|
|
30/01/2012
In condizioni normali non sarei qui, a battere i denti nell’aria ghiacciata dell’ultimo giorno di gennaio sul lungomare di Rimini in cerca di un posto dove mangiare, in condizioni normali sarei in autostrada, a quest’ora forse a Imola con Living Loving Maid a volume altissimo, non so, di sicuro non sarei qui a incrociare ragazze che parlano russo mentre chiudono le serrande di negozi di souvenir, non sarei qui a guardare gli ingressi dei lidi, tutti identici come se avessero portato la città in copisteria e infatti sono smarrito, ma io questo posto l’ho già visto, questa piazza, questo ristorante con l’insegna blu elettrico, e Marco 38 e Splendor e Fulgor sempre uguali sempre quelli all’Equatore e al Polo Nord, dev’essere che io con la Romagna non riesco ad andare d’accordo fino in fondo, ci trovo sempre dentro qualcosa di tenebroso, di cattivo, mi aspetto sempre qualcosa di brutto che esce dal profondo del nero del mare, c’è proprio qualcosa di sbagliato, anche la canzone che pure mi piaceva tanto quando De Andrè stirava le tre i e pareva tutto perfetto però anche no, magari era il suo accento, magari era il suo essere diventato sardo e insomma riiiii miiiii niiiii sembrava stonata dentro, poi mi basta passare di niente il confine della regione e tutto cambia, prendi quella sera a Pesaro, lì la piazza era diversa, aveva la fontana e la grande sfera di metallo in mezzo e la giostrina dei bambini con gli specchi che riflettevano il mare colore del nulla, e comunque non riesco a farmene una ragione perché sono sicuro di non esserci mai stato a Rimini prima di questa sera e allora perché conosco già tutto poi ricordo, due mesi fa mezz’ora a Riccione e qualche anno fa due giorni a Cattolica, vedi che tutto si spiega, allora adesso fammi rientrare in quella camera che è più viva di questo gelido deserto dei tartari, niente di personale eh, è che quando mi fermo da queste parti vai a capire perché mi viene nostalgia di casa, di pianura padana, dev’essere per quello che in condizioni normali a fermarmi non ci penso proprio, in condizioni normali non sarei qui l’ho già detto, sì?
26/01/2012
Il primo ricordo che ho di Ljubljana è quello dei suoni che arrivavano nella mia camera d’albergo dall’accademia musicale di Stari trg. E ogni volta che vengo da queste parti, se posso, passo vicino a quel palazzo per risentirli. Oggi invece, che sono sotto le coperte sconciato da un febbrone coe non avevo da tempo tengo gli occhi chiusi e ascolto il silenzio assoluto di questo scorcio del centro storico – non un clacson, un motore che si accende nel parcheggio dove abbiamo lasciato la macchina, un ospite di una camera vicina, nulla: che è una cosa che mi sembra impossibile, siamo nella capitale, una città di trecentomila abitanti, con tanti ragazzi e uffici e autobus, eppure niente, per dieci, venti, venticinque minuti non sento niente fino a quando non mi assopisco con la faccia che scotta e il Kindle e il termometro appoggiati vicino alla mano, che pare che Ljubljana alle sette di sera si stia facendo indietro e mi dica riposati che domani sarà un’altra giornata lunga e fredda, e sai che ha ragione lei.
10/01/2012
Ci sono posti dove torni in un’altra stagione, e pare tutto diverso – sarà che il freddo, anche quello finto di questo inverno tropicale, pulisce e rischiara e la luna sembra una palla ed il cielo un biliardo, e ci sono tante stelle come nei flipper di quando eravamo ragazzini, saranno più di un miliardo -, fatto sta che Colmar in una sera di gennaio ha le forme nitide e pulite di questa stagione, e dopo aver passato una giornata a parlare delle cose di cui si parla tra colleghi anche se da poco acquisiti, clienti e viaggi e sistemi gestionali e vacanze e il-progetto-per-cui-abbiamo-fatto-Pollein-Monte Bianco-Chamonix-Montreux-Basilea-Colmar-tre-lingue-quattro-paesi-in-tredici-ore e domani c’è la seconda razione, dopo aver passato una giornata così tutti si godono il silenzio dei ristoranti semivuoti e della città che riposa, giusto lo scorrere dell’acqua nei canali e una mezza dozzina di macchine che ripartono da un semaforo fuori dalla zona pedonale e due ragazze mezze ubriache che ridono appoggiandosi a un muro di una delle mille case di graticcio di questo posto che potrebbe sembrare preso da una favola per bambini, o da un film di Tim Burton, perché in fondo la luna piena è quella cosa che illumina i fidanzatini di Peynet, e gli zombie di Thriller.
