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18/04/2014
Avevo quindici o sedici anni la prima volta che ho preso in mano un libro di Gabriel Garcia Marquez, e da allora ho perso il conto di quante volte ho riletto Cent’anni di solitudine e Nessuno scrive al colonnello e la più bella storia d’amore di carta che io conosca – L’amore ai tempi del colera – e i racconti di Erendira e della sua nonna snaturata e tutto, tutto il resto. Ognuno ha le sue fissazioni, e i suoi amori: anche quelli che in società a un certo punto diventano quasi imbarazzanti, ma per piacere, Marquez, quello che fa ascendere le donne in cielo in mezzo a una nuvola di farfalle gialle, quello dei soli superlativi, ma hai presente DeLillo. Beh, chissenefrega. Per me Garcia Marquez è stato un sacco di cose, tutte belle e molte importanti; alla fine è stato quello che ha scritto la frase lapidaria che dieci anni fa ho messo come sottotitolo di questo blog – La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla – una frase che sembra l’esempio perfetto di quanto uno scrittore famoso possa tirarsela per giustificare il proprio stare al mondo e che invece è una delle poche verità che credo di avere imparato attraverso migliaia di prove quotidiane, l’ultima giusto un paio di giorni fa. E così Gabriel Garcia Marquez mi mancherà, mi mancherà come mancano le persone alle quali hai voluto tanto bene e hai continuato a volergliene, forse persino di più, quando le hai viste e sentite lontane, mischiate alle cento altre che si sono aggiunte a riempire la vita da sveglio; e non ho imbarazzo a dirlo: la vita è quella che si ricorda, i miei ricordi di lui sono tutti belli, e allora, ecco, ci siamo capiti.
13/04/2014
Il gruppo di uomini si incammina lentamente verso la piccola chiesa in pietra che per tanti anni hanno visto chiusa, e che di lì a poco ospiterà un matrimonio. Parlano di lavoro, macchine, vacanze, calcio, genitori che invecchiano, chili di troppo. Nel parcheggio rimane un uomo che cura il pentolone sul fuoco. Guarda il rettangolo di asfalto rugoso, un parcheggio di montagna del quale conosce ogni centimetro. Socchiude gli occhi, rivede fantasmi e ricorda suoni, tutti lì in quei duecento metri quadri che si accavallano come esposizioni multiple della stessa fotografia. Si volta a controllare quanto manca alla bollitura dell’acqua della pasta, si versa un bicchiere di rosso. Quando si gira vede, all’estremo opposto del parcheggio, quello dove non si doveva tirare troppo forte perché altrimenti il pallone sarebbe caduto fino alla pianura come una slavina inarrestabile, una macchina grigia. Vede anche scenderne una donna, elegante in un tubino che potrebbe essere lilla, o blu, o viola – i maschi non sanno dare i nomi ai colori, e il sole gli fa stringere gli occhi, gli sfuoca la vista. La guarda, vede i capelli neri lisci che cadono sulle spalle, le scarpe e la borsetta e un bracciale sul polso destro che sembrano essere dello stesso colore dell’abito. Potrebbe essere un’invitata al matrimonio, ma a lui pare di conoscerla. Lei si gira verso di lui, lo guarda, ma è troppo lontana perché si possa decifrare il piccolo movimento delle labbra sottili che a lui sembra di intuire. Per pochi eterni secondi si guardano, distanti e diversi, come in un duello di un film, lei irreale come i fantasmi che pochi minuti prima popolavano il parcheggio. Quando chiude la portiera della macchina e muove il primo passo per andarsene lui muove la bocca per dirle qualcosa; ma non sa cosa dire.
09/04/2014
E’ una banale, semplice mail di lavoro che arriva dalla Germania, una persona che conosco da tanti anni e che non sentivo da un paio. Hi, I hope life is treating you well, dice. E io resto lì a guardare quelle otto parole che mi sembrano, non so perché, molto più di quello che sono – un saluto fatto con l’ironica padronanza della lingua che solo gli inglesi di buona cultura hanno – e so che risponderò quel che va risposto – Hi Helen, I’m fine. Bene, grazie.
