

    Per molto tempo uno dei pochi criteri che ho usato per classificare le persone, o per essere più preciso il mio rapporto con loro, è stato quello della politica intesa in senso ampio, come un modo di stare al mondo, di vedere le cose, di provare a farle. Sesso? No. Razza? Ma chi se ne frega? Religione? Idem. Squadra di calcio? Vedi sopra. Libri che leggi? Forse, ma in fondo basta che leggi. La politica però, ecco, quella sì, quella è sempre stata un discrimine importante per determinare l’opinione che ho di qualcuno, sempre – si intende: ma è meglio specificarlo – tenendo conto delle mille e mille sfumature dello spettro dal bianco al nero.

    A volte ho sentito la mancanza di un altro criterio, di qualcosa che mi aiutasse a rendere più nitidi i contorni di questa o quella persona. Devo dire che l’atteggiamento su vaccini e pandemia negli ultimi tempi mi sta aiutando molto.

    31/08/2021

    La vita degli altri

    Filed under: — JE6 @ 10:51

    Ero in macchina e ascoltavo una vecchia puntata del podcast di Marc Maron, quella con Bruce Springsteen. E fra le molte cose in mezzo alle quali stavo passando – un ciclista tirato sotto da un camioncino all’altezza dello Sheraton di via Caldera, la storia dei problemi mentali del padre di Springsteen, cose così – mi si è fermato in mente un pezzo del dialogo fra i due, nel quale parlano degli ideali americani, del modo di essere americani. Mi si è fermato in mente perché, al netto di una certa inevitabile retorica, non solo quei due uomini parlavano di concetti che chiaramente avevano in comune e non solo quei concetti li condividevano ampiamente almeno nella loro formulazione con decine e centinaia di milioni di loro connazionali (l’applicazione, ovviamente, era ciò che invece li divideva da una metà di questi) ma quei concetti li conoscevo bene persino io. La forza della narrazione: non puoi nascere e crescere in mezzo a centinaia di libri e migliaia di film e canzoni e ore di serie televisive che vengono da un paese e ne raccontano la vita – quella dei ricchi e quella dei poveri, quella delle megalopoli e quella delle cittadine ai bordi di una Interstate e quella delle infinite pianure dove ti viene il mal di mare a guardare il mais muoversi sotto il vento, quella dei neri e quella dei bianchi e quella dei latinos e quella degli inuit – senza che tu alla fine ne sappia un po’. Un bel po’. Abbastanza da non stupirti venendoci a contatto, come non mi stupii io la prima volta che mi misi a camminare in una città americana – era Atlanta, era il maggio del 1996 – quando vidi, sempre per la prima volta, la palazzina della YMCA e le vetrine del monte dei pegni sulla parallela di Auburn Avenue piene zeppe di ogni tipo di arma da fuoco inventata e prodotta dall’uomo: non mi stupii perché erano cose che conoscevo già, che avevo già visto, di cui sapevo ruolo, valore, significato, storia. Quel pezzo di dialogo tra Maron e Springsteen mi si è fermato in mente perché nel momento in cui passavo sotto il ponte della tangenziale ed entravo nella zona industriale di Seguro mi è venuto il dubbio di conoscere e e quindi capire meglio gli americani degli italiani, meglio – giusto per fare un esempio – gli hillbillies del Kentucky dei miei connazionali che assaltano un gazebo 5S al grido di traditori; ed è un pensiero che mi mette a disagio perché temo che dica di me più di quel che voglio sapere.