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11/11/2010
L’uomo saluta il meccanico, ci vediamo tra un’ora, sì tra un’ora dovrebbe essere pronta, e si incammina sul marciapiede. Sono le dieci di una mattina qualunque, la statale che esce dalla città e attraversa una fila di paesi fitta come la collana di perline di plastica che sua nipote ha confezionato all’asilo è bloccata da un incidente, e per un breve tratto l’asfalto si svuota e scende una specie di silenzio con il quale nessuno sa come avere a che fare. L’uomo attraversa il piccolo parco, al primo incrocio si ferma a guardare una classe di bambini che si tengono per mano a due a due, in attesa di salire su un pullman che li porterà all’acquario o al museo di storia naturale, le cartelle più grandi di loro e i giubbotti gonfi dell’ansia delle madri per il primo freddo, poi prende una strada secondaria, guarda la metropoli sciogliersi in vecchie case che un tempo ospitavano famiglie fatte da molti figli e nonni vecchissimi e qualche zia vedova, case che non hanno giardini curati da avventizi peruviani ma fazzoletti di orto nei quali crescono verdure grigie e rachitiche, osserva le ragnatele ancora pesanti di rugiada mentre in lontananza il raccordo autostradale continua a pompare traffico dalla provincia verso la città. La macchia colorata di giallo e blu della tuta di un ciclista attraversa la via. L’uomo cede il passo a una signora molto anziana che si trascina un carrello della spesa, e due muratori che si dirigono verso un cantiere vicino, entra in un bar che un tempo frequentava più spesso, si guarda intorno senza riconoscere nessuno, ordina un caffè, sfoglia un giornale, controlla le ore. Esce dal bar, lentamente si incammina verso l’officina dove, quando arriva, il meccanico lo saluta dicendogli che le chiavi sono appoggiate sul sedile, non c’è stato bisogno di fare quel lavoro ma ripassa tra diecimila chilometri, va bene allora ci vediamo a gennaio, febbraio al massimo, io sono sempre qui, sono ventun anni che sono qui, lo so, quando ne fai venticinque ti offro da bere. L’uomo sale in macchina, il meccanico si avvicina al finestrino guardando la statale che torna a riempirsi di traffico, mi sa che hanno liberato la rotonda del centro commerciale, credo anch’io risponde l’uomo, succede sempre così, così come, così, il primo giorno di nebbia, come il primo giorno di pioggia forte, la gente non sa più guidare, hai ragione, bon, vado, ci vediamo, a presto, a presto e ricordati che mi devi offrire da bere.
06/11/2010
Il ragazzo aspetta sul marciapiede, le mani in tasca, una gamba piegata con il piede appoggiato al muro, la borsa morbida lasciata per terra. Si guarda intorno, strizza gli occhi quando incrocia i raggi del sole dell’inizio dell’estate, fa passare lo sguardo sulle vecchie palazzine nobiliari, le palme, le tende, ascolta il silenzio di una via centrale che per motivi a lui sconosciuti sfugge al traffico. Ogni tanto guarda verso l’incrocio che sta alla sua destra, a un centinaio di metri di distanza.
La ragazza arriva dopo una decina di minuti, rallenta e accosta guardando dritta avanti a sé. Parcheggia, prende la borsa dal sedile del passeggero, scende, si avvicina al ragazzo. Si salutano scambiandosi un bacio sulla guancia. Sono in ritardo, dice lei, vai, non ti preoccupare, risponde lui. Lei sorride, lui le dice quanto ti stanno bene questi jeans, lei sorride ancora e guarda la borsa di lui lì, sull’asfalto del marciapiede. A che ora parti, gli chiede anche se lo sa benissimo, fra un paio d’ore dice lui, che poi fa un cenno verso un giardino custodito da un cancello in ferro battuto, ci sono le palme, dice, sì, risponde lei. Fai buon viaggio, gli dice, adesso vado. Lui non dice niente. Si china, raccoglie la borsa. Ti stanno davvero bene questi jeans, sai. Adesso vado, ci sentiamo dopo, sì, ciao, ciao, vieni qui, siamo in mezzo alla strada, lo so, vieni qui, il ragazzo allarga le braccia e la stringe, senza dire nulla.
28/10/2010
L’uomo cammina sul marciapiede. E’ giovane, elegante, il vestito gli calza a pennello, la camicia perfettamente stirata, il nodo della cravatta ben stretto. Tiene con la mano sinistra una ventiquattrore di cuoio, con la destra il telefono all’orecchio. Ascolta. Ogni tanto interrompe il flusso di parole che gli arrivano con un “ho capito”, un “possiamo parlarne”, un “come vuoi”. Termina la telefonata in silenzio, infila il telefono nel taschino della giacca. Con la punta della scarpa sposta un sasso, prima a destra e poi a sinistra. Si china, prende il sasso in mano, lo soppesa con lo sguardo assente. Improvvisamente lo scaglia, con un movimento lungo e violento del braccio e una frustata del polso. Una ragazza che esce da un negozio vede il finestrino di una macchina parcheggiata infrangersi in cento pezzi, mentre l’uomo riprende a camminare.