22/03/2014
Tu che puoi, che stai lì, facci un salto – dice un amico che ha pure lui questa passione, quella dei treni e delle stazioni e del mondo che gli gira intorno, e gli viaggia sopra e dentro. E io che posso, che sto lì, ci faccio un salto alla vecchia Officina Veicoli di Milano Centrale, dove si metteva mano a tutto ciò che faceva un treno, i freni, i sedili, le tappezzerie, i lavandini, le viti, i tergicristalli, tutto. Amo i treni da quando salivo con mia mamma sul diesel che attraversava la Sardegna andando da Porto Torres verso Cagliari, e mi facevo venire un mal di testa da ubriaco assecondando gli scossoni della littorina che da Nuoro andava a Macomer; e poi c’è stata l’estate più bella della mia vita, quella dell’InterRail. Amo l’odore della ferrovia, che è fatto di cose alle quali non so dare nome, e amo i finestrini grandi che mi fanno guardare fuori, e amo il ferro e l’elettricità e i suoni e il microcosmo che si crea in un vagone. Quando sono uscito e ho rimesso piede sul marciapiede di viale Monza mi è tornato in mente un piccolo pezzo che mandai al defunto “Diario della settimana”, pubblicato all’inizio del 1999 in uno speciale dedicato alle stazioni ferroviarie. Sono andato a cercarlo, e lo metto qui mentre penso a un viaggio che prima o poi farò, zaino in spalla e jeans, a cercare il ragazzo che dormiva sull’asfalto del piazzale della stazione di Copenhagen.
Andavamo alla stazione di Malles Venosta durante alcune domeniche di libera uscita, quando non avevamo né tempo né soldi per tornare a Milano. Funzionava solo un paio di mesi all’anno; per il resto, passava la sua vita nella totale inattività, aspettando i treni dell’anno successivo e accogliendo gente che, come noi, amava i luoghi desolati e abbandonati. Era tutto come nei film: porte che sbattevano, finestre rotte, sterpaglia tra i binari, e tutto intorno una sensazione di morte sonnolenta. Noi entravamo, ci sedevamo sotto il porticato, e dimenticavamo il rumore dei sergenti maggiori, degli alzabandiera e dei carri armati. Leggevamo lo scarno orario delle partenze e degli arrivi, tiravamo qualche sasso, disegnavamo la faccia del telegrafista e del capostazione. Era bello. Almeno per noi. Ci tornammo alla vigilia del congedo; su un foglio a quadretti, una mano teutonica avvisava che l’indomani due treni avrebbero ripreso a funzionare. C’era chi arrivava, c’era chi partiva. Noi, quei treni, li avremmo solo immaginati.
19/03/2014
Ha il fisico tozzo dei vecchi contadini lombardi, stretto nella divisa di custode di quella grande chiesa che si va riempiendo velocemente. Avrà poco più di sessant’anni, le guance piene e cadenti di uno che da quando ne ha avuto la possibilità non ha mai smesso di compensare la fame atavica dei suoi nonni, e ancora di più la sete. Smista le persone che avanzano lungo la navata con gesti secchi e uno sguardo duro, quello che probabilmente indossa quando entra in casa, quando si fa passare la bottiglia, o il sale. Continua così per molti minuti perché i ritardatari non mancano mai, per ciascuno un libretto ben stampato e la mano che indica una panca. Poi arriva un momento nel quale tutti sembrano essere al loro posto, le voci bianche portano una musica antichissima fino in cima alle colonne di marmo, quelle delle quali non si vede nemmeno la fine persa nel buio gotico, e c’è un’atmosfera che nessuno sa definire, e in quel momento, quando non deve più guardare nessuno e nessuno deve guardare lui appoggia le spalle al marmo, e poi la nuca, e punta gli occhi verso l’alto, verso un punto indefinito, e muove le labbra come se stesse parlando a qualcuno, le muove appena appena come le donne anziane che recitano una preghiera, come un bambino che sillaba le parole che legge, in quel momento sembra debole, stanco e indifeso come nessuno lo vede mai, come non si fa vedere mai da nessuno. E’ un momento talmente breve da sfuggire a quasi tutti, così breve che lui stesso lo nasconde e dimentica passandosi una mano sul viso come a togliere una pellicola, o ad alzare una serranda.
