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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    30/05/2012

    Greetings from Ljubljana 2012 – Business as usual

    Filed under: — JE6 @ 16:05

    Forse in qualche modo puoi dire di essere come a casa quando passi davanti alle cose che poco fa erano nuove e non ci fai più caso.

    26/04/2012

    Greetings from Ljubljana 2012 – Metelkova (cosa ci faccio qui?)

    Filed under: — JE6 @ 22:35

    Metelkova, chissà se è ancora in piedi, mi dice. Ci arrivo in pochi minuti, in fondo questa città è davvero piccola, dalla stazione a sinistra, la seconda a destra e sei arrivato. Metelkova Ulica, una via come molte altre, con i palazzi moderni e gli edifici asburgici, qualche macchina e molte biciclette. Sulla sinistra Metelkova, che prende il nome dalla strada che lo ospita; non è facile dire cosa sia, un po’ centro sociale, un po’ ritrovo di artisti, un ostello, là dietro una specie di parco giochi per adulti, decine di metri di panche di legno per sedersi e bere. Arrivo in un orario sospeso, i concerti e i dibattiti e tutto il resto, deve ancora iniziare tutto, guardo i muri dipinti, una specie di ragno metallico che ricopre mezza parete dell’edificio a fianco dell’ostello, le creste dei punk, un signore sulla cinquantina che fuma una sigaretta fatta a mano, una pulizia incongrua per il tipo di posto nel quale siamo. Poi tutto d’un colpo mi viene fuori la stanchezza della giornata, tre ore fa mettevo a posto il nodo della cravatta e adesso sto qui insieme a ragazzi che hanno la metà dei miei anni e a fricchettoni fuori tempo massimo e capisco di aver solo voglia di sedermi tranquillo, non dico comodo, giusto tranquillo, senza pensare di sentirmi – chissà poi perché – ridicolo. E’ bello Metelkova, se passate di qui fateci un salto, sono belli i colori e le case e le cose – poi magari fate come me, dopo poco ve ne andate perché non tutti i posti sono giusti, però se passate di qui, ecco, ve l’ho già detto.

    Greetings from Ljubljana 2012 – Dove fermano i treni

    Filed under: — JE6 @ 22:13

    Senza cercarla, mi trovo di fronte la stazione. Anzi, le stazioni. Quella dei treni e quella dei pullman. Si vedono le montagne innevate là, schiacciate nella prospettiva a pochi centimetri da quel palazzo tagliato come se fosse un trampolino da salto con gli sci, come quello di Planica, vicino a Tarvisio. E’ piccola, la stazione dei treni. Otto binari, “tir” si chiamano in questa lingua incomprensibile, forse anche Parma ne ha di più. La attraverso, passo in mezzo al McDonald’s che confina con la biglietteria, e mi fermo davanti ai tabelloni degli orari. Guardo le partenze, gli arrivi non mi interessano, Postojna, Sežana, Zagabria, Belgrado, Budapest. Tempi infiniti, nove ore per arrivare in Serbia, nove per l’Ungheria, due per gli ottanta chilometri che portano quasi al confine con l’Italia, senza arrivarci. Penso che mi piacerebbe farlo, uno di questi viaggi. Nove ore per scendere a sud fino all’alfabeto cirillico, e chissenefrega se in macchina ne impiegherei poco più della metà, oppure i due giorni e mezzo per arrivare fino a Istambul partendo proprio da qui, da Ljubljana, secondo le indicazioni di Rumiz – l’Orient Express non c’è più, ma in fondo ci si può sempre arrangiare. Mi piacerebbe anche prendere uno di questi pullman sfiancati che si fermano nel piazzale della stazione, ciascuno sotto il suo numero di linea, da uno a ventisei, e vedere come cambia il panorama fuori dai finestrini per arrivare a Banja Luka, a Spalato, a Karlovac, a Sarajevo, senza capire una sola parola di quel che viene detto, guardando le facce e gli alberi e le case, ché qui sembra sempre l’Austria ma là, in mezzo, a sud, chissà.

