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07/07/2014
Io non è che ami più di tanto usare lo sport come metafora della vita, un po’ perché è troppo facile e un po’ perché è troppo difficile. E però a volte sembra quasi inevitabile. Della finale di Wimbledon di ieri ho visto poco, perché più passa il tempo e meno riesco a seguire le cose in diretta se c’è gente che mi interessa, per la quale faccio il tifo o provo simpatia, o rispetto, o affetto, o cose così. Ma in quel che vedevo c’era una cosa ben precisa, che non era gioventù contro vecchiaia, né arte contro forza. C’era l’essere in tempo, l’arrivare in tempo. Perché la vita spesso è quella roba lì, arrivare un momento dopo, cinque minuti prima, capire le cose troppo tardi, intuirle troppo presto (*). A volte sembra proprio una questione di tempo, di tempi, e nient’altro. E guardando l’immenso e amatissimo Roger Federer perdere di un nulla, di un respiro una finale che avrebbe meritato di vincere quanto il (quasi) altrettanto immenso Novak Djokovic che poi alla fine la coppa l’ha alzata per davvero mi è tornata in mente la frase fulminante di Shane Battier, un tipo dall’intelligenza persino superiore allo spaventoso talento datogli dai suoi genitori, uno che, con la lucidità di un filosofo greco o di una rock star, sa che “it’s better be timely than good“.
(*) Alessandro Baricco, più o meno, in una delle Palladium Lectures.
28/06/2014
Non alza nemmeno gli occhi dal piatto mentre lo fa, non crede di dire niente di particolare, sta semplicemente commentando la qualità di una panetteria, ci sono andata l’altro giorno e il pane faceva davvero e lì si ferma, giusto per una frazione di secondo, io direi schifo, direi che quel pane faceva schifo e non mi sentirei in colpa, lei invece continua e dice faceva pietà, e scuote appena la testa mentre aggiunge perché non si dice di peggio del pane, e in quella pausa microscopica e in quelle pochissime parole messe tra parentesi c’è tutta una educazione, una dignità, una consapevolezza delle cose, una storia di generazioni e fatiche, c’è tutto quello che lei ha vissuto e io no, tutto quello che lei ha dentro e io non ho, tutto quello che lei è e io non sono se non in misura tenue e sfibrata anche se lei è mia mamma, in quella pausa microscopica e in quelle pochissime parole c’è dentro qualcosa che mi piacerebbe tanto avere ed essere a costo di essere fuori dal mio tempo e dal mio mondo, qualcosa che con me si è stinto e che quando lei non ci sarà più sarà scomparso del tutto.
25/06/2014
E’ quasi l’una di notte quando, davanti all’ennesimo chiosco di fioristi aperto e illuminato che neanche al carnevale di Rio, gli dico che mi affascina questa cosa di Roma, quanti sono, e sempre aperti. Lui, accelerando, prova a smontarmi la poesia, guarda che non si spiega mi dice, l’unica ragione è che spaccino, come vuoi che si mantenga tutta ‘sta gente vendendo fiori. Anche se non mi vede faccio sì con la testa, e però è bello vederli, a Piazza Vittorio, a Colle Oppio, poco dopo Ponte Flaminio, here there and everywhere, ed è bello pensare che un insonne possa andare alle quattro del mattino e comprare una pianta, che uno approfitti di un whisky di più per non soppesare tutti i pro e soprattutto i contro e si fermi a scegliere un mazzo di fiori di cui non conosce il nome, allora questo è l’indirizzo, vai lì, non troppo presto, però non oltre questo orario perché altrimenti non la trovi, ce l’hai un bigliettino con una busta, questo è l’indirizzo, no non firmo, va bene così, è bello pensare che il mattino dopo da qualche parte qualcuno apra la porta di casa o si senta chiamare dalla collega della segreteria, questo è per lei, e non importa se si metterà a ridere o si scioglierà di struggimento o sbatterà quella dozzina di fiori direttamente nella pattumiera o cercherà di sfuggire allo sguardo ironico di una coinquilina o di un intero ufficio – è il pensiero quello che conta, dicono.