08/03/2014
Ogni tanto mi passa sotto gli occhi una vecchia foto, scattata sulla Strip di Las Vegas. E’ un locale, un bar sul lato del Bellagio. C’è il sole, come sempre, ci sono i clienti con gli occhiali scuri, come quasi tutti. C’è un cartello – cioè non è proprio un cartello, è una scritta fatta con quei sottili tubi fluorescenti, le lettere tutte collegate l’una all’altra – che dice “Waitress available sometimes”. Una di quelle cose che posti così fanno per risultare simpatici, perché poi figurati se proprio lì una ragazza ti fa aspettare più di dieci secondi per dirti se ci sono tavoli liberi, how are you doing today, cosa vuoi da bere?
Ogni tanto mi passa sotto gli occhi quella foto, e quelle due parole – available sometimes. Che è una cosa che succede tutti i santi giorni, aspettarsi che questa o quella persona sia disponibile, contare sul fatto che ci sia. Darlo per scontato. E’ solo che non funziona così, perché tutti scompaiono, mancano, si allontanano, tutti hanno il diritto e persino il dovere di farlo, colleghi, amici, chiunque; e il problema non sono loro, il problema è che quel diritto è pure tuo – è un diritto/dovere di tutti – e così ci sono quei periodi o quegli ambienti che sometimes non ci sei tu e sometimes non ci sono io e sometimes non ci sei tu e sometimes non ci sono io come calendari fuori sincrono, come gente su fusi orari diversi, poi ti fermi a bere un caffè e ti rendi conto che la baracca, semplicemente, non sta in piedi, non può stare in piedi così e che bisogna fare qualcosa, come provare a togliere quel sometimes ma pure quello non funziona, non regge, non è nemmeno giusto. Vieni, accomodati, lo so che il tuo collega è andato in ferie ma va bene, quel tavolo d’angolo è libero, cosa ti porto da bere.
01/03/2014
N. ha vent’anni e suona la chitarra da dio. Ha il suo gruppo, va orgoglioso del loro primo disco, cerca i locali dove suonare la sera.E’ bravo, sente la musica “dentro”, ne ascolta tanta, la studia, ci vive per. Ogni tanto mi chiede qual è il mio assolo preferito, o il mio disco del cuore, o se quel certo chitarrista mi piace. Io gli rispondo, lui a volte concorda, più spesso mi dice sì ma, e mi cita sempre qualcun altro, qualcos’altro, mi parla della perfezione della diteggiatura, della tecnica sopraffina. Io che, sarà l’età, sarà che sono tenero di mio ma ormai mi commuovo anche con certi finali dei Maghi di Waverley, gli dico che probabilmente un giorno se ne renderà conto anche lui che la buona musica non ha a che fare con la bravura, che di sicuro di chitarristi migliori di Dave Gilmour ne trovi a decine ma se quando parte il secondo assolo di Comfortably Numb ti senti dentro qualcosa che non sai nemmeno spiegare allora quella è buona musica e se questo succede ogni santa volta che ascolti quella canzone allora quella è grande musica, che se i Clash non erano certo dei virtuosi ma milioni di ragazzi come lui andavano in strada cantando London Calling allora quella era vera musica, gli dico queste cose e lui mi guarda e scuote la testa come tutti quelli che credono di aver visto la luce, ancora pieno di quel sicuro e vagamente fastidioso fanatismo degli adepti, mi ripete le lezioni del suo maestro – che io non conosco di persona, ma del quale ho molto sentito parlare, e so che anche lui sta aspettando il momento in cui N. una sera salirà sul palco e senza nemmeno sapere né come né perché si troverà a suonare non per se stesso nella ricerca dell’assolo perfetto, ma per quelli che gli staranno di fronte, per i loro occhi gonfi, per la loro felicità.
