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18/02/2012
Occhio e croce, il vero segno della crisi del Manifesto non è la fossa delle Marianne dei suoi conti economici e finanziari ma il dire “ehi, visto? Ecco qui Dustin Hoffman, uno che non sa minimamente cosa sia ‘sto pezzo di carta che tiene in mano, va’ che bel sorriso, ma è mai possibile che ci tolgano i soldi dei contributi statali all’editoria?”.
08/09/2011
Dice Carol Bartz che è stata licenziata al telefono, e pare che ne sia un po’ rattristata – del licenziamento, ovviamente, e in secondo luogo del modo. Dal basso della mia esperienza di licenziato in videoconferenza le batto la manina sulla spalla e le dico che guarda Carol, meglio così, è come quando l’arbitro fischia il rigore, mica torna indietro sulle sue decisioni, quel che è fatto è fatto e allora a che serve guardarsi negli occhi.
19/07/2011
La crisi è quella cosa che ti fa chiedere la fiducia che tu non ti daresti mai.
13/07/2011
Stamattina, ascoltando la rassegna stampa, mi chiedevo quanto bisogno di soldi ha RCS per accettare una pagina intera che una donna – una scultrice, mi par di capire – ha comprato in memoria del suo gatto Sky “rapito da un neutrino“.
12/07/2011
E’ un periodo un po’ così, sono settimane che passiamo metà del nostro tempo in riunione. Nuova struttura, nuovi uffici, nuovi processi. Nuovi colleghi, almeno in parte. Ci sono giorni che passi in questo modo sei, sette ore, e intanto devi tenere a mente il lavoro di tutti i giorni, quello per il quale sei pagato, per il quale sei stato assunto. Da una parte hai quella specie di eccitazione delle cose nuove, nelle quali – poco o tanto – puoi mettere mano. Dall’altra hai la stanchezza crescente del fisico – fa caldo, fa un dannato caldo, e oggi sei a Pesaro, dopodomani a Venezia, Corso Buenos Aires, Francoforte, Segrate, Roma, a che ora ci vediamo, per me sarebbe meglio la prima mattina, va bene allora facciamo alle diciassette, ma sei impazzito mi hai mandato un messaggio all’una e mezza di notte per dirmi che domani è meglio se mettiamo la giacca – e della testa, che a colazione ti rendi conto che hai il cucchiaio pieno di cereali fermo davanti alla bocca e il cervello che pensa alle cose da fare tre quarti d’ora dopo, e una parte di esso sta dicendo ragazzi, che anno che è stato, e non è finito. Ci sono riunioni che iniziano tranquille e finiscono altrettanto, dai così mi piace, bel lavoro, altre che la gente si siede con l’aria del condannato a morte e dopo cinque minuti potresti disegnare i cavi dell’alta tensione che passano sopra il tavolo di cristallo. Niente di nuovo, niente di particolare, niente di strano, ho visto di peggio e c’è chi sta peggio. Solo, se avvertite un po’ di nervosismo, sapete perché. Adesso andiamo a berci un caffè, già che ci siamo parleremo di cose che ci sono rimaste in arretrato, voi non abbiatevene a male.
19/05/2011
Siamo seduti ai tavoli tondi da otto, i tre bicchieri, le bottiglie giuste, scambiamo i convenevoli di queste serate mondane di lavoro – “eventi”, le chiamano: come delle epifanie. La premiazione inizia, le targhe, la musica, i baci gli abbracci e i complimenti, applausi, brava, splendido lavoro, anche la vostra campagna meritava. Guardo la gente, penso che diverse di queste persone le ho viste solamente in queste occasioni, cerco di immaginare le ragazze in maglietta e jeans, gli uomini con un paio di All Star sdrucite, chissà come sono fuori di qui dove anche la singola piega del pantalone stone washed è studiata, il polsino slacciato ad arte, i centimetri della scollatura valutati con occhio iper- e autocritico, chissà come sono, come siamo tutti fuori di qui, fuori dalla nostra vita reale.