22/10/2010
Il gruppo esce dal ristorante e si avvia verso il parcheggio. Piove, e si inizia a sentire il freddo umido della pianura padana che entra nell’inverno. Dopo qualche minuto, come sempre succede, si formano dei gruppi più piccoli, tre o quattro persone, quelle che hanno passato la cena insieme perché sedevano vicine, quelle che approfittano degli ultimi scampoli della sera per scambiare le quattro parole che non sono riuscite a dirsi prima. Là, all’inizio della colonna che apre gli ombrelli o che cerca un po’ di riparo sotto i cornicioni del centro storico, restano in due. Camminano un po’ più veloci degli altri, chissà se per abitudine o cos’altro. La donna prende sotto braccio il ragazzo, e questo inizia a parlare con frasi interrotte, come intimidito, o confuso, o rassegnato. Lei lo ascolta, e quando lui fa una pausa un po’ più lunga lei entra nella breccia, inizia a parlare e va avanti a lungo, accompagnandosi con gesti lenti di una mano che sembrano voler dire purtroppo ne so più di te. Lui fa un cenno con la testa, forse dice sì hai ragione, forse dice va bene ci penso. Il gruppo si riunisce al parcheggio, piove un po’ meno, molti chiudono gli ombrelli per potersi salutare più comodamente, allora ci vediamo la prossima settimana, va bene, proviamo a cambiare ristorante, d’accordo, la donna stacca la mano dal braccio del ragazzo, il mio numero ce l’hai se hai bisogno, sì grazie, mi ha fatto piacere, grazie di tutto, ma di cosa, mandami un messaggio quando arrivi a casa.
03/10/2010
Ehi.
Ehi.
Posso entrare?
Sei già dentro, direi.
Cosa fai?
Studio.
Cosa?
Latino.
Ah. E’ difficile?
Abbastanza, sì.
Sì.
E tu? Non hai niente da fare?
Ho finito i compiti, e domani andiamo all’acquario.
Capito.
…
…
Mi prendi in braccio?
Cosa?
Mi prendi in braccio?
Occazzo.
Non dire le parolacce, la mamma non vuole.
Lo so. Appunto, perché non vai dalla mamma?
E’ andata a fare la spesa.
E vieni da me.
Sei mia sorella.
E tu sei il mio fratellino, vero?
Mi prendi in braccio?
…
Dai.
Vieni qui.
Grazie.
Comodo?
Sto bene.
Mi fa piacere.
Ehi.
Ehi.
Ti voglio bene.
Anch’io, cazzo.
29/09/2010
L’anziano signore siede da solo, al tavolo con il piano di marmo che gli viene tenuto riservato fin da quando il mondo era un’altra cosa. Ordina una limonata e un bicchiere d’acqua. Anzi, glieli portano senza che lui li chieda. Appoggia le mani sulla superficie liscia, e guarda dritto avanti a sé, trapassando le lenti degli occhiali e gli zaini dei turisti e le gonne al ginocchio delle amiche del sabato. Dalla tasca destra della giacca estrae una piccola radio portatile, alza l’antenna e la avvicina all’orecchio. Dopo qualche minuto la spegne, e torna a fissare qualcosa che nessuno vede tranne lui. Alle sue spalle un taxi si ferma vicino all’entrata del vecchio caffé e fa scendere due turiste giapponesi. L’anziano signore tira fuori dall’altra tasca della giacca un blocco, come quelli che usano i giornalisti per prendere le loro note, apre una penna blu e inizia a disegnare. E’ la figura stilizzata di una donna. A un tavolo vicino, una ragazza dai capelli lunghi e neri fissa l’anziano signore. Lo guarda con tutta l’attenzione del mondo, come se l’universo si fosse concentrato dietro quelle spesse lenti, in quel bicchiere di limonata. La ragazza apre la borsa che ha appoggiato sul sedile di velluto rosso, e tira fuori un’agenda dalla copertina nera, con l’elastico che tiene chiusi i due lembi. La appoggia davanti a sè, la guarda e poi torna con lo sguardo sull’anziano signore. Tira un lungo respiro, prende in mano l’agenda e la borsa, si alza e si avvicina all’anziano signore. Permette, gli chiede, e senza attendere risposta perché non vuol dargli tempo di dire no gli si siede a fianco. Allarga l’elastico, apre l’agenda, fruga nella borsa dalla quale fa emergere una biro dal cappuccio mangiato e inizia anche a lei a disegnare, la sagoma di una montagna con un sole lontano che forse tramonta o forse albeggia. L’anziano signore guarda ancora dritto avanti a sé, senza dire una parola. La ragazza, a voce bassa, gli dice non lo facevo più da quando andavo a scuola. L’anziano signore sorride piano, prenda una limonata anche lei, le dice.
