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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    16/10/2012

    Greetings from Las Vegas 2012 – Resti

    Filed under: — JE6 @ 17:52

    Alle otto del mattino la Strip inizia il suo risveglio – qualche turista mattiniero, un paio di persone il cui appuntamento di lavoro viene tradito dalla giacca che altrimenti nessuno usa, una manciata di runners, tanto lo spazio non manca. Come tutte le vie del divertimento notturno, ti pare di vederla stirarsi, girarsi un’ultima volta sul fianco, stropicciarsi gli occhi prima di lavarsi la faccia e prepararsi ad un’altra giornata di lavoro. Non manca mai la luce sulla Strip, di notte quella dei casino e dei bar e dei ristoranti e dei fanali delle macchine ferme su quattro colonne ai semafori degli incroci che portano i nomi dei resort, di giorno quella del deserto del Nevada. Ancora per un paio d’ore sembra un altro mondo, e di quello che da poco è andato a dormire rimangono solo alcuni resti sparsi lungo i marciapiedi – le figurine delle ragazze “twenty minutes direct to you”, identiche a quelle del nostro album dei calciatori, nude, ammiccanti, con il prezzo in vista e l’elenco delle carte di credito accettate per il pagamento.

    15/10/2012

    Greetings from Las Vegas 2012 – Fake it till you make it

    Filed under: — JE6 @ 18:39

    Forse sto venendo a patti con Las Vegas. Non mi piace, il che significa che preferisco due o tre dozzine di altri posti al mondo; ma ho capito che possiamo convivere. E’ un posto finto, dicono tutti. Lo dicevo anch’io. Eppure, passando dalle ricostruzioni delle rue parigine a quelle delle piazze romane, dai canali veneziani ai laghi comaschi, dai ponti di Brooklyn ai leoni dell’MGM non si fa altro che muoversi da uno spettacolo all’altro. Vero (o falso) esattamente quanto quelli che vediamo in televisione, o al cinema. Passiamo il tempo a venerare il walk-and-talk sorkiniano e a rivedere Patrick Swayze far sbocciare il brutto anatroccolo, idolatriamo quelli che salgono il Mortirolo a venti all’ora e spendiamo soldi per guardare Daniel Craig che si aggiusta i polsini mentre sta per far esplodere una bomba termonucleare, e lo facciamo con giusta convinzione: pensando che quello che abbiamo davanti agli occhi sia il vero? Non scherziamo. Ieri pomeriggio l’albero parlante del Bellagio ha detto “Today I’m here to bring you a smile”, e quando abbiamo sentito quelle parole abbiamo sorriso tutti – tutti: era tutto vero, come erano, come sono vere tutte le cose che stanno qui, con tutta la malinconia che portano dentro di sé i giochi, quelli belli.

    14/10/2012

    Greetings from Las Vegas 2012 – Elvis

    Filed under: — JE6 @ 21:13

    Sono le dieci meno dieci di una domenica mattina di ottobre, i marciapiedi della Strip sono ancora vuoti come gli uffici di un’azienda in piena notte e pare di guardare un adolescente che dorme dopo una nottata passata con gli amici. Fa caldo, anche oggi si passeranno i trenta gradi, saranno canottiere e infradito e occhiali da sole. Mi fermo a guardare i palazzi di Prada e Gucci e Fendi e Tom Ford, quelli che quattro anni fa non c’erano ancora, due poliziotti scendono da una macchina uguale a quella dei Blues Brothers e tirano fuori dal baule due biciclette con le quali tra poco andranno di servizio lungo i marciapiedi. Mi viene incontro un uomo, vestito e truccato come l’Elvis di fine carriera, gli stessi occhiali, le stesse scarpe, gli stessi chili di troppo. Tiene un microfono in mano, lo seguo con lo sguardo per vedere dove ha deciso di fermarsi per il suo spettacolo; invece continua a camminare, con il passo lento e un’espressione vuota e triste, cammina lungo la Strip verso l’MGM, da solo. Forse sta tornando a casa, mi dico, forse non sa proprio dove andare a quest’ora della mattina. Passa una macchina, rallenta puntando verso il marciapiede, vedo il guidatore fare un segno di saluto con la mano mentre suona il clacson, ed Elvis risponde con un piccolo cenno del microfono, senza fermarsi.

