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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    28/04/2016

    Quello che non c’è

    Filed under: — JE6 @ 17:13

    L’ho vista per mesi, ogni volta che passavo in piazza Duomo. Stava sempre nello stesso posto, lo stesso quadrato di marmo, un metro per un metro e lei in mezzo come un albero in un’aiuola qualunque tempo facesse, con un cappotto viola e i capelli grigi e sporchi, in piedi, lo sguardo fisso verso chissà dove – il monumento equestre, la fila dei taxi, non so. Non parlava con nessuno, non chiedeva la carità, non faceva niente che non fosse stare ferma in un angolo di una piazza enorme affollata in ogni minuto della giornata da migliaia di persone come se fosse vuota. Dopo un po’ ci ho fatto l’abitudine, come tutti. Come se fosse un pezzo dell’arredo urbano, per quanto orribile sia anche il solo pensare una cosa del genere. Poi è sparita, per giorni e settimane e mesi, il primo giorno ci ho fatto caso (è incredibile quanto sia più facile notare ciò che non c’è), il secondo pure, il terzo un po’ meno, poi basta; non credo di essermi fatto molte domande. Poi è tornata. Per un giorno solo, con gli stessi capelli e vestiti diversi ma ugualmente stazzonati – d’altra parte se sei una senza casa cosa pretendi. Aveva anche lo stesso sguardo fisso, perso ma concentrato al tempo stesso. Era lei, in tutto e per tutto, solo che questa volta stava là sotto, nella fermata della metropolitana, in quell’angolo che porta ai tornelli arrivando dall’ingresso che sta sulla sinistra guardando il Duomo di fronte, ferma come un albero in un’aiuola e chissà cosa stava guardando, forse la luce in cima alle scale o un cartellone pubblicitario di una fiera o un tour operator. Le sono passato davanti senza fermarmi, provando per un secondo l’ipocrita sollievo di saperla viva, poi ho fatto la seconda rampa di scale, Bisceglie-Rho Fiera da una parte, Sesto F.S. dall’altra. Il giorno dopo non c’era più, l’ho notato, il giorno dopo quell’angolo era ancora vuoto, l’ho notato, il giorno dopo ancora sono passato senza farci più attenzione: io c’ero.

    29/02/2016

    Sing a song

    Filed under: — JE6 @ 13:47

    Non se ne rende conto, mentre lo fa. Non se ne rende conto nessuno, in realtà. Un gruppo di persone in macchina, durante un viaggio lungo, in un momento in cui si è esaurito il primo blocco di argomenti di conversazione e rimane solo il suono dell’asfalto e quello della musica che esce dalle casse. O un concerto, tre milioni e il respiro di un polmone solo. Arriva quell’istante nel quale lui, tu, lei inizia a cantare, a voce alta o con un playback silenzioso, con l’espressione concentrata e persa di chi sta in una bolla, e quello che ti sta a fianco si chiede da dove viene quella partecipazione che passa nella voce e negli occhi, se quella bocca vuole veramente dire quelle parole che butta fuori come se fossero una rivelazione o il concetto più importante del mondo, se in quella vita lì, quella che sta guardando le colline di Arezzo là fuori dal finestrino c’è veramente qualcosa che porta a mormorare I can get no satisfaction o una qualsiasi altra cosa che mai in nessun altro momento avrebbe il coraggio di dire, di rivelare, e poi la canzone sfuma, finisce, passa l’ultima pennata sulle corde della chitarra e per tutti è meglio così, è meglio non sapere.

    04/02/2016

    La testa

    Filed under: — JE6 @ 13:05

    Stai andando, gli chiedono, Sì, risponde lui, ho bisogno di pensare e qui c’è troppo rumore, e fa un gesto con le due mani, gli indici delle due mani che ruotano in un lento mulinello vicino alle tempie. Lo guardo, finisco il caffè di metà pomeriggio che si è raffreddato mentre cercavamo di capire come incastrare numeri insensati, e per un momento faccio caso a quel gesto e penso che ha ragione, è pagato per questo, per pensare, per farsi venire idee che poi altri cercheranno di realizzare e altri cercheranno di farsi pagare e altri cercheranno di far passare come proprie se saranno buone, e qui c’è troppo rumore. Poi penso che a tanti di noi tocca questo, contare sulla testa come se fosse qualcosa di vero, di solido, di tangibile e affidabile perché è il solo patrimonio che ci è rimasto, ci tocca farci venire idee come se là fuori il mondo ne avesse davvero bisogno, oggi una, domani un’altra, dopodomani un’altra ancora perché la prima non era buona, non poteva essere realizzata o non poteva essere pagata o non poteva essere fatta passare come propria da chi ne doveva diventare proprietario. Poi penso a mio zio, quello che guardava il nipote universitario e scuoteva la testa rifiutandosi di considerare le ore passate sui libri una fatica equiparabile al lavoro, mi chiedo se capirebbe questo posto, questo pezzo di mondo, probabilmente no, quasi certamente scuoterebbe ancora la testa dicendo che bella vita, sempre meglio che lavorare, e io proverei a ribattere dicendogli guarda che ti sbagli senza sapermi decidere se l’equivoco sta nel verbo o nell’avverbio e lui girerebbe le spalle alzando un indice, portandolo verso la tempia e girandolo in un lento mulinello.