    16/03/2012

    Greetings from Ljubljana 2012 – Subito dopo, appena prima

    Filed under: — JE6 @ 23:05

    C’è un momento, quello che arriva subito dopo mesi di lavoro e weekend di tabelle costi e ricavi e conference call e migliaia di chilometri e alfabeti strani e bestemmie e triangolazioni e for anything please, please call me, anytime, twentyfourseven, c’è un momento in cui arrivi e parcheggi e guardi il display del BlackBerry e vedi che hai novanta minuti di tempo e allora ti siedi a un tavolino in riva al fiume in mezzo agli studenti, e ordini una birra fredda – the big bottle, please – e guardi in giro, verso l’alto dove c’è il castello, a sinistra dove c’è il ponte dei lucchetti, oggi fa caldo, ci sono le prime ragazze sbracciate e poi ti alzi e rimetti gli occhiali da sole e spingi le mani in tasca e cammini, anzi ciondoli per perdere un po’ di tempo, c’è un momento in cui cerchi di sgombrare il cervello e fai un lungo respiro, butti dentro tutta l’aria che puoi perché tra poco ne avrai bisogno in quella sala riunioni, c’è un momento nel quale sospendi tutto, ma quello cos’è, un cappello di tela viola alto sei metri, beh è fantastico, c’è quel momento lì, quello che arriva subito dopo tutto questo e appena prima di inginocchiarti e puntare i piedi sui blocchi di partenza, quel momento che ti senti quasi in colpa perché ti pare che lo stai rubando, ché non sei venuto qui per quello – mi sa che è ora, eh, si va? si va.

    08/03/2012

    Greetings from Ljubljana 2012 – I lavoratori della musica

    Filed under: — JE6 @ 19:19

    Prendo la via che mi porta all’albergo. Davanti a me camminano due uomini, uno porta sottobraccio un corno, o forse un flicorno, e a tracolla un grosso tamburo, l’altro ha due corni, uno per braccio, uno grosso, molto grosso. Camminano quasi piegati dal peso degli strumenti e mi pare di rivedere quei suonatori di guitaron di Tijuana che alle dieci del mattino andavano lenti verso le vie dei ristoranti per iniziare la loro giornata lavorativa, hanno gli stessi capelli scuri, la stessa corporatura un po’ tozza, la sola differenza sta tra la luce lancinante di una mattina dell’ottobre messicano e il crepuscolo del marzo sloveno, per il resto sono lavoratori della musica di strada che si guadagnano il pane suonando quella che i turisti vogliono credere sia la musica tradizionale del luogo, Avenida de la Revolucion e Presernov Trg. I due uomini si fermano, un terzo viene loro incontro e prende con sè il tamburo, io gli passo accanto, gli ottoni brillano sotto la luce dei lampioni già accesi e dell’insegna di un locale dal nome inglese. Ridono, non sembrano stanchi, forse hanno avuto una buona giornata, hanno guadagnato bene qualunque cosa questo voglia dire. Si fermano a parlare, con i loro strumenti sotto braccio.

    28/02/2012

    Greetings from London 2012 – Battersea (ci si stufa anche del caviale)