    03/10/2012

    Greetings from Zagreb – Broken

    Filed under: — JE6 @ 22:08

    Dimentico in albergo la mappa del centro e allora mi faccio lasciare alla cattedrale e poi cammino senza una meta precisa, guardandomi intorno, passando in mezzo ai cento maxischermi che trasmettono tutti la partita della Dinamo in un gigantesco surround. Ho preso questa brutta abitudine, di guardare i posti nuovi dove mi trovo pensando a quelli vecchi, qui sembra Belgrado e qui Trieste e qui Buda (o Pest? Quella sulla collina, insomma) e qui Castel Tirolo, come se ogni luogo fosse un puzzle di altri luoghi ogni volta rimescolati. Ma ogni pur piccolo e sperduto villaggio ha qualcosa di suo, di proprio, e Zagabria non fa eccezione: e l’eccezione ha le finestre basse aperte su una via di acciottolato, le luci basse ma non troppo e un nome inglese. Si chiama Museum of Broken Relationships, l’anno scorso ha vinto il premio di Most Innovative Museum in Europe e fino a tarda sera permette di vedere una collezione di oggetti che donatori anonimi hanno regalato per ricordare catarticamente la fine di un amore. C’è di tutto, e da ogni parte del mondo, una banconota svedese, un paio di scarpe dalle Filippine, una parrucca rossa da New York, un paio di manette da Singapore, le mani di un manichino, un’ascia usata per fare a pezzi in quattordici giorni ogni singolo pezzo di un arredamento costruito insieme, una chiave, la chiave del cuore (“you just didn’t want to sleep with me. I realized how much you loved me only after you died of AIDS”), la lettera di un ragazzo di 13 anni scritta a una ragazza conosciuta per tre giorni mentre erano tenuti in ostaggio dall’esercito serbo fuggendo da Sarajevo, un numero di Zagor in turco – il gioiello è una collezione di sacchetti di carta per il vomito, quelli che danno in aereo: “I think I still have those illustrated safety instructions as well, showing what to do when the airplane begins to fall apart. I have never found any instructions on what to do when a relationship begins to fall apart, but at least I’ve still got these bags”. Quando esco, la Dinamo sta perdendo due a zero a Kiev.

    Greetings from Zagreb – Savska Cesta

    Filed under: — JE6 @ 14:27

    Sembra estate quando esco a mangiare qualcosa, il cielo azzurro senza una nuvola e un caldo feroce. Ho avuto freddo per tutta la mattina mentre attraversavo l’ultimo pezzo di notte italiana e la nebbia delle colline al confine tra Slovenia e Croazia, forse non sto bene, forse sono solo un po’ stanco, so solo che questo sole inaspettato ci voleva. Cammino lungo Savska Cesta, verso il centro, e penso che se mi avessero chiesto di immaginare una città della ex Jugoslavia avrei dato questa immagine, un po’ di medioevo prossimo venturo, le ragazze tutte altissime, i tram azzurri sferraglianti e stracolmi. Guardo una casa bassa alle spalle di un parcheggio sterrato, con mille panni stesi ad asciugare e un capofamiglia seduto dietro baffi enormi a guardare due bambini che corrono proprio come mi capitava di vedere nel campo nomadi di via Triboniano, un gommista che ha visto tempi migliori, centinaia di sedicenni appena usciti da scuola, uno più biondo dell’altro, uno più bello dell’altro – ma a quell’età non puoi non essere bello -, il palazzo di una banca italiana che avrebbe bisogno di una rinfrescata e i vetri lucenti come gli occhiali di uno sciatore della concessionaria Citroen. L’incrocio che porta all’autostrada per Ljubljana e Maribor funziona da spartiacque, da una parte il paese affaticato e sgangherato, dall’altra quello del terziario avanzato, e in mezzo passano, nei pochi secondi di un semaforo verde, biciclette e Mercedes.

