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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    11/05/2022

    Un po’ di meno e un po’ di più

    Filed under: — JE6 @ 14:01

    Non riesco a ricordare dove l’ho letta o ascoltata (cosa che mi dispiace molto) ma c’è una frase che mi ritorna in mente spesso in questi ultimi mesi e lo fa con la forza delle cose che per te sono importanti, e vere – o almeno lo sembrano.

    Dice “dobbiamo informarci di meno e studiare di più” e al netto di una certa apoditticità e del fascino pericoloso delle frasi scritte con grazia ed esattezza continua a suonarmi come una cosa giusta. Non so quanto sia possibile farlo nei tempi che viviamo e cerco di tenere presente che, come diceva Robert Musil, non si può fare il broncio ai propri tempi senza riportarne danno. Però, forse, è un tentativo che vale la pena fare.

    03/04/2022

    My own private Ukraine (qualche tempo dopo)

    Filed under: — JE6 @ 09:34

    Fare una cosa buona (fare del bene è un’altra storia, credo) produce spesso un effetto collaterale: la fa fare anche ad altri; per piacere di collaborazione, per far vedere che non si è da meno, per la sorpresa di realizzare che non è così difficile, i motivi sono tanti ma il risultato poi è quello: un’altra cosa buona.


    Rendere pubblica la cosa buona che si fa o si è fatta porta su un terreno scivoloso, quello della superbia e dell’arroganza; non c’è una ricetta da seguire, non credo che esista. Farla in silenzio a volte è un obbligo, ma in generale né toglie né aggiunge valore. Dipende, diciamo.


    Sarà che noi siamo ricchi, ma i soldi e in generale “le cose” sono la parte più facile: ci vuole davvero poco a trovarli e riceverli, anche da chi non ne ha molti.


    C’è tanto, tanto, tanto lavoro da fare una volta che le persone sono fuori pericolo; scavallare una lingua sconosciuta, mettere in fila i passi per avere il codice fiscale e poi la tessera sanitaria e poi il visto temporaneo, incastrare gli orari, rendere tutto questo un insieme che sembri non dico sensato ma almeno comprensibile, capire se serve di più o prima un maglione o un pacco di assorbenti, dare mezz’ora alle dieci di sera per ascoltare lo sfogo di una donna stanca e confusa di fronte al totem della burocrazia, mettere in fila tutti i pezzetti che compongono la propria vita ma dei quali non abbiamo consapevolezza tanto li diamo per scontati e rimetterli a posto in un’altra fila per un’altra persona.


    E’ più facile guidare tre giorni o battere cassa per un bonifico che chiedere “avete notizie da casa?”


    Ci sono i rifugiati di serie B.

    La libertà che davvero conta richiede attenzione, e consapevolezza, e disciplina, e sforzo, e la capacità di interessarsi davvero alle altre persone e di sacrificarsi per loro, continuamente, ogni giorno, in una moltitudine di piccoli e poco attraenti modi. (David Foster Wallace, “Questa è l’acqua”)

    20/03/2022

    Carezze

    Filed under: — JE6 @ 21:02

    Oggi avevo appena finito di riprendermi dai ragazzini di Hlyboka che mi sono corsi dietro per darmi un altro abbraccio mentre stavo salendo in macchina per tornare a casa, alla mia vita tranquilla fatta di problemi che mi sembrano enormi e sono solo la proiezione delle mie ansie, quando mi sono imbattuto in un articolo che racconta la storia delle carezzatrici, delle volontarie che regalano il loro tempo ad accarezzare i bambini nati prematuri e che non possono essere accuditi con la costanza necessaria dai genitori e dalle infermiere, per far sentire loro il contatto, l’amore, l’affetto, il calore di un essere umano, per fargli avvertire che non sono soli al mondo. E mi sono chiesto se, almeno per una volta, non fossero stati i piccoli i carezzatori di un adulto, regalandogli ciò che in un mondo giusto invece spetterebbe loro di diritto.

