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27/10/2008
Lo diciamo cento volte al giorno, all’edicolante che ci dà il resto, alla panettiera che ci allunga due francesini, al collega che ci offre il caffè, una decina di volte al ristorante lungo l’intero percorso di un pranzo (quando ci portano il menù, quando ci portano da bere, quando ci portano il primo, quando ci ritirano il piatto – e così via, grazie grazie grazie). Lo diciamo per buona educazione, per convenzione sociale e a volte per un bizzarro gusto di sorprendere con un’inattesa gentilezza chi sta semplicemente facendo il suo lavoro e non si aspetta di essere ringraziato per questo. Poi, siccome siamo quel che siamo – nervosi, scorbutici, presi solo e unicamente dai fatti nostri – non degniamo della minima attenzione quei piccoli segni di umanità che non si capisce se diamo per scontati o cos’altro: la moglie che ha allungato la strada per passare in tintoria al tuo posto, l’amico che ti scrive “wish you were here”, anche lo sconosciuto che ti mette un like su FriendFeed. Ogni giorno ci togliamo qualcosa, ed è qualcosa che non torna, che non ha ricompensa.
07/10/2008
Sì, sì, ti prego, non vorrai mica lasciarmi fuori dal gruppo – ci sono anch’io, e mica importa se non so chi cazzo sei e cosa cazzo fai.
Io, quel che penso quando vedo certe adesioni a certi gruppi di Facebook, magari è meglio che lo tengo per me, che può anche essere che là fuori siete tutti appassionati delle cause più improbabili, delle etichette più di nicchia, degli esperimenti più arditi, e chi sono io per farvi le pulci.
[“Questa è gente che vado a sfrucugliare senza averne il diritto. Questa in fondo sono io, e mi fa un pochino male“. Continuiamo così, facciamoci del male]
Feat. Pezzidufficio
06/10/2008
Meno di due ore fa, a Malpensa, di ritorno da Bruxelles. La solita pletora di autisti in attesa di Herr Kleinhofer e Miss Johnstone. Tutti con in mano il loro bravo foglio di carta, più o meno stropicciato, sul quale il nome della persona attesa è scritto a volte a mano, a volte con il solito dannato Arial, corpo 48 bold. Tutti, tranne uno: quello che, al posto del foglio di carta, tiene in mano un Asus EeePc, acceso su un documento di Word.
25/09/2008
In quest’ultimo paio di settimane, per motivi qui irrilevanti, ho avuto abbastanza spesso a che fare – in prima persona – con la sanità italiana. In particolare con una struttura, piuttosto nota qui a Milano, della quale anche in passato non ho mai avuto motivo di lamentarmi, nè per il trattamento ricevuto dalla “linea privati” nè per quello ricevuto dalla “linea ASL”.
Su tre occasioni, in due ho avuto a che fare con personale, medico e paramedico, palesemente straniero. In un caso, sono certo di non aver capito un 25-30% della diagnosi che mi è stata fatta in parte per mia scarsa conoscenza della materia, e in parte altrettanto consistente per l’italiano farraginoso della dottoressa slava (credo polacca) che mi aveva appena fatto l’esame.
Nel secondo caso mi sono trovato – disteso seminudo sul lettino di un macchinario di quelli che per mia fortuna avevo visto solo in qualche puntata di ER o House – un ago in vena pronto a iniettarmi una sostanza destinata ad un’altra persona, perchè la povera infermiera latinoamericana aveva capito male il mio cognome e mi aveva scambiato con un altro paziente/cliente/utente (scegliete voi il termine che più vi aggrada); col senno di poi la scena è dotata di una sua simpatia, con la tecnica di laboratorio che bussa al vetro e chiaramente chiede all’infermiera se è sicura di quello che sta facendo, e l’infermiera che chiede a me se io sono il signor X e io che rispondo con un sorriso mezzo ironico e mezzo disperato che no, cazzo, sono il signor S e l’infermiera che sbarra gli occhi e mi dice che allora ha capito male il mio cognome e che vabbeh, senta, allora facciamo che lasciamo l’ago dentro così se il dottore decide che lo usiamo siamo già pronti altrimenti non fa nulla. Non starò qui a dire che soltanto il Peroncino quotidiano appena assunto mi impedisce di arrovellarmi sul fatto che magari non mi hanno iniettato il liquido atteso dal signor X ma chi mi dice che non mi abbiano comunque fatto l’esame che sarebbe toccato a lui.
So benissimo di non rappresentare un campione statistico affidabile, e che questi due episodi sono, tutto sommato, poca cosa e che i problemi della sanità italiana sono ben altri. Però, forse, anche questo è un problema. Piccolo, ma che comunque c’è.
24/09/2008
L’anno scorso la Borromeo, quest’anno la Granbassi. Se si allena a scegliere anche le more, l’anno prossimo Santoro conduce Sanremo.