02/09/2010
Ogni tanto si sedevano sul muretto, quello che senza nessun motivo che agli occhi altrui sarebbe sembrato valido sentivano “loro”, e si rilassavano. Lui le diceva delle cose piccole, stai bene con questi jeans, lei sorrideva un po’ contenta e un po’ imbarazzata, a volte facevano dondolare le gambe, a volte, se faceva molto caldo, si toglievano le scarpe. Capitava che lei iniziasse a parlare, e gli raccontasse di una persona che lui aveva conosciuto di sfuggita, ricordando fatti, e persone, e viaggi, e lui stava ad ascoltare in silenzio, interrompendola ogni tanto con un oh, un davvero, rendendosi conto di quanto non si conoscono mai davvero bene le persone, di quanto queste possono sorprenderti, never judge a book by its cover, lei andava avanti e lui godeva dello stare ad ascoltarla, del poter essere seduto su quel muretto a farsi riempire dalla serenità inaspettata e invincibile di quella voce, fino a quando lei si fermava e diceva ecco, tutto qui, e allora rimaneva un lungo momento di silenzio, lei guardava un punto indistinto davanti a sè, lui sorrideva, ti ho già detto che questi jeans ti stanno molto bene, vero?
03/08/2010
Il ragazzo accende il motore guardando la ragazza entrare nel portone del suo palazzo di periferia. Quando sparisce dalla vista, spegne. Rimane con lo sguardo fisso sulla luce del semaforo – verde, giallo, rosso, verde. Una donna attraversa la strada con un dobermann al guinzaglio. Il ragazzo appoggia il telefono sul sedile vuoto e caldo. Lo guarda ogni minuto, sapendo che non suonerà, che non si illuminerà, che rimarrà muto per ore e giorni. Mette un cd a caso nell’autoradio. “Razor blades of love”. Abbassa il finestrino. Sputa. Rialza il finestrino. Passano le ore. Appoggia la testa sul volante. La batteria del telefono si scarica. All’altro capo della via arrivano gli spazzini per la pulizia notturna delle strade.
19/06/2010
Aveva avuto mal di testa per tutto il giorno. Per un po’ aveva provato a ricordare cosa avesse fatto la sera prima, con chi fosse stato, in quale albergo di terz’ordine si fosse fermato. Poi aveva rinunciato. Si alzò dal divano, andò in bagno, si fissò nello specchio. Vide che aveva gli occhi iniettati di sangue, in un modo così evidente che pareva fosse stato preso a pugni, senza però averne né i dolori né i lividi. Decise di tornare a sdraiarsi – un po’ di riposo non mi può far male, pensò. Accese la televisione per avere quel rumore di sottofondo che lo aiutava a prendere sonno. Era ancora seduto quando, con un gesto istintivo, si sfregò gli occhi. Sentì dell’umido sulle dita. Umido e appiccicoso. Si guardò i polpastrelli e li vide rossi. Sangue. Molto sangue. Sentì il liquido scendere piano lungo il viso, giù verso la bocca. Sentì la testa che esplodeva e le pupille che si perdevano, come se ciò che aveva là sopra, dentro di sé, stesse uscendo tutto, come un fiume al quale viene tolto un ostacolo, come un bicchiere che si rovescia. Completamente accecato, mentre perdeva i sensi senza sapere se li avrebbe mai più recuperati, riuscì solo a pensare “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”.
01/06/2010
Quando i due uomini entrano, il locale è ancora vuoto. Fuori una donna scarica dalla sua 4×4 i sacchetti della spesa, nel silenzio della frazione incastrata nei boschi delle colline brianzole. Uno dei due guarda il telefono, l’altro ride – mettiti tranquillo, dice, qui non c’è mai stato segnale, devi scendere in valle per poter usare l’aggeggio. E forse sarà quello, forse sarà che i due sono amici e non si vedono da troppo tempo, ma le tre ore che seguono sono scandite solo dalle loro parole e dalle bottiglie di birra a gradazione crescente che arrivano e lasciano il tavolo. Sono loro e solo loro, come dovrebbe essere sempre, senza nessun altro con cui dover condividere tempo e cervello, come le regole della buona educazione e dell’amicizia insegnano senza essere mai ascoltate. Rimane tutto fuori, le beghe di lavoro e le foto delle feste e le amiche preoccupate e le bollette da pagare, rimane tutto fuori perché è tutto dentro, conoscenze comuni, ricordi d’infanzia, amori nascosti, nomi che si ripetono. Quando i due uomini escono, il locale è ormai pieno. Fa quasi freddo nella notte serena, ed entrambi pensano che di sere così ce ne vorrebbero di più, che le persone che contano davvero sono poche e andrebbero curate meglio, che gli amici sono amici e gli altri sono semplici conoscenti, che la strada è lunga e c’è una telefonata da fare.
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