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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    06/01/2009

    (S)Brico

    Filed under: — JE6 @ 16:25

    Li guardo sempre con invidia, come mi capita di fare con quelli che in pieno luglio viaggiano nella metropolitana di Milano, il nodo della cravatta ben stretto, la camicia stirata e la fronte asciutta anche dopo un’intera, lunga giornata di lavoro. Osservo le loro mani muoversi sicure, propaggini di veri esemplari di homo faber, capaci di impugnare strumenti e utensili e – soprattutto – consapevoli delle loro azioni, avviti A, stringi B, incastri C, e il risultato finale è inevitabilmente quello previsto e richiesto, una libreria dritta e solida, le catene per la neve strette e sicure, la parete tinteggiata senza sbavature. Sono quelli che sanno montare una tenda, accendere un fuoco, smontare e rimontare un sifone senza trovarsi attoniti a guardare una rondella raminga, riconoscere un sentiero nel bosco – sono quelli che sanno fare. Mentre li osservo, penso che io sono la dimostrazione vivente che Carletto Darwin ci aveva azzeccato con la storia della selezione naturale ma non aveva tenuto conto sia dell’infinita capacità di adattamento al ribasso degli esseri viventi, sia del denaro che ti può comprare le capacità che tu non hai – basta pagare e qualcuno che usa il cacciavite al tuo posto lo trovi sempre, dev’essere per quello che la qualità della razza umana si è tanto abbassata.

    26/12/2008

    Rispettabile

    Filed under: — JE6 @ 15:28

    L’ultima volta che ci siamo visti è stata circa un anno e mezzo fa. Sono entrato nel suo ufficio, ci siamo stretti la mano, abbiamo scambiato quattro chiacchiere sul lavoro, i clienti che non pagano, la concorrenza, le vacanze ormai prossime. Poi siamo usciti per andare a mangiare, una trattoria della periferia bresciana nella quale ci siamo seduti per ultimi e dalla quale ce ne siamo andati sempre per ultimi, dopo che tutti gli avventori, nessuno escluso, sono usciti dal locale rallentando il passo in prossimità del nostro tavolo per guardare bene quella strana coppia, uno nel suo gessato estivo, l’altro in tailleur con pantalone, uno con le scarpe di cuoio di foggia inglese, l’altro con le ballerine numero 46, uno con la cravatta bordeaux, l’altro con un top rosa. Qualche anno prima saremmo passati inosservati, saremmo stati entrambi due rispettabili signori impegnati in un pranzo di lavoro, due come cento o mille altri. In quel momento, invece, eravamo i protagonisti di un numero da circo di terz’ordine, l’uomo che diventa donna, l’ultima vocale del nome che da “o” diventa “a”, il fenomeno da baraccone. Siamo rimasti al nostro posto fino al dolce e all’amaro, abbiamo continuato a parlare di lavoro, abbiamo pagato il conto, ci siamo alzati e salutati e augurati buone ferie – noi e la nostra rispettabilità, qualunque cosa questa fosse, qualunque cosa questa sia.

    03/12/2008

    Magari entrambe

    Filed under: — JE6 @ 13:05

    Non riesco a decidermi se le cose là fuori sono tragiche o ridicole. Un po’ come questa domanda.

    26/11/2008

    Cambia dieta (reprise)

    Filed under: — JE6 @ 07:44

    Ieri ho litigato con un’amica per questo post (peraltro, non è stata l’unica a sentirsi chiamata in causa – il che, per certi aspetti, mi consola). A me litigare non viene bene, e se ho poco tempo mi viene ancora peggio. Comunque, non è questo che importa (qui). Il fatto è che viviamo tempi sciatti. Poveri, e non per la crisi economica. Poveri di dignità, di spessore interiore, di senso. Poveri di tempo, e di attenzione. Ora, io non credo che uno si debba necessariamente alzare dal letto avendo l’obiettivo di rendere il mondo migliore; però credo che debba sforzarsi di fare al meglio quello che può: e soprattutto quello che sa fare bene. Se ha la possibilità e la capacità di parlare e scrivere bene, che lo faccia; sembra una scemenza, e forse una singola frase (chessò, “sono preso male”), isolata, lo è: ma alla lunga io credo che sia uno sforzo che si ripaga. Che ripaga se stessi, ma che arricchisce anche tutti gli altri, tutti coloro con i quali si ha a che fare. Viviamo di gesti, ma viviamo anche di parole: e che chi le sa usare si sprechi, questo è un piccolo reiterato delitto del quale tutti indistintamente finiamo per pagare il prezzo.
    [1158 caratteri per dire “mi dispiace, l’ho scritto perchè a te ci tengo; pontifico, ma sulla sintesi c’è ancora parecchio da lavorare]

    18/11/2008

    Obamismi

    Filed under: — JE6 @ 11:32

    Mi è arrivata una mail da una signora che si firma “Change Consultant”.