    17/03/2022

    E c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra

    Filed under: — JE6 @ 10:05

    Abbiamo aperto i portelloni dei furgoni e fatto entrare quasi una quarantina di persone, in larga maggioranza donne e bambini, cercando di distogliere gli occhi dagli uomini che salutavano mogli e figli ricacciando in gola le lacrime, peraltro senza riuscirci. Ci siamo presentati, cercando di imparare i nomi e provando a conoscerci e capirci grazie a Google Translate («S., sei tormentato?» – «No Oksana, forse volevi dire stanco. Sì, un po’. Ma non troppo, stai tranquilla»).

    Una settimana fa mi stavo preparando a partire per l’Ucraina, senza avere uno straccio di idea di cosa avrei visto e provato. Ho cercato di raccontarlo per Linkiesta, e mi rendo conto di esserci riuscito solo in piccolissima parte, ma tant’è.

    07/03/2022

    Anacronismi (la storia sono loro)

    Filed under: — JE6 @ 16:15

    Dei classici greci non ho letto molto, ma ricordo che le prime volte li trovavo così vicini a noi e al nostro tempo che la prima reazione era “guarda che modernità”. Mi ci è voluto un po’, poi ho capito che non erano loro a essere moderni, eravamo noi che non ci eravamo mossi dal loro tempo.

    (Una settimana fa eravamo occupati con altro, ma cadeva il trentesimo anniversario della guerra di Bosnia; come passa il tempo quando non si fa niente)

    28/02/2022

    Come un cattivo destino

    Filed under: — JE6 @ 14:23

    Bernard Henry-Levy ha scritto un ritratto di Volodimir Zelenskyy, il presidente ucraino con un passato di attore comico. Non ho abbastanza strumenti per giudicare né l’articolo di BHL né la persona di Zelenskyy; so da che parte stare e so che niente e nessuno può essere descritto in bianco e nero: una delle cose più difficili da fare in questi brutti giorni, stando a questa distanza dalla tragedia – piccola ed enorme al tempo stesso – è trovare questo equilibrio. O almeno così mi pare.
    E però, al netto di una certa retorica nella quale l’ego di BHL si ritaglia uno spazio di non poco conto, in quell’articolo c’è una frase per me molto bella per la sua capacità di descrivere un tipo umano che ammiro (dire che lo invidio sarebbe troppo: chi invidia qualcuno che si trova in guerra?). Di Zelenskyy, BHL dice:
    Lo vidi entrare nella compagnia esemplare di quelle donne e quegli uomini, dalla Spagna repubblicana a Sarajevo e al Kurdistan, che ho venerato per tutta la mia vita, perché non sono tagliati per quel ruolo, che gli cade addosso come un cattivo destino, ma riescono ad assumerlo con bravura e imparano a fare la guerra senza amarla.
    Non è solo questione di saper fare buon viso a cattivo gioco: è farlo con dignità e responsabilità, è quello che fa tutta la differenza del mondo. E se Zelenskyy è solo la metà di quel che il pezzo rischiosamente agiografico di BHL descrive, beh, è una persona che mi piacerebbe conoscere.