Repubblica.it
16/08/2008
Giuro che sono tutto tranne che un ratzingeriano; ma questa constatazione sul dilagare di “tanta falsa gioia e disperato dolore” ha un retrogusto di Carver o di McCarthy che mi fa dimenticare chi la pronuncia, continuando a farmene apprezzare il solido realismo.
15/08/2008
Una mente assai acuta mi ha appena scritto che Ferragosto va considerato come il nuovo Capodanno, e che dovremo farci l’abitudine. Io, onestamente, due capidanno in dodici mesi non credo di essere in grado di reggerli.
22/07/2008
[Dalle stelle alle stalle, da Giacomo Leopardi a Alfonso Signorini, dalla Ricerca del tempo perduto a Playboy in una sola semplice mossa]
Ora, amici lettori, ammettiamolo: da tempo guardiamo il tennis femminile solo per titillarci con questi fisici da star del porno prestati allo sport (peraltro, sempre di attività di natura ginnica si tratta), con i loro gridolini, i gemiti, le gonnelline svolazzanti eccetera eccetera. Quindi è evidente che per noi voyeur di Sky Sport la numero 1 del mondo non è mica Ana Ivanovic, ma quel tesoruccio di Ashley Harkleroad, con le sue tette al vento (per non parlar del resto). Le altre, che si diano da fare per recuperare posizioni in classifica.
Ana Ivanovic, Repubblica.it
Ieri sera, sul tardi, rileggevo i commenti al post di domenica, e ripensavo a qualche messaggio ricevuto nel corso della giornata, e non potevo fare a meno di sorridere considerando quanto ogni giorno ci esercitiamo nelle arti del cinismo e del disincanto, e quanto poco basta per farci aprire le cataratte. Lo scrivo senza alcuna ironia, sia ben chiaro: basta raschiare un poco per trovare ciò di cui tutti siamo fatti – e siamo fatti delle stesse cose, affetti, famiglia, desideri di felicità, la mamma che ti stringe, quattro dita che ti passano tra i capelli. Poi uno diventa berlusconiano e l’altro rimpiange il compagno Stalin, ma in fondo ci assomigliamo tutti ben più di quanto la stupida retorica individualista che affligge i nostri grami tempi ci voglia far credere.
Detto questo, vorrei anche fare un esercizio di onestà. Investire mezz’ora nello scrivere una manciata di righe paracule costa molto meno che investire mezz’ora nel sedersi a fianco della persona corta per fare con lei i compiti delle vacanze. Quel che ho scritto gira tutto intorno all’esserci, e se è vero che ci sono molti modi per esserci, tra quelli che rimangono, tra quelli che lasciano il segno io non credo che “scrivere un bel post” occupi una posizione di rilievo nella lista. A quelli che mi dicono “che bravo papà” rispondo “ma magari”, sapendo che mia figlia può soprattutto contare su una mamma magnifica; e a quelli che mi dicono “vorrei avere un padre capace di dirmi le cose che dici tu a tua figlia” rispondo che io non dico nulla a mia figlia, queste sono cose che si pensano ma non si dicono perchè il ruolo del genitore espone fin troppo spesso al rischio di suonare patetici ed è meglio non aggiungerci il carico da undici.
E infine. Infine le cose stanno così, stanno che finchè le persone corte sono corte è tutto relativamente facile: ieri un amico carissimo mi ha scritto “… quanti errori. E (parlando dei piccoli) sa qual è la cosa che più duole? Che tutti questi errori ci vengono perdonati. Siamo imperfetti, e veniamo adorati”. Già. E’ quando abbiamo a che fare con gli adulti, che le cose diventano difficili; è quando dobbiamo fare i conti con la stanchezza, il dolore, la disillusione, la mancanza di prospettiva, la tristezza, il gusto perverso e masochista di crogiolarsi nei propri guai di un uomo o di una donna – è allora che tutto diventa duro, molto duro: e ancora, però, credo che alla fine ciò che conta sia esserci, in un modo o nell’altro, perchè siamo soli e sperduti solo se vogliamo esserlo.
[Conosco qualcuno che, un po’ per scherzo e un po’ per convinzione, sostiene che il blog sia “il male”; chissà, forse ha ragione. E forse l’inferno non è un posto così brutto, allora]
18/07/2008
[A scoppio ritardato]
L’altro giorno ho sentito una persona dire in pubblico, con tanto di microfono perchè tutti lo potessero udire bene, “la maggior parte delle cose interessanti succedono quando si vive. E quando si vive di solito si ha il cellulare”. Glissando per carità di patria sulla spinosa questione se sia o meno possibile avere esperienze interessanti senza essere vivi, mi sono chiesto se la seconda affermazione avesse un qualche fondamento – e ho preferito non rispondermi.
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