    Filed under: — JE6 @ 22:38

    E’ da quando sono arrivato che mi porto dietro questa sensazione di noia. Eppure Londra mi piaceva, e tanto – magari meno di Madrid, o di quasi tutte le città americane che ho visto, e però. Sarà che posso elencare le fermate della Piccadilly Line da Heathrow a Earls Court come se fossero quelle della linea 1 di Milano, Hounslow West-Central-East, ad Acton Town sei a metà. Sarà che sono molto stanco e non ho voglia di rumori e di luci. Sarà che come diceva il Blasco alla fine ogni cosa ti stanca, tutto qui – e ci si stufa anche di mangiare caviale, dicono. Sarà tutto questo, ma quando rientro in albergo dopo la giornata passata in fiera non ho voglia di vetrine, cattedrali, musei, quadri, souvenir, teatri, non ho voglia di Marble Arch e dei negozi per pittori di Charing Cross, di taxi bombati e tutto quanto fa spettacolo. Mi cambio, vado alla stazione di Earls Court, chiedo istruzioni. Corro dietro a un double decker, mi faccio spiegare la strada, devi scendere a Clapham Junction che sembra un incrocio tra Lampugnano e piazza Barberini e poi prendi l’altro autobus e dopo non puoi sbagliare e infatti non sbaglio. La Battersea Power Station sta lì, tra il Tamigi e Nine Elms, circondata dallo scheletro di un gasometro o qualcosa di simile e dal recinto di un enorme cantiere, da vie sconnesse, sacchi della spazzatura, piscio, gru, camion, officine. Credevo che vedendola avrei risentito nelle orecchie Sheep, e Pigs on the Wings, e tutto il resto di quel disco che ho sempre in macchina e che ascolto da quando ho memoria di musica. Invece rimango lì a guardarla e basta, è enorme e dissestata e inquietante, una cosa che fai fatica a staccare gli occhi. Per poterla vedere bene di fronte faccio il lungo giro del William Henry Path, e riattraverso il Tamigi sul Vauxhall Bridge e poi torno indietro, nella stessa inquadratura c’è la vecchia centrale elettrica in disuso e il grattacielo da quaranta piani in costruzione, l’una a poche centinaia di metri dall’altro, che a voler trovare simbolismi non c’è nemmeno da fare molti sforzi, si butta via e si ricostruisce, vecchio e nuovo, ruderi e vetrate. Entro in un pub, ordino da mangiare e una birra, mi siedo vicino alla finestra da dove posso vedere l’edificio con le sue quattro ciminiere bianche che sembrano altissime, sto lì a guardare finché viene buio e la centrale sparisce e ci sono solo le luci delle macchine che passano.

    22/02/2012

    Greetings from Beograd – Il puzzle nella neve

    Filed under: — JE6 @ 20:29

    Abbiamo troppo poco tempo, giusto due ore buche – come a scuola – tra la fine degli incontri con le aziende che stiamo selezionando e il rientro in aeroporto dove ci rimetteremo a telefonare e mandare mail proprio come se fossimo in ufficio, con la sola differenza che qui non c’è la macchinetta del caffè. Il tassista ci chiede dove vogliamo andare, e noi diciamo in centro, lui risponde centro dove, fai tu e allora fa lui, all’inizio della zona pedonale. E’ la prima volta che vengo qui, probabilmente non sarà l’ultima e mi faccio l’idea che a maggio dev’essere tutto sommato un bel posto (ma forse tutti i posti sono belli a maggio, anche Marghera e la Falchera a Torino). Però oggi fa freddo, c’è nell’aria quell’umido che viene appena prima della nebbia, la neve sporca a grandi mucchi intorno ai pali della luce e lungo i marciapiedi, un grigio uniforme che dà l’idea di fumo di carbone e tapparelle sbilenche. Come al solito inizia il deja vu delle somiglianze, questo palazzo sembra Bucarest, e questa via il quartiere della sinagoga di Varsavia, quella banca? che ne pensi? beh, Salisburgo e così via, a mettere insieme pezzetti del puzzle mentre camminiamo verso la fortezza, quella che dà sul fiume, dove i cartelli dicono stai attento che se cammini qui rischi la vita e in effetti basterebbe mettere male un piede sul ghiaccio per volare trenta o quaranta metri più in basso – entriamo in una chiesa serbo-ortodossa e finalmente ci sono colori e caldo, gli ori delle decorazioni, le icone, le candele sottilissime come lunghi stuzzicadenti, una donna ferma davanti a un Cristo, lei che guarda lui e lui che guarda lei perché sono messi alla stessa altezza, un ragazzo che entra di fretta, bacia un dipinto della Madonna e si fa quel segno della croce con il terzo tocco sulla spalla destra, sarebbe quasi da fermarsi qui penso, devo cercare la maglia di Stankovic, mi dice. Andiamo, tanto lo sappiamo che qui torneremo.

