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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    08/09/2012

    Viti e bulloni

    Filed under: — JE6 @ 12:01

    Una volta facevo un lavoro che mi faceva sfogliare le Pagine Gialle. Metaforicamente, perché in realtà avevo davanti agli occhi un interminabile elenco di categorie merceologiche, descrizioni più o meno fantasiose o precise di ciò che gli umani producono e coltivano e vendono e comprano e scambiano per sbarcare il lunario. Mi ci perdevo dentro, cercavo di figurarmi i produttori di “aghi e spilli” e quelli di “botti barili e tini”, mondi fatti di “cesellatori ed incassatori”, chi fossero i compratori di “fibrocemento manufatti lastre e tubi”, se esistevano ancora gli “impianti e attrezzature di posta pneumatica”: era uno spasso, che durava sempre troppo poco. Ogni tanto entro in questo piccolo negozio del mio quartiere, sta incastrato tra un’agenzia di pompe funebri, una farmacia, un panettiere, il circolino dove i soci bevono un bicchiere di rosso a un euro e spicci e il barbiere dove mia mamma mi portava da bambino e dove vado ancora oggi anche se non c’è più il cavalluccio di metallo nell’angolo a sinistra vicino alla vetrina. E’ un negozio buio, oppresso da mille scaffali alti fino al soffitto e pieni di qualsiasi cosa possa venirvi in mente – e soprattutto di qualsiasi cosa possiate aver bisogno. Tubi di scarico, sifoni, cassette per gli attrezzi, ventilatori, rotoli di biadesivo “guarda, più forte di questo non c’è proprio nulla”, chiavi inglesi, tester, infissi metallici e non, tapparelle, cassette per la posta, zerbini. Poco fa, mentre aspettavo che il signore davanti a me finisse di concordare con il vecchio proprietario – un signore gentile e scorbutico che era già anziano quando salivo sul cavalluccio del barbiere – la sostituzione a domicilio di una serratura difettosa, sono rimasto qualche decina di secondi a fissare inebetito una confezione di pannoloni per adulti, che se ne stava lì, impolverata e tranquilla, tra scatole di oggetti dei quali io, che non ho mai saputo fare un lavoro manuale più complesso del sostituire una lampadina, non conosco nemmeno il nome. Dovevo comprare un rotolo di biadesivo, proprio quello “guarda, più forte di questo non c’è proprio nulla”, il gentile e scorbutico padrone del negozio mi ha indicato col dito una scatola grigia e anonima che ha conosciuto i governi Fanfani e ha detto “prendi quello, sì, fai pure tu”; quando ho tirato fuori il portafogli per pagare ho visto le confezioni di Duracell emergere dall’agglomerato laocoontico di carte, cacciaviti, lampadine e taglierini che ingombra perennemente il piano e gli ho detto “mi dia anche due di quelle, per piacere” pur sapendo che all’Esselunga che ho davanti all’ufficio e dove entro praticamente ogni giorno avrei speso un terzo in meno, ma io voglio che questo piccolo negozio, compendio di periferia delle Pagine Gialle dell’esistenza quotidiana, non sparisca, non ancora, voglio poter continuare a contare per mille anni ancora sulla possibilità di entrare da quella porta con in mano un pezzo di metallo – una vite, un  bullone, una brugola (si chiama brugola, vero? esiste?) -, mostrarla all’anziano signore gentile e scorbutico, chiederne una confezione e sentirmi dire “lì, sulla tua sinistra, alza la mano, la terza scatola dopo la corda delle tapparelle”.

    06/09/2012

    Lucciole

    Filed under: — JE6 @ 16:00

    La piazza è piena di gente, ragazze altissime che camminano su tacchi ancor più alti vestendo gonne ancor più corte, studenti che si danno pacche sulle spalle, coppie incerte che studiano cattivi menu, il rumore di fondo di una sera di estate che ancora non si preoccupa della pioggia che arriverà domani. Pare che tutto giri intorno alla statua, e pare che la statua guardi quella fontanella insensata usate per rinfrescarsi volti accaldati e pulire frutti. Un uomo si siede su uno scranno di metallo verde che durante il giorno ospita fiori comprati da chissà chi, e dopo poco si scosta per fare posto a una signora anziana che sorride grata. Il cielo è pieno di lucciole, sono blu fosforescenti, partono dalle mani di ragazzi dalla pelle scura che tendono un elastico e le lanciano verso il cielo nero, alzando gli occhi sembra di stare in campagna con quei piccoli lampi blu che volano, e cadono, e si appoggiano sulle pozzanghere. La signora anziana si alza dallo scranno, una ragazza resta in piedi, ferma con le braccia conserte, cercando con gli occhi qualcuno in mezzo alla folla, e le lucciole volano un’altra volta, aspettando che un bambino convinca il padre che sì, va bene, la prendiamo e la portiamo a casa.

     

    04/09/2012

    Game over, ma anche no

    Filed under: — JE6 @ 13:11

    Non conoscevo Alessandro Marzi se non per quei dodici minuti girati da Biccio. Non dirò niente di lui, potrei dire che capisco benissimo il dolore di Fabrizio per la perdita di un amico, di una sorta di fratello con il quale hai passato insieme una vita, e pure il momento della morte: come tanti, ci sono passato anch’io. E ogni tanto ho la sensazione che non se ne venga fuori mai per davvero. Dicono che il tempo cura le ferite, forse è vero e forse no. Dicono che il tempo fa dimenticare, e invece su questo una certezza ce l’ho – fa dimenticare le cose e le persone che non contano così tanto. Le altre non le dimentichi mai, rimangono lì, a farti male e consolarti al tempo stesso. La morte è un gigantesco e irrimediabile game over. Ma in fondo, anche no. A suo modo, c’è una qualche consolazione anche in questo.