Farfalle
[Bosnia Express – 1] Stiamo a due passi dalla sala dove ho fatto la presentazione del libro, e ad altrettanti dalla moschea che chiude la zona pedonale. Dov’è Alessandro, dice uno. Non so, era qui un minuto fa, nel centro di Bihać non si perde neanche un bambino. Ma non è lui quello là in mezzo a quel gruppo di ragazze? È lui. Ci avviciniamo. Sono una dozzina, avranno sedici anni, tutte belle, tutte allegre di quell’allegria che hanno solo gli adolescenti in fuga dagli adulti. Parlano inglese, a parte una che sfodera un italiano passabile. Dove l’hai imparato, chiediamo. Mia mamma è italiana, di Mendrisio, risponde. Vorremmo spiegarle che ecco, Mendrisio, ma in fondo chissenefrega. Hanno visto la felpa di Alessandro, EA7 e lo scudetto e la scritta Italia e lo hanno circondato, incredule di trovare un turista straniero qui, più stupite ancora quando quello si è quintuplicato con il nostro arrivo. Vogliono sapere tutto, chi siamo, cosa facciamo, da dove veniamo – Milano! I negozi, le luci, le modelle! – e dove andiamo – Sarajevo, omettiamo Srebrenica perché fa macabro, Tuzla – Tuzla, ma noi siamo di Tuzla! Siamo in gita scolastica, adesso siamo riuscite ad allontanarci da our teacher. Sono farfalle colorate che riempiono di colore e suono questa via sonnolenta nel freddo della notte bosniaca, facciamoci un selfie, ci penso io dice l’unica del gruppo che porta il velo, sono alta. Ciao ciao ciao, loro si allontanano correndo e nei nostri telefoni rimane una foto che non sapremmo giustificare, loro che fanno la V con indice e medio e noi con un sorriso sghembo a dire no davvero, non è come sembra.