18/02/2014
I due uomini sono fermi sul marciapiede, intenti a misurare le parole come fanno da molto tempo. Nell’umido della pioggia appena finita si interrompono all’arrivo della donna, che li guarda e smorza il sorriso con cui era scesa dalla macchina. Si salutano, si scambiano le cortesie di rito, come stai, tutto bene, mi fa piacere. In mezzo pare di vedere scorrere il lungo fiume fatto di vecchie amicizie, rancori, disillusioni per interposta persona. Uno dei due uomini muove la mano come per fare un gesto che vorrebbe essere di scuse e di impotenza, ho fatto quel che dovevo e quel che ritenevo giusto e quel che potevo, avevo i miei problemi e non potevo accollarmi anche i tuoi, l’altro sorride, la donna dice ciao, buona serata, stai bene, poi tutti tornano alla loro nuova vita, che non è altro che la vecchia, solo su rive opposte.
26/01/2014
Mi chiamo M. Sono nato molto tempo fa, prima della maggior parte delle persone che conosco, in un piccolo paese del Goceano. Forse dovrei dire in Sardegna, perché è lì che sta il Goceano. Ma tutti pensano alla Sardegna come al posto delle spiagge e del mare e invece io sono nato in collina, in un posto pieno di boschi e querce millenarie, dove d’inverno nevica.
Vivevamo di due cose: pastorizia e agricoltura. Nelle grandi tancas di proprietà delle quattro-cinque famiglie ricche del paese stavano le pecore e le vacche, e molti lavoravano come servi pastori. Poi c’erano i campi, sei-sette chilometri più in basso: grano, orzo, olive, mandorle. Gli appezzamenti grandi dati a mezzadria, il resto erano fazzoletti di terra di proprietà delle famiglie che li coltivavano per il proprio sostentamento. Tutti avevano un orto e un vigneto, magari microscopico, e un maiale da uccidere. Non eravamo poveri, non abbiamo mai fatto la fame anche durante la guerra con i tedeschi accampati all’ingresso del paese; avevamo giusto quel che ci serviva per vivere, ma non avevamo i soldi, il contante. Potevi cenare, ma non sapevi come comprarti un vestito se non lo barattavi con qualche litro d’olio o un sacco di mandorle secche. Studiavamo, le elementari le facevamo tutti: ma le scuole medie erano lontane, in altri paesi difficili da raggiungere, così ci siamo fermati quasi tutti alla quinta. I pochi che sono andati avanti erano maschi, si diceva che alle femmine l’istruzione non serviva per fare figli e mandare avanti la casa.
Eravamo in otto in famiglia. Papà e il primo dei miei fratelli lavoravano come magazzinieri nei cantieri stradali, partivano, stavano via una settimana, tornavano per qualche giorno e poi ripartivano. Mamma lavorava la terra, io e l’altro mio fratello curavamo le due sorelline, e cercavamo di dare una mano. Ho fatto per due anni l’aiuto-muratore: mi piaceva, se avessi potuto ne avrei fatto un mestiere, il mio mestiere: ma mettersi in proprio era quasi impossibile. Ho fatto anche il servo pastore, lo facevano tutti. Una notte rimasi da solo, sentii il rumore di un branco di animali rubati che risaliva la mulattiera che costeggiava l’ovile. Il paese era lontano chilometri, il buio era buio per davvero, così corsi a nascondermi dentro una grotta e ne uscii solo la mattina dopo. Sembra una favola ma è la verità. Non avevo ancora quattordici anni.
Io volevo fare qualcosa di mio. Volevo essere indipendente, costruirmi qualcosa, e lì non potevo. Così, forse perché uno dei miei due fratelli maggiori era andato in polizia tre anni prima, forse perché in paese i carabinieri li conoscevano e li rispettavano tutti provai ad arruolarmi. Mi presero, passai cinque giorni a Cagliari e poi salii su una nave simile a un galeone di Cristoforo Colombo, ventiquattro ore seduti su una panca di legno in uno stanzone vuoto per arrivare a Civitavecchia, e da lì a Barletta per la scuola allievi, e poi sette anni tra Gorizia e Trieste, che ricordo come quelli più belli della mia vita anche se a quei tempi da quelle parti avere una divisa poteva essere pericoloso, eri nuovo dei posti, Gorizia era divisa in due come Berlino, bastava confondersi e andare a destra invece che a sinistra perché le guardie del popolo dell’esercito jugoslavo che presidiavano il confine ti sparassero addosso: morire perché sei andato a fare pipì dalla parte sbagliata, poteva succedere anche quello.
