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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    01/10/2011

    Greetings from Boston – The beach

    Filed under: — JE6 @ 13:25

    Mi piace il momento in cui l’aereo è abbastanza vicino a terra da farti vedere i particolari, quando scende e scende e le cose ti si avvicinano, ma quelle sono case, e guarda quella spiaggia, e allora vedi Revere Beach, capisci che tira vento perché distingui l’increspatura dell’acqua e la bandiera piantata al centro della pista dell’ippodromo, ci sono tre o quattro persone che si sono tirate su i pantaloni e camminano nell’acqua che chissà se sarà tanto fredda, un paio di cani corrono, e quel palazzo rosa proprio in riva al mare, sarà un albergo, sarebbe bello stare lì, seduti su una poltroncina in un balcone al secondo piano, a guardare l’oceano, a guardare gli aerei che atterrano e fare ciao con la mano.

    23/09/2011

    Greetings from Treviso – O soltanto sarà una parentesi di una mezz’ora

    Filed under: — JE6 @ 00:08

    Si muovono come se al mondo ci fossero solo loro, le mani che si tengono salde, strette ma non troppo, le gambe che si incrociano, i fianchi che cambiano direzione con uno scatto improvviso. Girano, seguendo il perimetro della loggia, si portano verso il centro e poi tornano a sfiorare il muro portante e i tre lati aperti, quelli dove la gente come me si ferma a guardarli. Fisso ipnotizzato i piedi, le donne – tutte, senza eccezioni – portano i tacchi alti, anche non altissimi, gli uomini sneakers colorate, o mocassini. Le une eleganti anche negli abiti, gli altri come presi di sorpresa nelle polo con le scritte e i jeans sdruciti. Sono tredici coppie e ballano il tango nella loggetta romanica di Treviso, come una scena di Fellini, come una parentesi di una mezz’ora in una giornata di telefonate e persone da incontare e telefonate aspetta che metto i colleghi in viva voce e dialoghi troncati come sassi caduti in uno stagno. Da un ristorante esce Buffalo Soldier di Bob Marley, poco più avanti il rumore tranquillo del Sile che scorre in Riviera Garibaldi, in mezzo il tango.

    22/09/2011

    Gruesse aus Köln 2011 – Un respiro solo

    Filed under: — JE6 @ 23:34

    Colonia è un respiro tra un aereo in ritardo e una persona da vedere in fiera, è una cena di fretta con la camicia appiccicata sulle spalle, è un tassista che ti porta dalla parte sbagliata della zona pedonale, è un concierge dell’entroterra di Sanremo che non ha perso l’accento a dispetto dei trentacinque anni passati in Germania. Colonia questa volta mi sfugge nella fretta del flipper di questi giorni ma c’è un momento, un momento preciso, è il momento in cui il tram della Schnellbahn si ferma proprio a metà di uno dei grandi ponti che attraversano il Reno, il momento in cui basta voltare la testa per guardare la città vecchia, Altstadt, per fissare le guglie nere della cattedrale nel cielo azzurro e nell’aria fresca dell’estate del nord, per pensare che è sempre bello tornarci, anche se per poco, per un respiro solo.