12/05/2011
Io faccio un lavoro che, spesso, guarda alle persone come insiemi. Insiemi di persone, si intende. Target, si chiamano. Il target delle donne che lavorano, il target degli altospendenti che amano lo sport, il target dei sostenitori di cause benefiche. Potrei andare avanti per un paio d’ore. A volte mi capita di parlare di questa cosa con amici, con qualcuno che “non è del giro”; nove volte su dieci, se appena appena questo qualcuno capisce – anche vagamente – di cosa sto parlando, reagisce con qualcosa che suona come “ma dai, ma ognuno è diverso dall’altro, guarda noi due, a tutti e due piace [inserire nome di scrittore o gruppo musicale a piacimento] eppure quanto siamo diversi“. E io ogni volta provo a spiegare che sì, lo so, siamo diversi. Ma alla fine abbiamo – volenti o nolenti – molte più cose che ci accomunano di quante non ci rendono diversi, in barba al nostro crederci isole nell’oceano della solitudine: usi, costumi, tradizioni, programmi televisivi, luoghi dove beviamo l’aperitivo, squadre di calcio per le quali tifiamo, regioni dove andiamo in vacanza, e così via. Poi aggiungo che tutti – tutti – facciamo l’errore di considerare il nostro microcosmo come rappresentativo dell’universo mondo, e butto lì la domandina “quanti numeri hai in memoria nel telefono? quanti indirizzi hai nella tua rubrica di posta elettronica?” e tutti – io per primo, eh – si rendono conto che ommadonna, e io che pensavo di conoscere un sacco di gente, e poi invece arrivo a, boh, due-trecento, e di questi ne sento forse venti o trenta, poi quando ci troviamo con i colleghi a bere il caffè e si parla, ad esempio, di politica me ne vengo fuori a dire mah, da quel che sento in giro [inserire pronostico a caso] e quel che ho sentito in giro alla fine è quel che pensa il vicino di casa con il quale percorro il pezzo di strada dal portone alla fermata della metropolitana – tutto questo per dire che ho imparato da un pezzo a non fidarmi mai delle opinioni della gente, a non basarci mai sopra una mia opinione, a non sentirmi svilito nell’essere considerato uno dei tanti, a pensare che i sondaggi – quelli del PresDelCons come quelli di una banca o di un produttore di automobili – sono di solito molto più affidabili della mia percezione del mondo.
26/04/2011
L’uomo si accomoda sulla poltrona, riservandomi il sorriso innocuo delle relazioni professionali che hanno la fortuna di non incagliarsi sulle antipatie. Da quanto tempo non ci vediamo, mi chiede. Un anno circa, rispondo io porgendogli il nuovo biglietto da visita; avrei detto molto di più, pensa lui a voce alta – poi mi guarda e mi chiede tu il mio, e accenna al santino di carta colorata, ce l’hai vero? Sfoglia un raccoglitore mentre scambiamo i primi convenevoli, osservo dove infila il cartoncino che gli ho appena porto, vedo che – non so per quale motivo – ha saltato un turno, un’azienda dove ho passato quasi due anni di vita, e in effetti fa un po’ impressione stare dall’altra parte della barricata in questo gioco di celo, manca, celo, celo, manca. Un’ora dopo, uscendo dal portone di questo palazzo nobile del centro milanese penso che le cose di lavoro sono tutto sommato semplici nella loro difficoltà, se hai bisogno alzi il telefono o scrivi due righe, se qualcuno ha bisogno alza il telefono o ti scrive due righe – come va, hai mezz’ora di tempo nei prossimi giorni – puoi stare un anno senza sentire una persona senza che questo sia un problema, siamo tutti qui on demand: hai bisogno? Eccomi, aspetta un momento che faccio partire il tassametro.
07/04/2011
Le aziende che pagano (a volte) tanto le agenzie che pagano (sempre) poco i loro dipendenti perché questi dicano ai loro amici quanto quelle aziende siano buone e brave e belle – che se non ci fossero loro a dirlo, altro che Spoon River.
08/03/2011
Il tagliando per i veicoli commerciali Fiat, a centocinquanta euro, per il centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia. Il pernottamento in camera doppia a Borgo Lanciano, con ricca prima colazione e cena di quattro portate, per il tricolore italiano. E così via, ad libitum sfumando, fino a che ti vien voglia di cercare Calderoli, abbracciarlo forte e dirgli “scusami, avevi ragione tu”.
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