05/06/2014
Sono fermo al semaforo, tenendo il mare alle spalle. Aspetto che il verde ci permetta di attraversare la strada; là sulla destra il Caffè Tommaseo, quello che stai seduto in mezzo alle arie d’opera, a sinistra uno dei cento palazzi delle Generali. E’ in quel momento che mi sembra di capire Trieste, è in quel preciso momento in cui l’inquadratura mette insieme il Canal Grande e la chiesa greca e la chiesa cattolica e la chiesa serba e la sinagoga e le barche e gli spritz e le colline, e mentre guardo ascolto due donne che come me aspettano di attraversare la strada, parlano in una lingua slava addolcita buttando dentro ogni quattro o cinque frasi una manciata di parole in triestino, triestino vero anche nell’accento, è in quel momento lì, che ha dentro qualche millennio di storia e un numero imprecisato di guerre e morti e liberazioni e bottiglie di vino e libri e nobili e psichiatri e fortune dissipate e popi e babe, è in quel momento che il Canal Grande diventa quello vero, quello che taglia il Borgo Teresiano, quello che stai lì, appoggiato alla ringhiera sul ponte, e non vorresti muoverti più.
[Che poi tout se tient, e quando riparto penso che solo a Trieste puoi dormire in un posto come la casa della Titti e della Gio, che è Trieste ma è New York e Tokio e Madras, tutto insieme, con due storie che ci vogliono troppi spritz per raccontarle – il che è un buon motivo per tornare]
02/06/2014
C’è questa scena, uno dei due uomini ha appena rimesso i piedi a terra dopo aver infilato il pallone nel canestro. Un tiro da tre punti, uno dei mille che ha tirato nella sua carriera. Sono gli ultimi secondi della partita, una partita tirata, che la squadra dei due uomini gioca contro una squadra più giovane, fatta di grandi talenti e muscoli più forti e freschi. Eppure sono lì, punto a punto. Si avvicina il secondo uomo, che è più alto del primo di una ventina di centimetri e ha due braccia da airone e due mani da geisha, si avvicina al primo e gli avvolge un braccio intorno al collo come fanno i ragazzini quando vogliono molestare un compagno di classe, gli avvolge il braccio intorno al collo e lo tira a sé, gli appoggia la guancia sulla testa e stringe al petto il volto dell’uomo che ha appena segnato l’ennesimo canestro da tre punti. C’è questa scena, è il fermo immagine di una vita passata insieme, centinaia e centinaia di partite, migliaia di ore di allenamenti, milioni di chilometri di viaggio, distorsioni, coppe, passaggi fatti senza guardarsi, cadute, salti, palleggi, sconfitte, tutto insieme, rinunciando sempre a un pezzo di sé a favore dell’altro perché è solo così che tieni in piedi una squadra. Nel momento in cui ho visto quell’immagine mi sono venuti in mente un paio di colleghi, quelli che viaggi e budget e riunioni e facciamoci venire un’idea e riproviamoci ancora, quelli che in fondo non sai se chiamare amici ma sono una parte di te, sui quali hai sempre potuto contare, per i quali hai fatto sacrifici senza considerarli tali, e ho pensato che ognuno dovrebbe avere in regalo un collega così, un compagno così, uno da abbracciare e ringraziare senza provare una sola stilla di invidia, ognuno dovrebbe almeno una volta nella vita essere Tim Duncan per allungare un braccio da airone e stringere al petto Manu Ginobili.
28/05/2014
Cosa prendi, Un caffè, E così, E così, Parti, Sì, tra un paio d’ore, Come ti senti, Bene, Sai che sono nove mesi, Lo so, nemmeno a farlo apposta, Ma davvero, Sono contento che stai bene, Anch’io, ma diciamo meglio, non bene, Come vuoi, Preferisco così, D’accordo, Senti, grazie di tutto, Ma no, ma cosa, grazie a te, (…), (…), Allora vado, ci sentiamo, Sì, fammi sapere, mi farebbe piacere, Contaci, Se hai bisogno sai che sono qui, Lo so, Prenditi una bottiglietta d’acqua per il viaggio, Sì, Allora buon viaggio, Grazie, Dai, adesso vai.
21/05/2014
Quando l’ho conosciuto faceva l’ingegnere informatico, qualunque cosa questo significasse all’epoca. Lavora con i computer, avrebbe detto mia mamma. Aveva studiato per quello, aveva trovato un impiego per quello. Adesso sono qui che lo guardo prendere misure con un laser, calcolare aree, parlare di guaine e masselli, muoversi sicuro in quello che diventerà un cantiere – microscopico rispetto a quelli che apre da ormai una quindicina d’anni. In mezzo ci sono state tante cose, un matrimonio, due figli, un’azienda di famiglia, una motocicletta e, in gente come me, gente del terziario che è avanzato, la sensazione di aver a che fare con qualcuno che nelle mani e nel lavoro anche manuale ha trovato qualcosa che va al di là di una somma accreditata su un conto corrente o di una bella vacanza all inclusive, e con quella sensazione una specie di stranita invidia per qualcosa, per qualcuno che sembra più reale di noi.