    21/09/2011

    Greetings from Ljubljana 2011 – La moneta e il coro

    Filed under: — JE6 @ 08:02

    C’è un ponte, si chiama il ponte dei ciabattini, che è quello dove la gente di qui va a suonare, e va a sentir suonare. Passo mentre un trio jazz suona gli ultimi pezzi della sua serata, nel frattempo arrivano tre ragazzi, con la barba e i capelli lunghissimi e gli strumenti sotto braccio, sono quelli che suoneranno dopo, tra una mezz’ora forse, mi giro per guardare gli spettatori, una coppia sulla cinquantina, due ragazze bionde che si passano una sigaretta, e una ragazza dai capelli scuri con gli occhiali dalla montatura grossa che le coprono mezza faccia seduta in equilibrio sulla balaustra del ponte che tiene il tempo con la testa, e quando giro la testa vedo uno dei tre ragazzi con la barba e i capelli lunghi che sta tornando verso i suoi compagni, è vicino alla custodia del sassofono del trio jazz adagiata sull’asfalto per raccogliere le monete dei passanti, lui fa un gesto rivolto ai tre che stanno suonando, si mette la mano sul cuore e sorride e mi piace pensare che sia andato a mettere un euro in quella custodia, come un segno di fratellanza tra artisti di strada, e il contrabbassista ricambia con un cenno della testa. Lascio il ponte, faccio venti o trenta metri, abbastanza per perdere le note che vengono dal ponte, mi avvicino a una pizzeria sulla riva destra del Ljubljanski, c’è silenzio, e da questo silenzio improvvisamente viene fuori un canto alpino del quale non posso capire le parole ma solo seguire la melodia ripetuta tre volte, sono otto uomini vestiti di loden verde, sembrano un coro e cantano come se lo fossero davvero, sono seduti a due tavoli quadrati affiancati, ognuno ha davanti a sè un bicchiere bevuto a metà, io mi fermo, si ferma un uomo in bicicletta e un altro che tiene un bambino piccolo in braccio, si girano i clienti degli altri tavoli smettendo di mangiare, si fermano tutti ad ascoltare questi due minuti incongrui, dal locale che sta a fianco della pizzeria arriva il solito centoventi battute al minuto ma questi otto sono più forti di tutto e quando finiscono applaudiamo, io e i clienti con la pizza a metà e il signore in bicicletta e l’uomo con il bambino piccolo in braccio, un signore da un tavolo grida bravò, loro fanno un sorriso quasi sorpreso, come se per loro fosse normale andare in pizzeria e cantare come angeli, e forse per loro lo è, ognuno riprende il suo bicchiere e beve un sorso, i clienti tornano a mangiare, noi ce ne andiamo via come se nulla fosse successo, perché queste cose non succedono per davvero.

    Greetings from Ljubljana 2011 – Caldarroste

    Filed under: — JE6 @ 08:00

    Ljubljana è uno di quei posti nei quali torni volentieri – ci vuoi proprio tornare appena ne hai la possibilità – non per ciò che di nuovo ci puoi trovare, è piccola, la città vecchia la giri in un paio d’ore a meno di non fermarti in troppi di quei mille locali che stanno in riva al fiume, ma per l’aria che ci respiri. Che ci devi stare per capirla, questo misto di impero austroungarico e globalizzazione, di ricchezza da PIL a due cifre e muri sbrecciati della Jugoslavia che fu, e sotto una specie di tranquillità non indolente che in questi ultimi giorni di caldo viene fuori come una lucertola stesa a bersi una Lasko in santa pace. E allora mi cambio in fretta dopo i cinquecento chilometri di autostrada, e scendo in strada, costeggio il fiume fino ad arrivare a quello che chiamano il ponte triplo e qui sento questo profumo di caldarroste che non se ne andrà più per tutta la sera, un profumo che è come stare seduti davanti al fuoco del camino in piena estate, e non sudare.

    22/07/2011

    Ponte della Libertà

    Filed under: — JE6 @ 08:55

    Quando metti le ruote sopra il ponte, in quell’istante e per quell’istante si ferma un po’ tutto – il mal di testa che ti martella fino a darti nausea, le notizie dalla radio, la telefonata dall’ufficio, la spia della riserva, le cose da fare, le cose non fatte -, rimane il cielo ancora pulito e il milione di riflessi del sole sull’acqua. Sei ancora troppo lontano per vedere quei due piccoli cannoni sulla sinistra, e lo scempio del distributore di benzina all’altro estremo del ponte, socchiudi gli occhi e là, in fondo, vedi Venezia.

    15/07/2011

    Piazza Indipendenza

    Filed under: — JE6 @ 08:05

    Piazza Indipendenza alle due di notte è un mare nero ovale che rilascia il caldo accumulato durante il giorno. Un barbone appoggia le labbra al tubo metallico della fontana. La luce di un lampione si riflette sul nuovo logo del supermercato. Due tassisti parlano, stando seduti sui cofani delle loro macchine. Sotto la grande scritta gialla del Corriere dello Sport un uomo passeggia aspettando qualcuno, arriva una macchina che sembra proprio quella, lui si avvicina al bordo del marciapiede, poi vede il colore, prende il telefono, fissa il display, lo rimette nella tasca, si passa una mano sul volto come se asciugasse delle lacrime. Un autobus attraversa la piazza lungo la corsia preferenziale, via Bachelet, via Palestro, via Villafranca, là in fondo Castro Pretorio. Per un minuto tutto si ferma e sembra il posto più solitario del mondo. Anzi, lo è.