    21/02/2012

    Greetings from Ljubljana 2012 – Krakovo e Trnovo

    Filed under: — JE6 @ 21:37

    Esco dal centro storico, seguo Slovenska Cesta fino alla fine – che poi è l’inizio, solo che la prendo sempre dall’altro lato -, passo davanti alla sede di un mio vecchio cliente, guardo un paio di vetrine con i cartelli degli ultimi giorni di saldi, poi giro a sinistra e mi trovo per la prima volta in questi vecchi quartieri, che stanno fuori dalle mura medievali, dove una volta vivevano i pescatori e oggi si trovano orti e case che più ci si allontana dal centro e più si abbassano, prima palazzi, poi palazzine, poi villette che alla fine pare di stare in un paesino del reggiano, c’è il silenzio delle sei di sera e della gente che è già rientrata a casa e sta preparando la cena, da una macchina scendono un uomo e un bambino biondo e piccolo, avrà forse tre anni, che mi guarda e chissà se gli faccio l’impressione di un estraneo che con Krakovo e il canale della Gradascica non c’entra nulla, i turisti qui non ci vengono, e allunga la mano e mi indica con il suo indice paffuto e dice qualcosa che non capisco, gli faccio un mezzo sorriso perché non si sa mai, uno intero magari insospettirebbe l’uomo che dovrebbe essere il padre, poi torno verso il centro, perché girare in queste vie non so, è come stare in casa di gente sconosciuta, e senza essere stato invitato.

    Greetings from Ljubljana 2012 – Gommoni

    Filed under: — JE6 @ 21:18

    Li ho visti per la prima volta poco più di quattro anni fa, la prima volta che sono venuto qui – una fattoria a poche decine di metri dall’autostrada, con tutte le sue cose, i covoni se è stagione, un piccolo trattore, gli attrezzi, e poi loro, quattro o cinque gommoni, di quelli che vedi al mare, un paio più grandi e gli altri più piccoli, con le galline che gli girano intorno, oggi c’era anche la neve che iniziava a sciogliersi nello strano e inusuale caldo di un martedì di febbraio sloveno, bastava guardare nello specchietto retrovisore e vedevi ancora le colline bianche con i rami appesantiti dei pini, e loro – i gommoni – lì, al loro posto, apparentemente curati ma inesorabilmente inchiavardati in un’aia a pochi chilometri dalla città, nella terra di mezzo tra agglomerato urbano e aperta campagna, e non so perché, ma ho questa certezza che il mare non l’abbiano mai visto, che non abbiano mai visto nemmeno l’acqua del lago di Cerknica, che stiano lì come i leoni dell’MGM di Las Vegas, come l’elefante del circo Medrano, fuori luogo e fuori tempo, e ormai dentro il loro luogo, e il loro tempo.

    16/02/2012

    Greetings from Ljubljana 2012 – Come se fosse casa

    Filed under: — JE6 @ 23:25

    Ci sono lavori, come il mio, che ti portano in giro. Spesso. E così finisce che ti ritrovi in certi posti lontani e a loro modo strani ben più frequentemente di quanto non ti capiti con casa tua, con la tua città. Va a periodi, stagioni che sei a Porta Pia tutti i mesi – e poi puff, basta -, altre che vai a San Marino ogni due per tre, adesso vengo a Ljubljana una volta al mese da settembre dell’anno scorso e la cosa andrà probabilmente andrà avanti e infatti ho comprato il bollino dell’autostrada, quello che vale un anno, lui dice che dai, rischia, magari porta bene. Comunque sono qui con gli stessi automatismi che ho nel mio quartiere di Milano, quello dopo la biforcazione – là avanti l’accademia di musica, se alzo un po’ la testa il castello, la prima a destra e poi a sinistra e c’è il parcheggio, in quel vicolo c’è il negozio dove compri i sigari, c’è sempre il locale illuminato di viola con i tavoli all’aperto? sì, basta passare il secondo ponte, quello dei musicisti, la vetrina con i boccali di birra di antiquariato, il kebabbaro vicino al palazzo delle Poste, la fermata dell’autobus di fronte alla libreria – non c’è più la sorpresa del nuovo, ma quella specie di tranquillo calore delle cose conosciute e non ancora venute a noia.