15/05/2014
La mail arriva dall’altra parte del mondo: rientro giovedì mattina, se potete troviamoci giovedì sera per una birra, spero di vedervi. Sarà quel verbo, “spero”, che ha dentro una specie di urgenza, non so. So che ci vuole poco, giusto qualche minuto – e poi io ci sono, io ci sono, anch’io, non so a che ora ma aspettatemi, ed è rileggendo un normalissimo susseguirsi di risposte che hai la sensazione che arriva un momento nella vita nel quale non dici di sì perché hai bisogno o voglia di uscire di casa, ma perché vuoi che certe cose restino insieme, non si rompano nei cento piccoli pezzi del sono stanco ho un altro impegno vedo se ce la faccio, non si sfarinino nella polvere della consunzione delle cose, e delle persone.
26/04/2014
E quando mi sono seduto in mezzo a signore dai capelli argentati ed energumeni appena tirati fuori da un pub, quando ho avuto il verde del tavolo così vicino che mi pareva di poterlo toccare e ho guardato prima Ali Carter e poi Mark Selby chinarsi per iniziare una partita che sarebbe andata avanti per otto ore lungo due giorni, quando ho sentito il suono della stecca che colpiva la biglia – uno dei pochi suoni che potrei riconoscere ovunque, a occhi chiusi -, in quel momento ho capito perché amo lo snooker, lo amo perché all’inizio sembra tutto in ordine, con le biglie rosse chiuse in un triangolo perfetto e quelle colorate al loro posto sugli spot, e poi bastano due tiri e tutto si incasina, a volte le macchie di colore si sparpagliano su quel tavolo enorme e sembrano lontanissime e irraggiungibili, altre volte se ne stanno attaccate a gruppetti come ragazzine di tredici anni e sembra non esserci verso di staccarle, e ci sono quelle che si isolano e si attaccano a una sponda, quelle che hanno i rimpalli maligni che ti rimandano lontano e insomma per alcuni lunghissimi minuti la sola cosa che hai in testa è cercare di capire come venirne fuori senza troppi danni e ti pare di non avere speranza e a volte è proprio così, non c’è speranza, non ce la fai, altre volte invece con un misto di pazienza e fortuna e bravura e errori altrui ce la fai, ce la fai mandando in buca una rossa dopo l’altra, e una colorata dopo l’altra anche se queste ritornano sul tavolo a darti fastidio, ce la fai pensando al tiro che stai per fare e a quello che verrà dopo e forse anche a quell’altro perché non puoi vivere completamente alla giornata, ce la fai facendo spazio, facendo pulizia – dicono proprio così, cleaning the table – e alla fine vinci facendo il vuoto e quello che rimane è un prato verde, vuoto, e libero, e forse in quell’aver spazzato via tutto (e in quell’essere stati spazzati via del tutto, quando le cose non sono andate per il verso giusto) c’è una delle lezioni di questo gioco magnifico, e di questo pomeriggio al Crucible.
22/04/2014
Tra la casa di mia nonna e quella di mia zia c’era una piccola via, una carrela come dicevano loro, lunga forse trenta metri. E per quanto fosse corta, questa via riusciva a fare una curva a gomito all’altezza del quale c’era una porta che per me dava sul nulla: era rossa, era sempre aperta e l’interno era un buco nero, dal quale non veniva fuori la luce di una lampada o di un televisore ma il suono di una radio. Quella specie di caverna era abitata da uno di quei personaggi che in città sarebbero stati dei barboni ricoverati sotto un ponte e che in paese erano invece semplicemente dei tipi un po’ tocchi da non disturbare. Penso di averlo visto una decina di volte in tutto, non riesco nemmeno a ricordarne il volto. Ma tutti sapevano che passava il suo tempo seduto vicino a una radio, e lo sapevo anch’io. Ascoltava stazioni misteriose: Praga per mia nonna era come il Borneo di Sandokan per me. Aveva un grosso apparecchio a transistor, di quelli che oggi si trovano in certi ristoranti che vogliono farsi chiamare trattoria e avere l’aspetto vintage. Quando ne vedevo uno restavo minuti interi a leggere i nomi di posti che chissà cos’erano, chissà dov’erano. Monte Ceneri, Beromünster, Bratislava. Qualcuno di questi poi sono riuscito, molti anni dopo, a capire cos’era, a vedere dov’era; molti altri invece sono rimasti dei puntini su un atlante o sullo schermo di un computer, e quando li vedo sento ancora i crepitii di quella radio sepolta nel buio, e penso che io di aerei ne ho presi tanti, ma quel contadino sardo, quel tipo un po’ tocco dal quale noi bambini era meglio se stavamo lontani, aveva viaggiato molto più di me.
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