    20/09/2012

    Greetings from Shanghai 2012 – At the Fairmont Peace

    Filed under: — JE6 @ 18:19

    Tutto sommato, credo che il Bund sia la più bella via del mondo, almeno di quello che ho visto io, più di qualsiasi via italiana, più della Fifth Avenue, più del Royal Mile, più degli Champs Elysées. Non mi viene facile spiegare perché, se sono i palazzi coloniali di Zhongshan East Road o le centinaia di migliaia di persone che percorrono l’eterno lungofiume dalla statua del sindaco – quello che avevo scambiato per Mao, si vede che per avere la carica bisognava assomigliargli – verso l’Hotel Indigo e oltre ancora, se è la visione dello skyline di Pudong con i grattacieli altissimi e coloratissimi o se sono i galeoni illuminati come alberi di Natale che portano i turisti lungo lo Huangpu, se è tutto questo o altro ancora non lo so, e in fondo importa poco. So che mi piace camminarci, guardare le luci, passare alle spalle delle coppie che si scattano fotografie, fare no con la testa alle cento offerte di lady-sex-massage, fissare la nebbiolina di umidità e inquinamento fino a quando ho le stelline negli occhi. E so che mi piace tornare in Nanjing Road, tenere il marciapiede di destra ed entrare al Fairmont Peace Hotel, che viene dritto da un’altra epoca e un altro mondo, guardare le magnifiche foto in bianco e nero che mostrano Duke Ellington e Louis Armstrong e Benny Goodman viaggiare spesati dal Dipartimento di Stato in India e in Pakistan e in Iraq quando ancora si credeva che la musica e l’arte fossero qualcosa di cui essere orgogliosi al punto da usarle come strumenti di diplomazia, immaginare Churchill che scende dalle scalinate di marmo, mi piace fermarmi a fare quattro chiacchiere con la ragazza vestita di nero che mi chiede would you like to drink something sir, risponderle che sono qui proprio per quello, sorridere quando mi saluta con le sole parole di italiano che conosce – ciao bello -, mi piace entrare al bar del Fairmont Peace che una volta si chiamava Cathay Hotel e sedermi a un tavolo d’angolo e chiedere un Singapore Sling e ascoltare questo gruppo di anzianissimi jazzisti cinesi suonare qualsiasi cosa gli passi per la testa – l’altra sera han fatto persino un pezzo dei Beatles e gliel’ho perdonato perché questi sei uomini hanno l’immenso e salvifico potere di chiudere il resto del mondo fuori dalla sala fatta di legni scuri e vetri antichi, e tutti aspettano il momento in cui i fiati si alzano in piedi e suonano le percussioni e ti pare di vedere il maestro di Karate Kid, solo con le maracas in mano, e giri la testa verso l’entrata, e ti dici adesso entra la Hayworth e allora sì che muoio felice.

     

