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31/03/2009
Con gravissimo ritardo vengo informato del fatto che il Principe Emanuele Filiberto di Savoia – spero di aver messo tutte le maiuscole del caso – ha vinto una competizione di danze televisive. Cancellando dalla mente, seppure a fatica, bucoliche immagini del Principe impegnato nel volteggiare nel bel mezzo di un’aia campestre, prendo atto che il nostro paese ha definitivamente abbandonato ogni velleità di ritorno della monarchia.
25/03/2009
Oggi un’amica mi faceva riflettere sul fatto che i social network sono luoghi nei quali si finisce molto spesso per cantarsela e suonarsela vicendevolmente – e in effetti basta seguire un po’ di thread in un qualsiasi giorno preso a caso come campione per rendersene conto, lo scandalo per i medici obiettori che non visitano la donna depilata nelle parti intime, il tormentone sul piano-casa del governo, quello sulle dichiarazioni del Papa sull’uso dei preservativi, e così via. Tutti d’accordo, in varia misura – tutti sempre d’accordo, al punto che le discussioni più accese hanno come protagonisti, nemmeno tanto paradossalmente, persone che hanno molte più cose in comune di quante avranno mai il coraggio di ammettere (una cosa tipo parenti serpenti, per intenderci). E il confronto? E la contrapposizione di idee e posizioni tra loro antitetiche? Non avrà per caso ragione chi guarda ad ambienti quali – chessò – FriendFeed come a copule tra consanguinei, che alla lunga producono il solo effetto di indebolire specie già poco vigorose di loro? Può essere, anche se ogni tanto ho la sensazione che il confronto democratico sia una pratica di crescita personale e sociale ampiamente sopravvalutata – e in fondo potrei preferire andare a letto con mia cugina piuttosto che con una kapò nazista (o Alessandra Mussolini, per dire).
06/03/2009
Qualche ora fa, su Friendfeed ho chiesto dei consigli di lettura. Ho buttato lì i titoli di quattro libri di cui sto valutando l’apertura (Welsh, “I segreti erotici dei grandi chef”, Murgia, “Viaggio in Sardegna”, Foster Wallace, “Oblio”, McCarthy, “Cavalli selvaggi”). Ho avuto un po’ di ritegno e non ho scritto che mi sono fermato a fissare – incredulo ed attratto – la copia autografata di “Ciascuno è perfetto” di Raffaele Morelli che un amico perfido anzicheno mi ha regalato qualche mese fa. Epperò, c’è un limite anche alla disperazione.
19/02/2009
Non so se può essere definito come un atteggiamento schizofrenico, ma mi rendo conto di avere fiducia nelle persone e di non averne nella società.
10/02/2009
Mettiamola così. La vicenda Englaro, in sé, è finita. Non ho ancora ben chiaro se siamo soltanto a metà del cammino oppure se il cammino stesso, molto italianamente, si è fermato in un qualche binario morto di una stazione periferica, in attesa del prossimo casus belli. Devo dire che né l’una né l’altra opzione mi eccitano particolarmente.
Non vorrei esagerare con il cinismo, ma ho la sensazione che Canale 5, se ieri sera avesse dato retta a Mentana, avrebbe avuto a che fare con un sacco di gente inferocita.
L’Unione Sarda
07/02/2009
C’ero anch’io, quella sera di tre anni fa, al Teatro Litta ad ascoltare Luca che intervistava Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti. E ricordo di essere stato anch’io colpito da quel suo racconto, non perchè speciale e unico, ma proprio per il motivo opposto – per essere un racconto nel quale quasi chiunque si poteva riconoscere: si stavano succedendo le solite dichiarazioni di politici davanti alle servili telecamere del Tg, e scorato dalla loro inconsistenza e pochezza, Lorenzo si trovò a dire ad alta voce: “Sono tutti uguali…”. E subito si batté una mano in fronte preoccupato: “Che ho detto…”.
In questi anni mi sono spesso venuto a noia, rendendomi conto di aver progressivamente perso le speranze in un futuro migliore per questo paese e, di conseguenza, per me e per le persone alle quali tengo, aggiungendo alla disillusione il lamento e il borbottìo. Avrei voglia di essere capace di dire una frase come quella che suggerisce Luca al termine del suo post di ieri – “non siamo mai stati un grande paese, ma cominciamo a esserlo” – ma so che suonerei falso a me stesso, e quindi a chiunque avesse la discutibile fortuna di ascoltarmi. Mi vergognerei, in buona sostanza; ma questo sarebbe il meno. Il fatto è che mi sono vergognato, mi vergogno e mi vergognerò anche per conto terzi, ascoltando questo e quel presunto leader sostenere un concetto simile: semplicemente, perchè ho in orrore le bugie smaccate. Non solo non siamo un grande paese: non possiamo esserlo. Ne siamo costituzionalmente incapaci, ci mancano i requisiti: a tutti e a ciascuno.