    14/07/2011

    Viale dei Parioli

    Filed under: — JE6 @ 19:35

    Viale dei Parioli alle sette di sera è una fila di alberi e un refolo d’aria che ti libera dal sudore appiccicoso della giornata. Un barista con la faccia dello zio Paulie dei Soprano tiene un piede su una ringhiera mentre Viale dei Parioli alle sette di sera è una fila di alberi e un refolo d’aria che ti libera dal sudore appiccicoso della giornata. Un barista con la faccia dello zio Paulie dei Soprano tiene un piede su una ringhiera mentre parla al telefono, aspettando i primi clienti della sera. Su una panchina cinque donne molto anziane siedono sedute strette l’una vicina all’altra. Una tiene in mano il volantino di un supermercato, arrotolato come un piccolo bastone di carta. I gestori delle bancarelle di libri usati stanno seduti e sembrano addormentati. Due amici arrivano e si siedono a un tavolino del Cafè Hungaria. Si danno il cinque. Un amico telefona, la prossima volta avvisami prima, l’ho fatto quando ho potuto, ma dove sei, davanti alla chiesa dei latinos, quella di piazza Buenos Aires, quella con il mosaico della bandiera argentina, ma sei a piedi, sei matto, no, si sta bene, quando vai in vacanza, manca poco.

    Porta Pia

    Filed under: — JE6 @ 15:38

    Alle tre del pomeriggio Porta Pia è una lastra bianca che fa chiudere gli occhi. Due turisti camminano radenti al muro che fronteggia l’Ambasciata Britannica. Un soldato scosta il basco per asciugarsi il sudore della fronte e si mette in tasca uno smartphone bianco. Dal sottopasso verso Piazza Fiume sale odore di sacchi di juta sfibrati. Fa quel caldo che pensi solo a sopravvivere, respirare piano, cercare l’ombra, fare la strada più breve, sperare che non arrivino né telefonate né messaggi. Anzi, nemmeno pensi. Non pensi a contratti sfumati, riunioni interminabili, appuntamenti saltati, toccate e fuga. Non pensi a nulla. Là in fondo, al termine di quella piccola discesa, gli alberi, e il portone.

    08/06/2011

    Gruesse aus Nurnberg 2011 – Altstadthof

    Filed under: — JE6 @ 23:38

    Ci sono giorni che stai dalle nove di mattina alle sei di sera dentro due padiglioni alti e pieni di gente, con la sveglia del telefono che ti avvisa per sette o otto volte “fra un quarto d’ora, stand A414” e allora fai mente locale – con chi devi parlare, e di cosa – e quando esci piove e fa freddo e ti rendi conto che devi aver fatto casino prenotando l’albergo o che Expedia ha un concetto di città piuttosto esteso perché ti ritrovi in un paesino di campagna, bello lindo e silenzioso ma nel quale stasera proprio non te la senti di fermarti. Sono quei giorni che ti cambi e vinci la stanchezza biblica che ti pervade e punti diretto verso il centro, passi il ponte sul fiume, attraversi la piazza del mercato, costeggi le mura del castello puntando verso un luogo preciso – e non è solo perché hai fame che ci stai andando, è che la città la conosci, l’hai già girata, l’hai vista con il sole e con la pioggia, con il caldo asfissiante della prima volta e con il freddo di quella sera che hai trovato per caso un amico olandese e ci hai bevuto un paio di birre assieme, e insomma ti puoi permettere di volere semplicemente andare a sederti lì, alla Hausbreuerei Altstadthof, che è piccola e non è forse la più caratteristica fra tutte, ma è quella con la lavagna che riporta una frase di Martin Lutero – “Wer kein Bier hat, hat nichts zu trinken”, chi non ha una birra non ha nulla da bere – è quella dove, vai a sapere perché, ti senti come a casa, come sul tuo divano, e infatti quando ti rialzi e paghi e esci lo fai per andare a letto, a fare i turisti ci pensiamo un’altra volta, ci pensiamo l’anno prossimo.