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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    04/08/2022

    Divieto di accesso

    Filed under: — JE6 @ 12:15

    Mitrovica è una Berlino dove al posto del muro c’è il ponte, perché il fiume non attraversa la città: la taglia. Da una parte gli albanesi, dall’altra i serbi: ancora una volta, nessuno parla di kosovari, perché nessuno si sente tale e non lo si sentirà almeno fino a quando sulla riva opposta ci saranno “quegli altri”.

    Qualche mese fa sono tornato in Kosovo e sono andato a Mitrovica, che è una specie di Berlino con il ponte al posto del muro. E’ il capoluogo della regione di cui si parla in questi giorni, e ne ho scritto qui per gli amici di Meridiano 13.

    13/07/2022

    O. e le sue sorelle

    Filed under: — JE6 @ 10:05

    Quattro mesi fa ero appena rientrato dall’Ucraina e cercavo di capire quello che era successo, oggi O. e le sue sorelle sono rientrate a casa e continuo a cercare di capire cosa è successo, e se possibile imparare qualche lezione: così ho scritto due righe per L’Inkiesta.

    22/06/2022

    1,47

    Filed under: — JE6 @ 09:16

    Poco fa Outlook mi ha mostrato un messaggio, reso evidente dalla banda gialla messa in testa alla schermata: un componente ha rallentato l’apertura del programma, diceva il messaggio, clicca qui se ne vuoi sapere di più. Ne ho voluto sapere di più: quel ritardo valeva 1,47 secondi. Che certo, possono ben essere la differenza tra la vita e la morte quando attraversi una strada, ma non sembrano proprio determinanti per la sorte della giornata lavorativa: e però la tentazione immediata è stata “oh, risolviamo questo problema”, dove la parola fondamentale è l’ultima e tutto il processo mentale e sensoriale che mi ha portato a pensarla e insomma non so, forse con la velocità e il real time e l’efficienza reale e percepita ci siamo andati un po’ lunghi e la cosa ci è sfuggita di mano. O mi è sfuggita di mano, vai a sapere.

    11/05/2022

    Un po’ di meno e un po’ di più

    Filed under: — JE6 @ 14:01

    Non riesco a ricordare dove l’ho letta o ascoltata (cosa che mi dispiace molto) ma c’è una frase che mi ritorna in mente spesso in questi ultimi mesi e lo fa con la forza delle cose che per te sono importanti, e vere – o almeno lo sembrano.

    Dice “dobbiamo informarci di meno e studiare di più” e al netto di una certa apoditticità e del fascino pericoloso delle frasi scritte con grazia ed esattezza continua a suonarmi come una cosa giusta. Non so quanto sia possibile farlo nei tempi che viviamo e cerco di tenere presente che, come diceva Robert Musil, non si può fare il broncio ai propri tempi senza riportarne danno. Però, forse, è un tentativo che vale la pena fare.

    03/04/2022

    My own private Ukraine (qualche tempo dopo)

    Filed under: — JE6 @ 09:34

    Fare una cosa buona (fare del bene è un’altra storia, credo) produce spesso un effetto collaterale: la fa fare anche ad altri; per piacere di collaborazione, per far vedere che non si è da meno, per la sorpresa di realizzare che non è così difficile, i motivi sono tanti ma il risultato poi è quello: un’altra cosa buona.


    Rendere pubblica la cosa buona che si fa o si è fatta porta su un terreno scivoloso, quello della superbia e dell’arroganza; non c’è una ricetta da seguire, non credo che esista. Farla in silenzio a volte è un obbligo, ma in generale né toglie né aggiunge valore. Dipende, diciamo.


    Sarà che noi siamo ricchi, ma i soldi e in generale “le cose” sono la parte più facile: ci vuole davvero poco a trovarli e riceverli, anche da chi non ne ha molti.


    C’è tanto, tanto, tanto lavoro da fare una volta che le persone sono fuori pericolo; scavallare una lingua sconosciuta, mettere in fila i passi per avere il codice fiscale e poi la tessera sanitaria e poi il visto temporaneo, incastrare gli orari, rendere tutto questo un insieme che sembri non dico sensato ma almeno comprensibile, capire se serve di più o prima un maglione o un pacco di assorbenti, dare mezz’ora alle dieci di sera per ascoltare lo sfogo di una donna stanca e confusa di fronte al totem della burocrazia, mettere in fila tutti i pezzetti che compongono la propria vita ma dei quali non abbiamo consapevolezza tanto li diamo per scontati e rimetterli a posto in un’altra fila per un’altra persona.


    E’ più facile guidare tre giorni o battere cassa per un bonifico che chiedere “avete notizie da casa?”


    Ci sono i rifugiati di serie B.

    La libertà che davvero conta richiede attenzione, e consapevolezza, e disciplina, e sforzo, e la capacità di interessarsi davvero alle altre persone e di sacrificarsi per loro, continuamente, ogni giorno, in una moltitudine di piccoli e poco attraenti modi. (David Foster Wallace, “Questa è l’acqua”)

    20/03/2022

    Carezze

    Filed under: — JE6 @ 21:02

    Oggi avevo appena finito di riprendermi dai ragazzini di Hlyboka che mi sono corsi dietro per darmi un altro abbraccio mentre stavo salendo in macchina per tornare a casa, alla mia vita tranquilla fatta di problemi che mi sembrano enormi e sono solo la proiezione delle mie ansie, quando mi sono imbattuto in un articolo che racconta la storia delle carezzatrici, delle volontarie che regalano il loro tempo ad accarezzare i bambini nati prematuri e che non possono essere accuditi con la costanza necessaria dai genitori e dalle infermiere, per far sentire loro il contatto, l’amore, l’affetto, il calore di un essere umano, per fargli avvertire che non sono soli al mondo. E mi sono chiesto se, almeno per una volta, non fossero stati i piccoli i carezzatori di un adulto, regalandogli ciò che in un mondo giusto invece spetterebbe loro di diritto.