Ero bravo con i motori. Io mica avevo fatto la scuola guida: figurati, a Illorai provincia di Sassari. Tutto completamente da autodidatta, ma sapevo guidare qualsiasi cosa, imparavo appena ci salivo sopra; ed ero così bravo che mi facevano fare l’istruttore: a me, che ero ancora in attesa di ricevere ufficialmente la patente. Fu così che salii sulla moto, erano i primissimi anni Cinquanta, e ne scesi solo vent’anni dopo. Per la maggior parte di quei vent’anni ho fatto scorte: spesso erano scorte d’onore, sulla Guzzi 500, con l’uniforme bella: cardinali che sarebbero diventati papi, ministri, generali, comandanti della NATO. Le gare di regolarità, in Italia e all’estero. A volte erano semplici scorte di servizio, in testa o in coda alle autocolonne, ma pure quelle non erano uno scherzo. Un giorno, era il mese di febbraio del 1959 o del 1960, ora non ricordo, ero comandato assieme ad altri 4 colleghi per scortare un’autocolonna di circa 60 automezzi militari tra cui una ventina di carri armati M47 dalla caserma Perrucchetti di Milano fino a Lonate Pozzolo. A Castano Primo un mezzo andò in avaria; io ero il caposcorta, così tornai indietro per verificare ed avvisare il comandante della colonna. C’era una nebbia spaventosa, e almeno 10-12 gradi sotto zero. Tornando in testa alla colonna mi ritrovai trasformato in un pezzo di ghiaccio: e dico davvero, non sto scherzando. Non ero più in grado di fermare la moto, andavo avanti solo per forza d’inerzia. Un collega, resosi conto di quanto stava accadendo, si mise a corrermi dietro gridando ad altri militari “fermatelo, fermatelo”; quando vi riuscirono e mi tirarono giù dalla moto ero completamente congelato: non riuscivo a muovere un dito, gli occhi spalancati non mi si chiudevano più, insomma non muovevo più un muscolo. Mi praticarono dei massaggi per riattivare la circolazione e poi mi misero sopra un motore di un carro armato finché non mi ripresi completamente. Poi tornai in sella, e ripresi il mio lavoro.
Nel 1958 mi trasferirono a Milano, e da allora non sono più andato via. Stavo al Terzo Battaglione, nella caserma di via Lamarmora, e intanto aspettavo di sposare la ragazza con la quale ero fidanzato da così tanto tempo che non me lo ricordavo nemmeno più: ma a quel tempo i carabinieri non si potevano sposare prima dei trent’anni, ci voleva tanta pazienza.
Iniziai a fare il servizio di ordine pubblico nei primi anni Sessanta. Credo che fosse alla Brown Boveri di Piazzale Lodi. L’ho fatto per parecchi anni, una decina più o meno. Scioperi, manifestazioni, occupazioni, presidi. Uscivo di casa presto, andavo in caserma e mi preparavo: casco, tuta mimetica, anfibi, il fucile, la pistola e lo zainetto con i lacrimogeni. Salivamo sui camion, gli ACL, e partivamo. Dovevamo essere sul posto prima che arrivassero tutti gli altri, e dovevamo aspettare che se ne andassero tutti per poter tornare in caserma. A volte restavamo sette-otto ore sul cassone del camion, ma quasi sempre eravamo in strada, magari davanti ai cancelli delle fabbriche: la Farmitalia di viale Bezzi, l’Alfa del Portello. Non c’erano i cellulari, noi eravamo lì e le nostre mogli potevano solo sperare che non ci capitasse niente di brutto, aspettando di vederci rientrare a casa la sera. Sono stato fortunato, non mi sono mai trovato in mezzo a disordini veramente gravi tenendo conto di com’erano quegli anni: uccidevano le persone, scoppiavano le bombe nelle banche e nei treni, c’erano giorni che sembrava di stare in guerra e noi eravamo vestiti proprio per quello, per la guerra urbana: quando ci fu la sommossa del carcere di San Vittore, credo che fosse il 1969, ecco quello fu un macello, mille detenuti in rivolta che misero a ferro e fuoco la prigione, e tutto intorno le manifestazioni di sostegno, una settimana d’inferno e noi che pattugliavamo viale Papiniano con le autoblindo. Io ne pilotavo una. E’ difficile immaginarlo oggi, un mezzo blindato con il cannone che gira in piazzale Aquileia. Eppure successe. Devo dire che ci è andata bene. Ora che ci penso mi pare che avessero più paura le nostre famiglie a casa, mentre noi eravamo tranquilli. Non ho mai avuto veramente paura, se non quella volta di San Vittore, e qualche anno dopo quando è scoppiato l’impianto dell’Icmesa a Seveso e noi passavamo il nostro tempo a pattugliare la zona per impedire che le persone rientrassero in casa o si avvicinassero troppo alle zone più contaminate dalla diossina: lì sì, lì ho avuto paura, non di morire, ma di ammalarmi.
