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20/10/2014
Quanto manca? Non lo so, penso un paio d’ore, forse qualcosa di più, Comincia a far caldo, Sì, Certo che c’è un sacco di gente, Sì, tanta, Ma senti, Dimmi, Ma noi perché siamo qui, Sai che non lo so, Eddai, Sul serio, Allora lascia perdere il noi, tu perché sei qui, Per vedere, Vedere cosa, Vedere com’è essere qui, com’è la gente, com’è stare in mezzo a un sacco di gente con la quale hai pochissimo in comune, com’è farne parte, Dare un esempio, dici, Ma figurati, E allora, E allora non lo so, mi guardo intorno, Ti senti meglio, Meglio rispetto a cosa, a quando, A ieri, ad esempio, Non so, ti pare un confronto che ha senso, Sono io quello che fa le domande, Non penso di avere una risposta, Ma credi che tutto questo serva, Probabilmente no, E allora perché, Perché a volte ci provi e basta, male non farà, Capito, Magari mi sbaglio, Non lo so, Eh, Quanto hai detto che manca?
05/10/2014
Qualche giorno fa ho letto una frase che poi sono stato lì a rileggerla tre o quattro volte e poi ancora, perché è una di quelle che se uno se la dovesse sentir dire dovrebbe avere le parole giuste per rispondere, per ringraziare, per non restare lì come uno scemo, diceva “ti auguro tutto quel che vuoi, ché dei tuoi desideri mi fido” e niente, pensavo che devi avere una bella anima per dire una cosa così, perché la cosa facile è fare Pacey (o era Joey, e chi si ricorda, son passati troppi anni) e dire have a little faith in me, dammi un po’ di fiducia, tu, a me, è invece è così più difficile dire mi fido, mi fido di quello che hai in testa e non dici a nessuno, di quello che non so e niente, a me consola che ci sia gente così in giro, gente capace di fidarsi, gente di cui fidarsi.
01/09/2014
Io sono uno che si è messo come dichiarazione d’intenti la frase di Marquez sulla vita che è quella che si ricorda, mica quella che si è vissuta, e allora figurati se non mi affascinano queste storie sulla memoria, prima quella degli scienziati che lavorano sul cervello per cancellare i brutti ricordi (lo so, niente di nuovo sotto il cielo: centinaia di vittime di eventi traumatici vengono trattati in questo modo per contenere i danni ed evitare che il resto della loro vita venga totalmente rovinato dai ricordi di quei momenti e dal modo subdolo in cui possono condizionare aspetti della vita apparentemente del tutto scollegati), e poi quella fantastica di Christoph Kramer, che gioca la finale dei mondiali, prende una botta in testa e non si ricorda di un solo secondo di quei trentuno minuti passati in campo (che poi se vogliamo la cosa ancora più fantastica è che Kramer quella partita mica doveva giocarla, l’hanno mandato in campo all’ultimo minuto perché Kedira si è infortunato, a guardarla bene non si ricorda una cosa che non doveva fare). Leggo, ci penso, prima mi viene da dire eh ma mica è giusto, la vita è tutto, tutto insieme, e passi per quello che non sai che è successo, ma addirittura metterci le mani e passarci sopra la gomma, quella con un pezzo rosso per la matita e uno blu per la penna così andiamo sul sicuro, mi viene da dire che c’è qualcosa di sbagliato, no no no non si fa così, epperò poi mi dico che in fondo uno le malattie le cura, quantomeno ci prova, se hai la febbre ti prendi la tachipirina, se un certo episodio ti si è incistato da qualche parte e marcisce rovinandoti dei pezzi di vita e qualcuno è capace di passarti un mociovileda nella testa e fare pulizia e non farti stare più male non c’è nulla di sbagliato no? e insomma alla fine non sono sicuro, c’è una certa bellezza anche nel casino che queste storie ti mettono in testa, in fondo pensa come sarebbe bello, come sarebbe giusto se qualcuno potesse ridare a Kramer quello che era suo, non fargli perdere per sempre la cosa più bella che ha vissuto, non costringerlo a guardarsi in televisione per convincersi che sì cazzo, ho giocato la finale dei mondiali, c’ero anch’io, epperò questo vuol dire riscrivere la storia, quella con la minuscola, quella personale di un ragazzo di ventitre anni, che è il primo passo del poterla riscrivere del tutto, pure quella con la maiuscola – non so, magari voi un’idea chiara al riguardo ce l’avete, io no, e non so nemmeno se voglio averla.