    12/01/2016

    Ma vieni

    Filed under: — JE6 @ 21:58

    Ero un ragazzino, ed è la sola giustificazione che posso portare a mia discolpa: d’altra parte lo dice Guccini, “quando si è giovani si è stupidi davvero” – il problema non è l’essere scemo a quattordici anni, è rimanerlo a cinquanta. Comunque il giorno che morì Bob Marley ricordo che ero a scuola, e che espressi una qualche forma di soddisfazione. Non mi ricordo cosa dissi, insieme a qualche altro decerebrato con cui stavo in classe, forse qualcosa tipo “ma vieni” (si diceva, mi sa che era un tormentone televisivo, accompagnavi la frase con un pugnetto avanti e indietro come quello dei tennisti dopo un bel quindici). Perché lo dissi, non saprei. Marley mi era sostanzialmente indifferente, il reggae né mi faceva schifo né mi piaceva un granché, del fatto che si strafacesse di canne non me ne poteva importare di meno (come se poi il quartiere della periferia milanese dove vivevo fosse un ritrovo di asceti), dubito che possedessi nozioni anche vaghe sul rastafarianesimo. Credo, a essere sincero, che – semplicemente – Marley non era “mio” come potevano esserlo gli Zeppelin o i Genesis. E quindi pensavo di potermi permettere di guardare con sufficienza quei miei compagni che quel giorno lì ricacciavano su per il naso il magone che puoi provare a quattordici anni e durante la ricreazione avevano l’aria mogia – e piantala dai, c’hai una faccia, manco ti fosse morto il gatto, ah no, scusa, è morto Marley, ma vieni. Se ci penso mi vergogno ancora adesso. Anzi: una cosa che ricordo bene di quel giorno è che mi vergognai praticamente subito, già facendo il pugnetto tipo Maria Sharapova, e che contemporaneamente mi vergognai di ammetterlo e di dire vabeh scusate, era uno scherzo del cazzo, mi spiace. Forse mi vergognai della vergogna, vai a sapere, quando si è giovani si è stupidi davvero.

    Quando si è giovani, poi, c’è anche il fatto che se hai avuto un briciolo di fortuna non ti è ancora morto nessuno di caro, né vicino né lontano: un nonno, il padre di un amico, il chitarrista di una rock band. E allora non puoi capire bene, e allora puoi fartici una risata e dire ma vieni, perché in fondo che ne sai. Non lo so, alla fine forse serve un po’ tutto per capire, o almeno per accettare senza rendersi ridicoli, o sgradevoli, o crudeli. Serve avere un amico che scrive che “La regola dovrebbe essere che se non hai un musicista morto per cui dispiacerti, guardati indietro, evidentemente hai sbagliato qualcosa”. Serve stare abbastanza al mondo per sapere almeno un po’ come si sta al mondo. Per me David Bowie era esattamente ciò che era Bob Marley: mi stava indifferente, tranne quando lo sentivo cantare Heroes. E però oggi capisco, e ho la consolazione che se non provo dispiacere e senso di vuoto capisco il dispiacere e il senso di vuoto altrui. Vedi a cosa servono i capelli bianchi.

    Poi sì, c’è da dire che c’è una possibilità che tu diventi adulto nonostante tutto e ti trovi comunque a guardare il derby, vedere il terzino di quegli altri sdraiato a terra con un crociato rotto e gridare ma vieni, senza nemmeno un Guccini  a giustificarti. Succede, anche a quelli che dicono “ma basta con questo cinismo, ma un minimo di umanità”.