    Prendi la roba e scappa

    Filed under: — JE6 @ 07:44

    Nell’ultimo anno, dagli scaffali della grande distribuzione italiana è stata rubata merce che vale, nell’insieme, qualcosa come tre miliardi di euro. Sembra che l’abbigliamento sia particolarmente gradito (immagino perizomi e collant, se non altro per maggiore facilità di occultamento), ma anche alimentari e hi-tech se la cavano bene. Quel che mi stupisce è che i furti siano cresciuti negli hard discount e diminuiti nei grandi ipermercati, perchè se devi rubare qualcosa allora tanto vale cercare di farlo “bene” – ma forse è solo questione di quanto attenta è la vigilanza interna, non so.
    Italia Oggi (solo per abbonati)

    16/11/2008

    Cosa succede in città

    Filed under: — JE6 @ 21:00

    L’aspetto per me più interessante della schermaglia da pianerottolo tenutasi in casa del soldato Cundari è che ancora si possa discutere – apparentemente prendendosi, e immagino presumendo di esser presi sul serio – della possibilità di “sapere cosa succede là fuori”. A me pare un’enormità tale da rendere chiaro a chiunque abbia un minimo di capacità di discernimento che al riguardo si può solo ragionare per assurdo, ma evidentemente si tratta di un’opinione non troppo condivisa: il che non mi stupisce molto, per diverse ragioni. Una è che abbiamo tutti bisogno di ragionare per approssimazioni e generalizzazioni per riuscire a mettere qua e là qualche paletto che ci permetta di illuderci di capire qualcosa di ciò che capita nel mondo, o quantomeno a noi stessi. Un’altra è che senza queste generalizzazioni l’intero sistema dei mass media (del quale diversi fra i contendenti sopra citati fanno parte) crollerebbe per manifesta inutilità. Insomma, un po’ per non uscire pazzi, un po’ perchè we’re all in for the money, crediamo tutti di sapere cosa succede in città, pensiamo di conoscere la gente, ciò che gli passa per la testa e il perchè di questo e quel comportamento sociale. La realtà è che tutti, tutti noi, anche quelli dalla più ricca vita sociale, quelli che incontrano ogni sera venti persone ad un happy hour, duecento ad una premiere, quelli che hanno mille amici su Facebook e che leggono tutte le riviste del mondo (Palin-style, verrebbe da dire), quelli che passano la vita a parlare con i tassisti e i panettieri e gli edicolanti, tutti indistintamente conosciamo solo il nostro microcosmo: i nostri colleghi, la nostra famiglia, fornitori e clienti, cassieri di banca e commesse di negozi di abbigliamento, amici, amici degli amici e amici degli amici degli amici lungo tutti i famosi sei gradi di separazione, conosciamo solo loro e forse nemmeno tutti e chissà quanto bene. Ma preferiamo non ricordarcelo per non ammettere la vanità di quasi qualsiasi nostra opinione che riguardi la società e l’universo mondo nel quale questa alberga. Poi c’è gente che fa il mio lavoro, che passa le sue giornate a provare a ridurre il “là fuori” ad una infinita serie di mondi sempre più piccoli; ma siamo pochi, e abbiamo la stessa credibilità del pianista nel bordello, e il bello è che finiamo per dare retta a chi ci dice “io lo so cosa succede, e cosa pensa la gente là fuori”.
    Quadernino