    01/02/2022

    Il motore della vita

    Filed under: — JE6 @ 08:55

    Un paio di anni fa, più o meno in contemporanea con quello che sarebbe stato il suo ultimo rinnovo della patente, il mi’ babbo andò a farsi un giro all’agenzia di assicurazioni che lo seguiva da una vita. “Li ho fatti ridere,” mi raccontò dopo “quando gli ho detto che negli ultimi anni avevo fatto più chilometri a piedi che alla guida. A dire il vero ho riso anch’io”. Poi è arrivata la pandemia e i chilometri – quelli dietro al volante, voglio dire – si sono ridotti ancora fino praticamente ad azzerarsi. E così ha fatto abbastanza serenamente scadere la patente, per non pensarci più. Questa mattina è arrivato il mezzo che ha caricato la sua vecchia Punto, ancora in ottime condizioni perché ovviamente l’ha tenuta con cura senza alcuna mania, sono state firmate quattro carte e poi siamo rimasti lì qualche minuto mentre la sua auto veniva portata alla demolizione. “Dai, è solo una macchina,” verrebbe da dire. E un po’ è vero, se non fosse che il mi’ babbo ha iniziato a guidare settantuno anni fa e che lui aveva un dono di natura per qualunque aggeggio a motore: non aveva studiato, non aveva fatto apprendistato da un meccanico – soggetto ovviamente sconosciuto nelle colline nuragiche dalle quali era venuto via nel 1951 – ma bastava un motore a scoppio e lui era nel suo. Camion, autoblindo, jeep, e la Guzzi 500 sulla quale avrebbe passato più o meno dodici ore al giorno per più o meno quindici anni. I motori, questa è una cosa che ho realizzato solo moltissimo tempo dopo, un po’ per caso e un po’ per sua scelta lo avevano reso adulto e libero. E oggi era un po’ così, malinconico: stellina.

    22/01/2022

    Evaporando a Fuxing Park

    Filed under: — JE6 @ 20:06

    Credo che fosse una domenica pomeriggio. Ero andato a Fuxing Park, non ricordo più se per un motivo particolare o meno: c’è una grande statua di Marx e Engels sotto ai volti severi dei quali mi feci ritrarre da un passante che poi, senza un motivo al mondo, mi chiese di restituirgli il favore, del tutto indifferente al fatto che poi l’immagine sarebbe rimasta a me. Chissà, forse il motivo per cui mi trovavo lì era quello, portare a Milano il volto sorridente e orgoglioso di un uomo cinese in piedi tra i due padri del comunismo.

    Comunque.

    Mi feci una passeggiata, era una fresca giornata di sole velato, decine e decine di uomini erano riuniti in enormi capannelli a discutere di questioni apparentemente molto importanti, qualcuno si fermava a leggere i giornali messi nelle bacheche di vetro vicino alle entrate del parco, due uomini dai lineamenti occidentali insegnavano a un gruppo di ragazzi cinesi i rudimenti dello snap del football americano – dal centro al quarterback, i blocchi sulla linea di attacco, il lancio al wide receiver, touchdown. C’erano mamme che coccolavano dei bambini bellissimi, anziani che giocavano a una sorta di dama, uomini che tagliavano e vendevano tranci di pesce, donne che preparavano grandi sacchetti di verdure a me sconosciute, gruppi che si apprestavano a suonare brani pop.

    Poi incontrai loro. Erano quattro o cinque, uomini e donne. Stavano ai lati di un rettangolo di una ventina di metri di lunghezza per una decina di altezza, composto da tante piastrelle quadrate di un cemento chiaro e levigato ma non scivoloso. Vidi il primo che entrava, come un pugile che dall’angolo si porta al centro del ring. Portava un secchio d’acqua in una mano e una specie di grosso pennello con il manico lungo forse mezzo metro e una grossa punta conica nell’altra: mi fermai a guardarlo. Intinse il pennello nell’acqua e, con una grazia e una leggerezza che non ho più dimenticato, iniziò a disegnare ideogrammi su quella superficie dove sicuramente in altri momenti della giornata la gente ballava o faceva pattinare i figli. Andò avanti per qualche minuto, un paio di segni per piastrella, tre o quattro piastrelle, senza mai far cadere una goccia che non fosse voluta; quando i primi ideogrammi iniziarono a evaporare si rimise dritto, ripose il pennello nel secchio e si riportò verso l’esterno del rettangolo. Al suo posto entrò una donna di mezza età, piccola, con un giubbotto quasi leopardato e un cappello da pescatore rosso squillante; al posto del secchio aveva un recipiente come quelli che gli americani usano per il latte da bere a galloni e il pennello era leggermente più piccolo di quello che aveva usato l’uomo ma l’abilità era esattamente la stessa.