23/12/2011
Alle nove di sera Piazza 24 maggio è uno stadio vuoto, luminoso e gelido. La temperatura è finalmente scesa sotto zero, e sembra di stare in una città tedesca, con gli alberi decorati, le luminarie non pacchiane e quell’aria di ghiaccio che ti prende appena scendi dalla macchina e ti entra negli occhi fino a farli lacrimare – e allora ti pare di vedere più lontano, più nitido. Ci fermiamo per un secondo, con i cappotti infilati a metà e i nodi delle cravatte ancora ben stretti, e prendiamo freddo e fiato perché è stata la solita giornata di centinaia di chilometri e mail e telefonate e messaggi senza risposta e clienti da coccolare e colleghi da calmare e tutto il resto, e in quel secondo penso a quel vecchio pezzo, Rane a Rubiera blues, penso che non è stagione, penso chissà dove sono le rane adesso qui a Rubiera provincia di Reggio Emilia – poi lui mi fa cenno con la testa, entriamo, ho fame, e dietro il vetro della porta di ingresso vedo questa signora che potrebbe essere una mondina di Novi, fasciata nel suo abito nero con un grande fiore rosso al petto, buonasera avete prenotato?
14/12/2011
Chissà com’è Manchester a ottobre, oppure a marzo. Chissà com’è senza le luminarie di Natale, senza le centinaia di chioschi che vendono sciarpe e mulled wine e fudge e cappelli e formaggi e orecchini, senza la ragazzina di tredici anni che canta John Lennon, senza i turisti giapponesi che tornano in albergo carichi di sacchetti da shopping, senza il quartetto di fiati che suona all’angolo di Town Hall, senza le candele sulle sedie della cattedrale in attesa del concerto di carole natalizie, senza gli alberi addobbati, senza quest’aria di fine anno che non ha ancora voglia di fare il bilancio del dare e dell’avere, chissà com’è Manchester in un mercoledì di pioggia in primavera, in un giovedì di afa in estate, chissà com’è senza il vestito bello e l’allegria forzata ma non troppo della festa, chissà se ha le borse sotto gli occhi e i capelli che hanno bisogno del parrucchiere, chissà se è come pensi che sia, come la collega bella che vedi dal lunedì al venerdì dalle nove alle sei, quella che avrò pure lei un difetto, un pigiama infeltrito, la schiena dolorante, il peso insopportabile del risveglio. Chissà com’è Manchester, chissà com’è davvero.
13/12/2011
Non ricordo la prima volta che sono venuto qui, all’Horse and Trumpet. Quattro anni fa, probabilmente: due aziende, e una o due vite fa. Da allora ci torno ogni volta che vengo da queste parti. Perché una sera ci ricevetti una telefonata che mi fece tirare un interminabile e totalmente insperato sospiro di sollievo; perché ci trovi signore che lavorano al teatro dell’opera e quando capiscono che sei italiano si fermano al tuo tavolo prima di pagare il conto e ti dicono domani sera facciamo Verdi, venga che le piacerà di sicuro; perché mi piace stare seduto vicino alla finestra, con una pinta di birra a temperatura ambiente vicino alla mano, a guardare la gente che passa sul marciapiede, quelli che tornano a casa dal lavoro e quelli vanno a farsi un giro in centro, e i double decker che si fermano e ripartono subito; perché ha le appliques che illuminano la boiserie di legno, e i clienti si muovono nel locale come se scivolassero leggeri perché la moquette arabescata ne assorbe i passi; perché dentro fa caldo e fuori tira un vento freddo che ti spacca la pelle e ti fa lacrimare gli occhi; perché la gente parla il dialetto dello Yorkshire e si capisce una parola ogni venti; perché ci sono uomini dalla faccia rossa e anziani che si siedono e fissano il bicchiere senza dire una parola e hanno occhi di medioevo e colline e torba; perché è bello, quando esci, girare al primo angolo e camminare piano lungo Briggade e guardare le Arcades con le loro luci; perché pare strano, ma ci sono posti che sono casa, non importa quanto lontani.
02/12/2011
Alle otto di sera, prima di entrare in un pub per berci una birra, giriamo intorno all’accademia musicale. A quell’ora i suoni della città si stanno attutendo, diminuisce il traffico, la zona pedonale va lentamente svuotandosi. Così sentiamo distintamente gli accordi di pianoforte, le prove di un paio di strumenti a fiato e la voce di un insegnante che ferma le prove per dare istruzioni, forse un tempo tenuto male, forse un amalgama da ripensare. Svoltiamo a destra, lungo il fiume, e ci fermiamo a guardare un ragazzino che avrà dodici o tredici anni, in piedi su un piccolo palco, un fazzoletto azzurro tra il suo collo e il violino che sembra grande quanto lui. Lui non ci vede, è messo di tre quarti con il volto puntato verso un adulto che non riusciamo a vedere, noi stiamo lì, con le mani in tasca, a fissarlo senza dire una parola.