    14/11/2008

    Stato di eccezione

    Filed under: — JE6 @ 11:45

    L’articolo di D’Avanzo sulla sentenza-Diaz merita una lettura. In particolare, è la fotografia del cosiddetto “stato di eccezione” ad essere secondo me interessante. Da un lato perchè illustra, con una certa chiarezza, l’atteggiamento di fondo di questo governo – un misto di decisionismo aziendalista e di insofferenza verso un sistema di regole che viene avvertito come una camicia di forza che impedisce il raggiungimento dell’obiettivo del (buon) governo. Dall’altro perchè fa riflettere su quanto questo atteggiamento non sia caratteristico del solo esecutivo e del manipolo parlamentare che lo sostiene, ma sia piuttosto largamente diffuso nella cosiddetta società civile. In altre parole, io credo che il famoso “lasciatemi lavorare” (e il corrispondente “lasciatelo lavorare”) non sia mai passato di moda, anzi. E questo non solo per il fascino che l’uomo forte esercita sull’italiano medio, ma anche – e chissà: forse soprattutto – per la diffusa sensazione che il sistema di regole, per quanto democraticamente stabilito, sia vecchio e sbagliato, che il suo rispetto ci metta in situazione di inferiorità nei confronti di cento altri paesi e che quindi lo “strappo alla regola” sia accettabile (ed anzi augurabile) in nome del principio secondo il quale il fine giustifica i mezzi. Ho la sensazione che in tanti ci stiamo acconciando a pensare che godere di un po’ meno di democrazia non sia poi questo gran male, perchè la democrazia che conosciamo è farraginosa, eccessivamente formale e per certi aspetti persino controproducente. Rileggendo quello che ho scritto, la cosa che mi preoccupa è che mi rendo conto, io vecchio “sincero democratico”, che ogni tanto quest’ultimo dubbio mi viene davvero, per stanchezza o per convinzione poco importa.
    Repubblica.it

    09/11/2008

    Half a mile away

    Filed under: — JE6 @ 10:21

    E’ piena di gente, l’Università. Anche se è sabato, è piena di gente. Liceali invitati a fare un giro in quel che potrebbe essere il palazzo nel quale passeranno i prossimi cinque o sei anni della loro vita, laureandi in toga che finiscono oggi quegli anni, madri in tailleur, padri in cravatta, fratelli nel loro miglior personal dress code. Mi guardo intorno un po’ smarrito, non metto piede in via Bocconi da almeno dieci anni ed è tutto diverso, mi perdo, chiedo indicazioni, ritrovo le strade ma non i luoghi. Guardo l’orologio, considero il traffico, mi rimetto in macchina. La mia Università non è mai stata un tempio di sfarzoso fighettismo, nemmeno ai tempi della Milano da bere, nemmeno ai tempi dei diciottenni vestiti da manichini dei Grandi Magazzini Publitalia, blazer blu pantaloni grigi scarpe di cuoio inglesi valigetta rigida e Sole 24 Ore sotto braccio, uno come me che veniva da una famiglia padre carabiniere e madre casalinga poteva riuscire a non sentirsi a disagio. E in effetti, non mi sono mai sentito a disagio, se non in rarissime occasioni. Percorro i trecento metri che mi portano alla circonvallazione, svolto a destra, vedo un assembramento di persone sul marciapiede e macchine in doppia fila. Rallento, butto un occhio. E’ la sede della Società del Pane Quotidiano, la sede storica di Viale Toscana 28; vedo bambini, molte donne con il velo, un pezzo di mondo che si muove da diecimila chilometri di distanza per trovarsi a chiedere pane e yoghurt qui, ai bordi della presunta ricchezza di Milano. Vedo anche facce più conosciute, vedo giacche lise che una volta portavano i loro padroni a passare otto ore in un ufficio, vedo pensionati o impiegati che hanno perso il lavoro, o che non arrivano alla fine del mese con quel che guadagnano, vedo mie fotografie, vedo me stesso in fila con gli occhi bassi a dire grazie a qualcuno che mi ha permesso di scavallare un’altra giornata. A trecento metri si festeggiano le lauree e si pianificano futuri volutamente radiosi; a trecento metri si prova a tirare sera. Passo oltre, il semaforo è ancora verde, accelero. Spengo la radio.

    04/11/2008

    Ridendo e scherzando

    Filed under: — JE6 @ 13:48

    Ieri, su FriendFeed, ho scritto che se non avessi il terrore che potrebbe diventare una scelta senza ritorno (e non per mia volontà), sarei estremamente tentato da un anno sabbatico. Una di quelle cose che si dicono per dare aria ai denti, come il 90% delle parole che si sentono al Bar Sport (quelle sensate si riducono a “dammi un bianchino spruzzato” e “segna sul conto”).
    Come capita praticamente sempre, è iniziato il thread cazzaro, vengo anch’io, il baretto sulla spiaggia, io so preparare i cocktail, quando si parte, prendiamoci un casolare, eccetera eccetera. Ora: magari sto semplicemente cercando di far dire ad altri ciò che vorrei dire io, ma ho avuto ed ho ancora l’impressione che la gran parte degli allegri commentatori facesse solo finta di scherzare.