    17/03/2022

    E c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra

    Filed under: — JE6 @ 10:05

    Abbiamo aperto i portelloni dei furgoni e fatto entrare quasi una quarantina di persone, in larga maggioranza donne e bambini, cercando di distogliere gli occhi dagli uomini che salutavano mogli e figli ricacciando in gola le lacrime, peraltro senza riuscirci. Ci siamo presentati, cercando di imparare i nomi e provando a conoscerci e capirci grazie a Google Translate («S., sei tormentato?» – «No Oksana, forse volevi dire stanco. Sì, un po’. Ma non troppo, stai tranquilla»).

    Una settimana fa mi stavo preparando a partire per l’Ucraina, senza avere uno straccio di idea di cosa avrei visto e provato. Ho cercato di raccontarlo per Linkiesta, e mi rendo conto di esserci riuscito solo in piccolissima parte, ma tant’è.

    07/03/2022

    Anacronismi (la storia sono loro)

    Filed under: — JE6 @ 16:15

    Dei classici greci non ho letto molto, ma ricordo che le prime volte li trovavo così vicini a noi e al nostro tempo che la prima reazione era “guarda che modernità”. Mi ci è voluto un po’, poi ho capito che non erano loro a essere moderni, eravamo noi che non ci eravamo mossi dal loro tempo.

    (Una settimana fa eravamo occupati con altro, ma cadeva il trentesimo anniversario della guerra di Bosnia; come passa il tempo quando non si fa niente)

    28/02/2022

    Come un cattivo destino

    Filed under: — JE6 @ 14:23

    Bernard Henry-Levy ha scritto un ritratto di Volodimir Zelenskyy, il presidente ucraino con un passato di attore comico. Non ho abbastanza strumenti per giudicare né l’articolo di BHL né la persona di Zelenskyy; so da che parte stare e so che niente e nessuno può essere descritto in bianco e nero: una delle cose più difficili da fare in questi brutti giorni, stando a questa distanza dalla tragedia – piccola ed enorme al tempo stesso – è trovare questo equilibrio. O almeno così mi pare.
    E però, al netto di una certa retorica nella quale l’ego di BHL si ritaglia uno spazio di non poco conto, in quell’articolo c’è una frase per me molto bella per la sua capacità di descrivere un tipo umano che ammiro (dire che lo invidio sarebbe troppo: chi invidia qualcuno che si trova in guerra?). Di Zelenskyy, BHL dice:
    Lo vidi entrare nella compagnia esemplare di quelle donne e quegli uomini, dalla Spagna repubblicana a Sarajevo e al Kurdistan, che ho venerato per tutta la mia vita, perché non sono tagliati per quel ruolo, che gli cade addosso come un cattivo destino, ma riescono ad assumerlo con bravura e imparano a fare la guerra senza amarla.
    Non è solo questione di saper fare buon viso a cattivo gioco: è farlo con dignità e responsabilità, è quello che fa tutta la differenza del mondo. E se Zelenskyy è solo la metà di quel che il pezzo rischiosamente agiografico di BHL descrive, beh, è una persona che mi piacerebbe conoscere.

    01/02/2022

    Il motore della vita

    Filed under: — JE6 @ 08:55

    Un paio di anni fa, più o meno in contemporanea con quello che sarebbe stato il suo ultimo rinnovo della patente, il mi’ babbo andò a farsi un giro all’agenzia di assicurazioni che lo seguiva da una vita. “Li ho fatti ridere,” mi raccontò dopo “quando gli ho detto che negli ultimi anni avevo fatto più chilometri a piedi che alla guida. A dire il vero ho riso anch’io”. Poi è arrivata la pandemia e i chilometri – quelli dietro al volante, voglio dire – si sono ridotti ancora fino praticamente ad azzerarsi. E così ha fatto abbastanza serenamente scadere la patente, per non pensarci più. Questa mattina è arrivato il mezzo che ha caricato la sua vecchia Punto, ancora in ottime condizioni perché ovviamente l’ha tenuta con cura senza alcuna mania, sono state firmate quattro carte e poi siamo rimasti lì qualche minuto mentre la sua auto veniva portata alla demolizione. “Dai, è solo una macchina,” verrebbe da dire. E un po’ è vero, se non fosse che il mi’ babbo ha iniziato a guidare settantuno anni fa e che lui aveva un dono di natura per qualunque aggeggio a motore: non aveva studiato, non aveva fatto apprendistato da un meccanico – soggetto ovviamente sconosciuto nelle colline nuragiche dalle quali era venuto via nel 1951 – ma bastava un motore a scoppio e lui era nel suo. Camion, autoblindo, jeep, e la Guzzi 500 sulla quale avrebbe passato più o meno dodici ore al giorno per più o meno quindici anni. I motori, questa è una cosa che ho realizzato solo moltissimo tempo dopo, un po’ per caso e un po’ per sua scelta lo avevano reso adulto e libero. E oggi era un po’ così, malinconico: stellina.