27/08/2014
Sposto per caso lo sguardo verso di lei nel momento in cui si assesta sulla poltroncina e tira fuori il telefono da una borsetta. Ha il fisico pieno di una matrona giovanile e ipercinetica, l’accento che vaga tra Orvieto e Viterbo, sta a metà fra i cinquanta e i sessanta e viverle insieme dev’essere una versione dell’inferno girato da Verdone. Per la mezz’ora successiva attacca con metodo militare la rubrica: sono telefonate tutte uguali, ciao tesoro come stai, come state, qui c’è il sole, lì da voi com’è, si ricorda tutti i nomi senza sbagliarne uno con un misto di tigna e piacere, si capisce è contenta di sentire la sorella e il cugino e la nipote e l’amica che è come se fosse una parente di sangue, e si capisce che sente il dovere di quelle telefonate – se avesse qualche anno in meno e le dita meno grasse e grosse starebbe facendo lo stesso via mail o WhatsApp. Riesco a vedermi le facce di quelli che le telefonate le ricevono, le sopracciglia che si inarcano, il marito a fianco che in playback dice chi è, zia Nerina, ommadonna siamo a posto; e riesco a vedermi le stesse facce in un altro momento, quello nel quale dicono epperò se non ci fosse lei a tenere insieme la baracca, a ricordarsi di tutti, a rabberciarci, a mantenerci legati – perché è così, perché la gente non sta insieme se non fa lo sforzo di stare insieme, se non chiede come stai e come va anche se non ne ha voglia, anche se ha la testa da un’altra parte, anche se fra tre giorni si rientra a casa, anche se ma che cazzo ma perché devo essere sempre io. Quando finisce la lista rimette il telefono nella borsetta, e ha uno sguardo come di chi ha finito un lavoro, e di chi si sente in pace con la coscienza, e di chi ha fatto una cosa giusta, o buona. E sembra che stia meglio di tutti noi, meglio “dentro”, dove conta.
13/08/2014
Qui e ora, dice. Non pensare ad altro, qui e ora su questa sottile linea di asfalto, rossa della polvere fine che viene dai campi tagliati in due dalla strada, l’ondulazione ubriaca del caldo feroce, gli alberi di un’altra vita con altre persone. Qui e ora, togliendo e tagliando persone e cose e viaggi e messaggi fino a far rimanere l’unica cosa importante, quella che sta qui, la sottile linea rossa che porta chissà dove, che viene da chissà dove, nascondendoti fino al rientro, quando si parlerà di altro, e non farai domande, né le vorrai ricevere.
08/08/2014
Come si scordano in fretta le cose, l’anno scorso mi cercavo immagini per descrivere Detroit ed erano tutte olocausti nucleari, bombe H, alieni, quando sarebbe bastato ricordare L’Aquila vista un anno dopo il terremoto in una deviazione tra Teramo, Tivoli e una via dalle parti di Castro Pretorio.
C’è qualche impalcatura in meno oggi, e ci sono un paio di bar aperti in più lungo il corso che porta al Duomo. Su un balcone sono rimasti cinque vasi e uno sgabello, un fermo immagine che ti porta indietro di cinque anni secchi. Non ci sono le divise dell’Esercito, le ricorda una scritta su un telo bianco all’ingresso della Zona Rossa, “mi mancano i militari”, dice. E non c’è più l’atmosfera di tragedia, la sensazione di dolore e compassione, ci sono lo stesso silenzio polveroso, lo stesso tintinnare di ganci che sbattono sui ponteggi, lo stesso clic delle macchine fotografiche e dei telefoni che portano a casa il che-disastro-che-tristezza di foto che nessuno guarda, solo depurato dalla sensazione di imbarazzo e vergogna che si ha nel ritrarre la sventura altrui. Le macerie, quando sono fumanti, hanno ancora dentro abbastanza morte da ricordare la vita; quando si raffreddano diventano museo, e quei dieci uomini con l’elmetto giallo che girano intorno a una delle cento gru messe al posto delle antenne televisive devono esserne i guardiani, o gli uscieri.