La mattina dopo, alle sette e trentacinque sto ancora passando da quelle parti, mi piace camminare quando le città si stanno svegliando, qualcuno è ancora in pigiama e qualcun altro invece sta preparando le bancarelle del mercato, qui il miele, là sciarpe e guanti, fa un freddo da far lacrimare gli occhi, vado ancora verso la casa dei suoni e adesso nella stessa aula del giovane violinista c’è una ragazza, anche lei non avrà più di quattordici anni, che suona la tromba – adesso le tende sono più scostate e vedo che la stanza è vuota, c’è solo lei che fa qualche passo mentre suona, e sembra che tutto sia a posto così.
28/11/2011
Scendo alla fermata di Bockstael, mi faccio indicare la strada per andare alle serre reali del parco di Laeken e mi incammino. Fa freddo. Le serre sono chiuse, mi dice il gendarme, riaprono ad aprile. Mercì, gli rispondo, e mi incammino verso il centro del parco, risalgo la collinetta, seguo i sentieri dimenticandomi che volevo ritornare sui miei passi per entrare al cimitero di Laeken, quello che sta vicino alla grande chiesa che mi sono tenuto sulla sinistra uscito dalla metropolitana. Guardo l’Atomium che riluce nel venticello che raffredda i sei gradi di questo strano novembre, continuo, scendo, mi sposto verso il Planetario, senza una logica ma come seguendo una calamita. Alla fine di Voetballaan lo vedo, con la ruggine che gli mangia l’impianto di illuminazione, soffocato da mille macchine parcheggiate negli spazi che la domenica sono usati dagli spettatori per comprare i biglietti. Mi avvicino, attacco gli occhi ai cancelli per vedere meglio quello spicchio di verde che so essere il campo di gioco. Il 29 maggio del 1985 ero a casa di Antonella per la sua festa di compleanno, lo ricordo come se fosse adesso, ricordo dove e come ero seduto, dove stava la torta e tutto il resto, ricordo che prima c’erano gli sfottò degli interisti e dei milanisti e poi lo stupore e poi il silenzio, sempre senza muoverci da dove eravamo seduti, con gli occhi fissi sullo schermo del televisore a guardare quel che succedeva dove mi trovo adesso, i muri che cadevano e gli ubriachi che correvano e la gente che piangeva. Oggi questo posto si chiama Koning Boudewijnstadion, ma per tutti noi è rimasto l’Heysel. Penso che volevo entrare a visitare un cimitero, e in qualche modo alla fine l’ho fatto lo stesso. E’ un sabato mattina, su Marathonlaan passa soltanto un netturbino al quale chiedo nel mio inesistente francese dov’è la fermata della metropolitana, lui me la indica, cerco in tasca le monete per comprare il biglietto.
[Di solito scrivo i Greetings quasi in diretta, sul posto. Sabato non sono riuscito a farlo. Oggi non ho voglia di parlare con nessuno, e non so, immagino che sia stupido, ma mi pare di aver saldato un debito. Con l’Heysel, credo]
25/11/2011
C’è un momento in cui il grande viale che separa il Palais Royale dal grande parco che porta al Parlamento rimane vuoto. Nessuno sui marciapiedi, niente macchine. Ci sono solo le luci dei fari di una Panda parcheggiata con il muso verso il parco, due cilindri di luce bianca che attraversano il selciato e sono l’unico segno di vita, il resto è foglie e aria fredda e suoni lontani che vengono dal centro. Dura poco, quel momento, dura il giusto per stare con le mani in tasca e le spalle appoggiate al marmo dell’entrata principale del parco ad aspettare, aspettare che la Panda si muova e un uomo passi veloce con una ventiquattrore che gli sfiora la stoffa dei pantaloni gonfiata dal vento.
La Grand Place è piccola, una bomboniera che attraversi in un minuto, forse un minuto e mezzo. In realtà impieghi sempre molto di più perché ti fermi a guardarla, le guglie e le finestre e le pendenze e le bandiere. Non riesci mai a fotografarla come vorresti perché è troppo alta e non hai mai il grandangolo che ti servirebbe. I valloni la chiamano Grand Place, non perché sia grande come dimensioni – non è che un pezzetto della piazza di Carpi – ma per la sua magnificenza. Ma a me piace il nome fiammingo, Grote Markt, che mi dà quest’idea di centro, del posto dove la gente passa come attratta da una calamita e si trova e si fa un cenno di saluto con la testa e infatti gli unici alberi di Natale che ho visto stanno qui, uno enorme in mezzo alla piazza, illuminato dai giochi di luce delle Nuits de Electrabel e l’altro davanti a La Brouette – come si fa a casa, il salotto, il posto dove tutti passano e si fermano e si rilassano un po’.
|
|
|