     

    23/12/2015

    Un violino nel buio

    Filed under: — JE6 @ 14:39

    E’ un normale venerdì sera di dicembre quando usciamo dalla fermata della metropolitana e ci guardiamo intorno e pensiamo certo che è un inverno strano, a momenti non c’è nemmeno bisogno del cappotto, e prendiamo le nostre strade verso casa o verso un aperitivo o uno dei modi che ci siamo costruiti per staccare dal lavoro, dai pagamenti, dalle bombe, dalle polveri sottili, dalle pagelle. Poi sentiamo un suono, acuto e dolce, lo seguiamo con le orecchie fino a trovarlo con gli occhi, sta là, una trentina di metri davanti a noi, un uomo di mezza età vestito solo di una camicia e un gilet, che cammina da solo suonando un violino. Non ha nessuno intorno, né sembra che lui voglia avere compagnia, cammina inoltrandosi nei cortili, andando verso l’ufficio postale che ha abbassato le serrande una mezz’ora prima, cammina e suona e pare che suoni giusto per se stesso, per il gusto di farlo dopo aver passato la giornata sui vagoni della linea rossa a dire buongiorno grazie buona fortuna e a raccogliere spiccioli in un bicchiere di McDonald’s. Lo guardiamo allontanarsi e perdersi nel buio, con il suono del violino che si affievolisce, e sembra tutto strano, abbastanza da chiederci se sia vero o se Fellini sia tornato a girare qualche scena nella periferia di Milano, fino a quando non sentiamo più nulla, non vediamo più nulla, e con la mano cerchiamo nella borsa le chiavi di casa.

    12/10/2015

    Un filo di fumo

    Filed under: — JE6 @ 14:26

    Ha smesso da poco di piovere e ci sarebbe un silenzio quasi perfetto se non fosse per gli alberi della foresta che sta là dietro che vengono attraversati da un vento freddo un po’ fuori stagione. Su una placca di legno appesa a un muro di pietra qualcuno ha inciso “silenzio”, e mentre ci passo sopra gli occhi mi chiedo per un momento chi mai vorrebbe parlare in questo posto, che voglia di conversazione potrebbe mai avere. Vado avanti lungo la leggera salita che dopo una cinquantina di metri ti fa fermare a una cancellata. Guardo dietro le sbarre, che non sembrano quelle di una prigione ma pare che stiano lì a proteggere qualcuno, più probabilmente chi vive in una di quelle diciannove case di pietra che si  vedono diramarsi da una stradina centrale che porta al cimitero, cioè il contrario delle sbarre del carcere che si dice servano alla sicurezza di noi che stiamo fuori. Appoggio la fronte, dal camino della seconda casa sulla sinistra esce un filo di fumo, quello che poi a qualcuno avrei detto sembrare l’unico segno di vita, e quanto mi sbagliavo, confondendo l’assenza con la morte. Resto lì a guardarlo, chiedendomi che faccia ha l’uomo che ha acceso il fuoco, com’è vestito, quando ha deciso di passare dall’altra parte di quelle sbarre, perché, se davvero parla con Dio o crede di farlo, cosa pensa quando ha la febbre e nessuno che gli chiede come stai, fingendo di capire qualcosa che mi sfugge, che è molto più lontana dei venti metri in orizzontale e dei due metri in verticale che mi separano da quell’uomo, e dal fuoco che ha acceso.

    05/10/2015

    Il centro del mondo

    Filed under: — JE6 @ 14:36

    Ci vuole pochissimo, forse trenta secondi, un’occhiata per soppesare le guance piene e i capelli un po’ diradati e confrontare il tutto con l’immagine di quel ragazzino di nove anni con la bicicletta mezza scassata e una sorella alta soda e irraggiungibile, due frasi per chiedere come stai, vivi ancora qui e sentirsi parlare di una figlia e Albania e lavori e altre città, ci vuole pochissimo per capire che anche qui, nel paesino dove ogni singolo sasso e cartello stradale e infisso e albero di mele sembra esattamente quello di una vita fa, dove tutto è esattamente quello di una vita fa, anche qui invece una vita è passata con tutto quello che questo vuol dire, il casino, le corse, le separazioni, gli incidenti, le feste, anche questo è stato ed è il centro del mondo per qualcuno che non sei tu, che non siamo noi, anche se pare impossibile.