    Greetings from Shanghai 2012 – Piedi

    Filed under: — JE6 @ 13:17

    All’incrocio tra Xizang Lu e Jiujiang Lu siamo in tanti, fermi ad aspettare che il semaforo torni verde. C’è il solito caldo appiccicaticcio e inquinato di sempre, e le folate di aria che vengono dal canalone pedonale di Nanjing non fanno altro che alzare sudore e gas di scarico. Porto gli occhi verso il basso. Là in mezzo guardo un piede di donna, vestito da una scarpa elegante, tacco alto ma non troppo, che regge il peso di uno scooter rosso con una ruota in strada e una sul marciapiedi. Alzo gli occhi, seguo la gamba della donna, la gonna nera poco sopra il ginocchio, la camicetta bianca, la borsa, la pettinatura curata – potrebbe essere una middle manager, una executive assistant, una qualsiasi tra le quasi venti milioni di persone che vivono qui che ha un biglietto da visita stampato su due lati, uno scritto in cinese e l’altro in inglese, una con un appartamento né grande né piccolo, con uno stipendio abbastanza buono da potersi pagare dei buoni vestiti, un parrucchiere, un ristorante, un fitness club, un biglietto di un treno ad alta velocità. Riporto gli occhi in basso, a pochi centimetri da quel piede ce ne sono altri due, di uomo, distesi su un fianco, neri di uno sporco ormai preistorico, tagliati, pieni di croste. Muovo lo sguardo in orizzontale, verso sinistra, seguo la linea di un pezzo di tela che un tempo era un pantalone, poi all’altezza del ginocchio non vedo più nulla, il corpo sdraiato per terra al semaforo tra Xizang e Jiujiang scompare in mezzo alle cento, duecento, mille persone che aspettano il verde del semaforo e il fischio del vigile urbano per muoversi andando a ricreare l’ennesima immensa fiumana che riempie ogni centimetro della città. Il semaforo cambia colore, il vigile urbano fischia, la punta del piede della donna spinge quel tanto che basta per muovere lo scooter verso il centro della strada. Mi muovo anch’io, e i piedi dell’uomo spariscono nella folla.

    19/09/2012

    Greetings from Shanghai 2012 – Size matters

    Filed under: — JE6 @ 12:30

    Per andare a Wuxi prendiamo la linea 2 della metro di Shanghai, partendo dalla fermata di People’s Square, che alle otto del mattino è solo incredibilmente grande e affollata. Arriviamo fin quasi al capolinea, alla stazione di Hongqiao, che alle nove del mattino è solo incredibilmente sterminata e occupata militarmente da file britanniche di passeggeri in attesa che le porte di accesso ai binari sulle quali campeggia la scritta “No ticket no boarding” si aprano, per chiudersi rigorosamente tre minuti prima della partenza del treno. Guardiamo i centotrentacinque chilometri di cavalcavia, grattacieli, paludi, alberi e pagode scorrere in trentadue minuti netti. Scendiamo a East Wuxi, do un’occhiata veloce a Wikipedia e apprendo che stipate in milletrecento per chilometro quadrato nel distretto locale abitano poco meno di sei milioni e mezzo di persone – chiedo al mio collega se aveva mai sentito nominare questo posto che è più popolato di diciannove delle venti regioni italiane e lui mi guarda come per dire “secondo te? hai idea di quante città così ci siano in Cina?”. Arriviamo a Xinqiao Town negli uffici dell’azienda con cui abbiamo appuntamento, un gruppo tessile che si è costruito un headquarter a somiglianza del Reichstag e ha pure una propria bandiera rossa con un cerchio bianco che contiene una scritta nera, che a vederla da lontano mossa dal vento ci impieghi un po’ a realizzare che non è una svastica. Il proprietario è un signore che ama i cavalli, e quindi per suo diletto si è costruito una struttura da dressage, adornata da tre sobri mulini a vento più grandi di quelli di Kinderdijk, che si è meritata un qualche posto sul Guinness dei primati. E’ tutto, tutto, tutto enorme, tutto quello che vediamo in questi giorni è enorme, i suoni che sentiamo sono enormi, il traffico che ci blocca è enorme, la quantità di gente che passeggia sul Bund è enorme, i quartieri popolari sono enormi, è enorme il nostro stupore anche se entrambi ci siamo già stati da queste parti – e loro, i cinesi dico, passano davanti a tutto questo apparentemente indifferenti, senza orgoglio, senza we are number one, come se tutto fosse solo la necessaria e inevitabile conseguenza della loro semplice esistenza sulla terra.