E allora, che si fa? Ci si arrende?
Beh, sì. Sì, ci si arrende. Io è un po’ che ci penso. So quali sono i miei limiti, limiti privati e limiti pubblici. Mi guardo intorno, e senza nessuna soddisfazione trovo che quei limiti sono largamente diffusi. Stiamo socialmente scivolando nel baratro, e quando pensiamo di aver toccato il fondo ci mettiamo a scavare. L’unica cosa che possiamo fare è provare a cadere senza farci troppo male, è provare a rallentare la discesa. Arriverà un momento in cui la situazione si farà insostenibile, nel quale la catastrofe non solo sarà inevitabile ma sarà avvenuta, realizzata, completata: oggi l’Enola Gay ha sganciato la bomba e questa sta cadendo, ma domani, o dopodomani, o fra cinque anni quella bomba farà boom. Ecco, a me tutto sommato interessa poco schiantare colpito dall’atomica che ci siamo costruiti con le nostre stesse mani; mi interessa che non ci rimetta mia figlia, e questo potrà avvenire solo se lei non sarà qui, solo se lei sarà – sola, senza di me, senza sua madre – da qualche altra parte, se non si troverà ad Hiroshima o a Nagasaki ma in un altro posto, al sicuro. Spero di avere il tempo per fare quello che c’è da fare perchè ciò avvenga, spero che la bomba esploda dopo che lei abbia avuto il tempo di capire, e prendere la decisione di andarsene. Sto contribuendo a preparare le cose perchè facciano così schifo che lei non veda altra soluzione per se stessa che prendere e scappare, sto creando il peggio perchè lei goda il meglio. Mors mea, vita tua – good night, ang good luck.
Wittgenstein
05/02/2009
Ho iniziato a leggere il libro di Beppino Englaro qualche giorno prima che la figlia venisse trasferita a Udine per quelli che potrebbero essere i suoi ultimi giorni. Continuo a rimanere ammirato dalla volontà tenace con cui quest’uomo (e sua moglie, immagino: una donna che ho letto essere malata, che è sempre stata lontana dai riflettori e che però – immagino ancora – c’è sempre stata, forse persino più forte e dura del marito) combatte, discute, si confronta con la ragione, sulla ragione e per la ragione. Dovesse capitare a me una tragedia come la sua, non so davvero se sarei capace di andare avanti per una vita lottando in pubblico e ritrovando ogni sera l’abisso del dolore in privato. Beppino Englaro, lo ammetto, mi fa quasi paura. Sono a metà del libro, e le concessioni che ho trovato a quell’italianissima forma di umanità che spesso porta a sconfinare nel patetico, che pure chiunque giustificherebbe, sono rare al punto da suonare stonate: Eluana, “da viva” era perfetta, matura, bella, sensibile, forte, coraggiosa – aggiungete voi gli aggettivi che vi vengono in mente. Ecco, questo a me pare troppo, ma è evidente che non è questo ciò che conta, a meno di non volersi far venire in mente il dubbio maligno e carogna che la volontà della ragazza fosse meno granitica di quanto racconta il padre. Lo ammetto, è un dubbio che mi ha sfiorato, ma che ho scartato – sia perchè respinto dalle tante testimonianze convergenti al riguardo, sia perchè in fondo, credo, irrilevante per il merito di ciò che si discute, di ciò che questa vicenda mette sul tavolo per tutti noi. Spero che la terra possa essere lieve per Eluana Englaro, spero che la vecchiaia possa essere meno dolorosa del presente per i suoi genitori, spero che anche noi potremo guadagnare qualcosa da una tragedia altrui, eppure nostra.
24/01/2009
Da abbonato Sky, dico che se Rai e Mediaset stanno perdendo spettatori a favore della pay-tv devono essere messe veramente male.
Corriere.it
11/01/2009
E dimmi tu se non è vero.
“La morte, di per sé, da sola, senza alcun aiuto esterno, ha sempre ammazzato molto meno dell’uomo”.
[José Saramago, “Le intermittenze della morte”]
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