    Non so per quanto tempo rimasi a guardarli darsi il cambio quando ormai metà dell’opera dello scrivano precedente si era ormai asciugata. Tanto, comunque. Ogni tanto ci ripenso. Sono passati quasi dieci anni e li rivedo con la nettezza del ricordo indelebile, di loro e di quella bellezza gratuita che lasciavano lì ad asciugarsi al sole e sparire nell’aria, apparentemente inutile e infinitamente preziosa.

    29/12/2021

    Per saperne di più

    Filed under: — JE6 @ 17:00

    Non so dire se me l’ero dimenticata oppure, cosa ben più probabile, colpevolmente persa nei giorni della sua uscita (ma era l’inizio di agosto, quando devi chiudere tutto prima delle veloci ferie e hai la testa un po’ qui e un po’ là; e poi le cavallette, ovviamente), sta di fatto che mi sono ritrovato solo un paio di giorni fa a leggere una bella intervista di Eleonora Marangoni a Emmanuel Carrère. Metto le mani avanti: credo di aver letto tutto di EC a parte la biografia di Philip Dick; poi ho riletto quel quasi tutto e ne sono stato persino più soddisfatto e insomma direi che ho nei suoi confronti quel che si dice un bias positivo. Può essere quindi che la sua frase che mi sono segnato nella mia virtuale Smemoranda non sia niente di che, e però mi ha colpito – più per l’esattezza che per l’onestà, dote che quando si parla di scrittori è comunque ampiamente sopravvalutata – e allora la metto qui, nel posto che tutto sommato mi sembra più adatto:

    A un certo punto nel libro (“Yoga”, NdR), parlando del mio editore, che era Paul Otchakovsky, lo scrivo: lui faceva parte di quelle persone che pensano siamo al mondo per migliorarci. Può sembrare una cosa scontata, ma non lo è affatto: ci sono persone per le quali diventare migliori non è uno degli obiettivi per cui si alzano al mattino. Hanno altre priorità, altre visioni. Quando dico “migliore” non intendo più gentile, più buono con gli altri, o almeno non soltanto: intendo piuttosto essere capaci di uno sguardo più aperto, più ampio sulle cose. Ecco io non penso di essere venuto al mondo per essere felice, quanto per saperne di più. Se uno vive con questa idea in testa, il tempo che passa è soltanto utile.

    I corsivi sono miei. Li ho messi perché in quelle parole trovo una verità: non assoluta, ma relativa. Se non temessi molto il ridicolo insito nel paragonarsi a uno dei più grandi scrittori viventi direi che mi sento proprio come lui. Non lo dico, quindi: ma penso che “saperne di più” e vivere anche per quello – trovando così che anche il più apparentemente irrilevante minuto dedicato a questo sforzo sia intrinsecamente utile – sia un modo per essere migliori. In realtà penso che si diventi migliori condividendo quel “di più” e mi illudo che EC la pensi allo stesso modo, almeno un po’ visto il mestiere che fa. Non lo dice e Eleonora Marangoni non glielo chiede: è la fine dell’anno, e una piccola illusione non fa male a nessuno.

    23/12/2021

    All’inizio del mondo

    Filed under: — JE6 @ 15:04

    La frase più bella che ho letto in questi ultimi tempi l’ho trovata nel pezzo che Adriano Sofri scrive quasi ogni giorno: “Vengo dalla Patagonia australe, dove comincia il mondo, dove si fondono tutti i racconti e l’immaginazione, in quello Stretto di Magellano che ha ispirato tanti bei romanzi”. L’ha detta Gabriel Boric, il nuovo presidente del Cile, un trentacinquenne figlio di una famiglia dalmata arrivata a Punta Arenas, nella Terra del Fuoco, in quel posto dove per noi finisce il mondo e per loro, giustamente, inizia.