    18/09/2012

    Greetings from Shanghai 2012 – New World

    Filed under: — JE6 @ 17:40

    Siamo al quarantasettesimo piano del grattacielo nel quale alloggiamo questa settimana. Sono le undici di sera e guardando fuori dalle vetrate del disco volante messo in cima al palazzo mi ricordo una sera in cima alla Sears Tower di Chicago, fuori c’era lo stesso panorama, grattacieli, nuvole, aerei in atterraggio e le lunghissime serpentine rosse e bianche di macchine ferme là sotto, qualche centinaio di metri più in basso. Questo albergo porta il nome di New World, e immagino che il nuovo mondo sia la Cina nella quale è stato costruito, quella fatta dai diciannove milioni di persone in mezzo alle quali ci muoviamo faticosamente tra clacson, motorini, vetrine scintillanti, poliziotti che marciano al passo dell’oca, offerte di prostitute, hi-tech park, ideogrammi, smartphone, e mi chiedo quanto sia davvero diverso, questo nuovo mondo, da quello vecchio che dovrebbe o vorrebbe sostituire – la band del bar del disco volante ha appena finito “Bette Davis Eyes” e attacca “Sultans of Swing”.

    12/09/2012

    Gruesse aus Koeln 2012 – Il posacenere

    Filed under: — JE6 @ 21:09

    Non so che fine abbia fatto, se sia caduto scheggiandosi irreparabilmente o se sia rimasto vittima, magari involontaria, di uno dei repulisti che ogni tanto si fanno nelle case per respirare, cambiare, guadagnare spazio da riempire di ogni cianfrusaglia nei giornie mesi e anni a venire. Era uno dei miei primi ricordi, un posacenere di metallo scuro, quasi nero, che raffigurava il Duomo di Colonia. Stava su un tavolino, in un angolo del salotto di casa. Lo aveva portato mio zio, uno dei molti fratelli di mio padre, un souvenir dalla città dove era andato a vivere – prima il Canada, poi la Germania (o forse viceversa: ma in fondo, se non ti fermi, l’ordine conta poco) -, regalato al fratello e alla cognata a dispetto del loro non essere fumatori: ma erano altri tempi, quando non ci si doveva vergognare di tenere in casa un oggetto come quello. Mio zio, questo zio, l’ho conosciuto solo dopo il suo ritorno in Sardegna, e ricordo che da bambino rimanevo affascinato a guardare questa macchina che si era portato dalla Germania come una specie di prova che lui c’era stato per davvero, credo fosse una Ford Taunus, aveva ancora la targa originale e pareva enorme se confrontata con la nostra 500L. Poco fa sono uscito dalla stazione e sono entrato nel Duomo, e guardando la bellezza paurosa e rasserenante di questo gioiello – i colori delle vetrate, la perfezione delle colonne – mi sono chiesto per la millesima volta quale motivo abbia portato mio zio a lasciare questo posto e tornare al paese, rispondendomi per la centesima volta che partenze e rientri spesso non sono voluti, sono figli bastardi del caso e del bisogno e per questo non vanno giudicati; allora esco e cammino per Altstadt fino a tornare in riva al Reno dove rimango a guardare i ponti e le chiatte lunghissime, e per quanti sforzi faccia non riesco a non pensare che se mio zio si fosse fermato qui a Colonia riuscirei a vederlo più spesso di quanto non succeda nella vita vera, e oggi andrei a mangiare a casa sua, ci scambieremmo le notizie di casa, lui parlerebbe con l’inconfondibile accento degli emigrati di lungo corso, mi offrirebbe un bicchiere di vino sardo che io berrei senza dirgli che avrei preferito la Kolsch da 0,20 che si beve qui e forse faremmo una passeggiata in centro, fino al Duomo, e lo guarderemmo, lui come si fa con le cose di casa, e io ricordando un posacenere.