06/08/2014
Impiego qualche minuto a realizzarlo, quel tanto che basta per allontanarmi e restare solo e chiedere un altro spritz; ma poi ci arrivo, mi rendo conto che in quel domandare come vanno le cose in ufficio in modo del tutto slegato dal simulacro di conversazione che stiamo avendo, in quel piazzare frasi nobili sull’etica e il rancore e il business-is-business c’è lo stesso sguardo allucinato dello stalker che finge di passare casualmente davanti al portone della ex e poi si ferma nel bar di fronte a sfinirsi di caffè per vedere lei con chi esce, la stessa incapacità da dodicenne ferito di stemperare rabbia e delusione fino a dimenticarle almeno per stanchezza, la stessa egocentrata inconsapevolezza del ridicolo, del grottesco. Dopo un po’ saluto, con un misto di sollievo e di inquietudine, ma forse più di quest’ultima perché trovarsi di fronte lo spettacolo del desiderio di dominio, del bisogno di vendetta, della necessità di riappropriazione e avvertire che potrebbe rivoltarsi su di te in qualunque istante, non importa quanti momenti belli o buoni avete vissuto insieme è una cosa che non fa paura, ma tristezza, e stanchezza, quelle sì.
02/08/2014
Quando sei fuori, nel mezzo della piazza o vicino a una delle vetrine dei negozi che vi si affacciano, non te ne rendi conto. E non lo realizzi nemmeno quando ci entri, nella chiesa di Sant’Antonio Taumaturgo, quando apri la porta e percorri il corridoio centrale verso l’altare. Lo capisci nel momento in cui ti volti e fai per uscire. Allora vedi che chi ha costruito quella chiesa ha fatto in modo che quel corridoio sia tutt’uno con l’asse della piazza e poi con il Canal Grande e poi con l’uscita del molo, una retta che tira dritta dall’altare fino al mare aperto senza un solo ostacolo in mezzo, vedi che deve averci pensato al fatto che prima tu stai là in piazza in mezzo alla gente a lavorare a parlare a telefonare a comprare a guardare culi sodi a bere a inveire a ridere e poi stai lì, lì nel bel mezzo di quel corridoio, tra i banchi di legno, che guardi il posto dove stavi, lo guardi da fuori e finalmente riesci a vedere, vedere i movimenti, le persone che si allontanano dando le spalle senza una parola e senza un motivo, le persone che si avvicinano con uno sguardo interrogativo, le traiettorie, le barche, le onde, il teatro, il ponte e tutto quanto, ci ha pensato di sicuro che per poter stare in piazza devi poterne uscire e osservarla come una cartolina, per stare dentro le cose devi potertene tirare fuori e guardarle, ché solo così riesci a capire, e a vedere più in là, in mare, oltre quel molo, che se si chiama Audace un motivo ci sarà.
Piazza Sant’Antonio Nuovo, Trieste
29/07/2014
Quando entriamo in chiesa e prendiamo posto nei banchi e ci guardiamo intorno, in quel momento proviamo la sensazione che sebbene abbiamo girato il mondo e visto posti e fatto cose e conosciuto persone che i nostri nonni mai avrebbero immaginato alla fine siamo nati e cresciuti e vissuti in un paese racchiuso dentro la metropoli, e a quel paese torniamo quando possiamo. Così intorno a quella bara ci siamo noi – e chi se no, gli amici di una vita – ma ci sono anche quelli che quella donna la conoscevano solo di vista ma era la mamma di un amico di mia figlia, ci incrociavamo quando portavamo i bambini a scuola quarant’anni fa, era sempre sorridente anche se ci scambiavamo solo il buongiorno e buonasera. E così intorno a quella bara ci sono il groppo in gola di chi ha perso una persona cara e l’acido in bocca di molti altri che hanno perso un microscopico pezzo di se stessi, che sono tornati al paese e qui c’era una fontana e adesso non c’è più e qui c’era il lattaio e adesso un parrucchiere, perché il dolore degli altri è tanto spesso pure il nostro, anche se per motivi diversi.
27/07/2014
Scusa, mi scrive, pensavo di parlartene in ufficio ma sei stato via per dei giorni allora lo faccio così e mi racconta della città dove si trova, di quello che sta facendo, poi ne parliamo a voce ma intanto. Quando arrivo in fondo alla mail penso che a volte sembra una fesseria da nulla prendere un minuto per dire ho fatto questo e quell’altro, per scrivere sai che e metterci dentro il racconto di un altro minuto che hai vissuto mezza giornata prima o che vivrai una settimana dopo o di un pensiero che ti ha attraversato la testa mentre passavi un incrocio, sembra una fesseria da nulla ma non lo è, te ne accorgi dopo, quando qualcuno si prende quel minuto per te, sceglie di farlo e non aspetta per mesi o per sempre e allora ti pare che avere a che fare con la gente abbia un senso, anche quando parli di cose che un senso speciale non ce l’hanno.
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