    26/08/2015

    At the Kingston Mines

    Filed under: — JE6 @ 12:55

    Il primo spettacolo è quello che mi piace di più, c’è ancora poca gente, non fai la coda in cucina per prenderti da mangiare e se ancora il pubblico non si è scaldato c’è un’atmosfera rilassata, come di godiamoci in santa pace quest’oretta che arriva. Sul palco c’è lo stesso uomo che avevo ascoltato qualche anno fa, suona qui due volte alla settimana, e sono contento di risentirlo. Arrivano altri turisti, come noi, e so che qualcuno pensa che questo sia un male, che questo rende meno vero quello che succede ma non è così, il blues è il blues, la birra è la birra, ogni volta succede così, due accordi e potremmo essere in un pub della provincia lombarda e non cambierebbe nulla. A un tavolo vedo un gruppo di ragazzi, e li vede anche Carl che sta sul palco con la sua chitarra, alcuni di loro sono dei disabili e gli altri sono i loro accompagnatori, li vede e a metà del set scende dal palco senza smettere di suonare, e senza smettere di suonare si avvicina al tavolo e sposta una sedia rimasta libera e ci si siede e per quattro, cinque lunghissimi minuti suona per loro e solo per loro, loro che non possono tenere il tempo con i piedi immobili sul pianale della sedia a rotelle, che non possono battere la mano sul tavolo di legno, a guardare la scena da qui, da qualche metro di distanza sembra di assistere a una serenata e tutti ringraziano le luci abbastanza basse da nascondere i lucciconi che cadono sulle buffalo wings che restano nel piatto a freddarsi fino a quando Carl si rialza e si allunga sul tavolo e tocca una spalla, una mano di ognuno di questi ragazzi e si direbbe che li ringrazi e tutti nel locale sono all smiles e ordinano un altro giro prima di uscire in questa via lontana dalle mille luci del Magnificent Mile a guardarsi in faccia senza sapere bene cosa dire.

    24/08/2015

    Trasporti speciali

    Filed under: — JE6 @ 13:32

    Stiamo lì, su questa barca da trentotto posti, una manciata di turisti e due di abitanti di queste cinque isole che in totale al censimento fanno centoquaranta anime e “sì, d’inverno fa anche meno venticinque e il mare è grosso per giorni e settimane e quindi è meglio avere delle buone scorte se non hai una casa anche sulla terraferma”. Stiamo lì e guardiamo il carico delle merci che vengono accatastate fra i passeggeri vicino alle loro borse della spesa, a fianco del timone, sul tetto. C’è di tutto, casse di bottiglie di vino per il piccolo ristorante, un forno a microonde, scatole di oggetti per la casa, buste di documenti, tutto caricato a mano dai due diciassettenni che durante l’anno studiano in Connecticut e poi passano le loro estati a fare il gioco dei quattro cantoni tra questi porticcioli. Stiamo lì, e mentre aspettiamo di capire se partiremo in orario e soprattutto se ci sarà posto per tutti diamo un’occhiata allo smartphone, un messaggio, una mail, cosa dicono le news, e senza accorgercene stiamo dentro al presente e a un passato lontano al tempo stesso, in tasca le parole che non trovano più ostacoli perché nel mondo occidentale un ripetitore e un satellite non si negano a nessuno, e sul pavimento umido le cose, quelle fatte di materia che tocchi con le mani e hanno una consistenza e un peso, che invece sono lì in balìa di un’onda più grossa come cento o cinquecento anni fa, anche qui nel paese più ricco del mondo, che se ci pensi fa un po’ impressione perché in quelle scatole e buste e pacchi c’è roba importante quanto e più della grandissima maggioranza di quel che facciamo viaggiare sulla rete, un bicchiere di vino come premio per essere arrivati in fondo alla giornata, uno strofinaccio, il detersivo per il bagno, un ricambio per la falciatrice, e quando sei lì a guardare il carico e lo scarico ti rendi conto del gigantesco e invisibile sforzo che qualcuno fa costantemente per noi per muovere le cose e portarcele, e farci vivere.

    31/07/2015

    Cosa leggi

    Filed under: — JE6 @ 12:47

    Cosa ti porti da leggere, dice, ci sono le vacanze, e tante ore di aereo. Ho il Kindle pieno, leggo abbastanza, sessanta-settanta libri all’anno ma sempre meno di quel che vorrei e di quel che posso e di quel che riesco, che poi a volte mi vengono delle fisse che nemmeno io capisco tipo rileggere con metodo un autore che ho già letto tutto due volte così che continuo a lasciare per strada cose che davvero dovrei fin da quando avevo quindici anni e poi c’è sempre tempo domani, ho il Kindle pieno e lo sto riempiendo ancora di più con i longform reads, soprattutto quelli americani, storie che vengono pubblicate sul web – il piccolo spacciatore che ha salvato decine di persone durante Katrina, l’uomo che gira il mondo grazie alle miglia delle compagnie aerei e praticamente vive nelle first class dei 777, il contabile che ha rubato milioni di dollari e per anni non ha fatto altro che camminare per sei mesi all’anno lungo un sentiero di duemila miglia dalla Georgia al Maine – e sono lunghe, reportage, biografie, storie storie storie, cose che mi sforzo di trovare qui in Italia e non trovo se non in casi così rari da farti pensare che si siano sbagliati, roba che a volte penso di cercare nei posti sbagliati ma poi penso che loro avevano Letterman e noi ci siamo ritrovati Luttazzi e allora.