Ho visto molte cose brutte facendo quel lavoro. Forse la più brutta è stata quella della Farmitalia. Noi eravamo lì e gli organizzatori della manifestazione decisero di mandarci contro le donne. Non so perché lo fecero, so solo che queste ci vennero incontro e ci gridarono di tutto, qualsiasi insulto possibile, pieno di disprezzo, come se fossimo degli animali, dei criminali, non lo so. Carne venduta, ci dicevano. Io sono una persona pacifica, ma quel giorno i miei commilitoni mi dovettero tenere per impedirmi di uscire dai nostri ranghi e spaccare il calcio del moschetto in testa a qualcuna di quelle donne. Non è una bella cosa, lo so. Ma erano anni nei quali sui giornali leggevi i nomi di carabinieri come te che morivano solo perché facevano il loro lavoro, e quelli per noi non erano solo dei colleghi. Erano dei fratelli. Non è facile da spiegare cosa si prova per qualcuno che porta la tua stessa divisa, il legame che si crea anche se non ci si conosce. Ed è il motivo per cui sto male quando sento di qualche carabiniere che si comporta male, perché sta disonorando anche me. Io sono sempre stato orgoglioso di quello che ho fatto, all’Arma devo tutto, la possibilità di farmi una famiglia, di vedere le cose, di girare uscendo dai confini dell’Italia, il primo di tutta la mia famiglia, prima ancora che mio fratello emigrasse e che mio figlio si mettesse a girare il mondo per lavoro.
Tre anni fa la mia famiglia mi ha fatto un regalo. Mi ha messo su una macchina e mi ha riportato a Trieste. Non ci ero più tornato dal 1958. Ci siamo arrivati da Opicina. A un certo punto la strada fa una curva, e per un centinaio di metri gli alberi si aprono e sotto vedi il golfo e il porto e piazza Unità d’Italia. Mi si sono inumiditi gli occhi, ho mormorato “la mia Trieste” e ho ricordato il 26 ottobre del 1954, perché io c’ero, ero lì a fare la scorta d’onore al nostro comandante nel giorno in cui Trieste ritornò a far parte dell’Italia, ho ricordato le centinaia di migliaia di persone che stavano ai lati della strada salutandoci, piangendo per la gioia, ho ricordato l’orgoglio e la felicità di essere lì, in quel momento, con quella gente. La commozione, la stessa che sento adesso, sessant’anni dopo, perché una volta che diventi carabiniere lo rimani per tutta la vita.
19/01/2014
Per motivi che sarebbe fin troppo lungo, e comunque – almeno qui – irrilevante spiegare, in queste settimane ho parlato a lungo con tre persone. La più giovane è nata il due gennaio del millenovecentotrentotto. Mi sono fatto raccontare di quando erano bambini, di come vivevano nei loro paesi della Sardegna, del Friuli, della Lombardia. Di come si guadagnavano da vivere, del loro lavoro.
Poi, qualche giorno fa, un po’ per caso e un po’ no, ho trovato questa frase che Primo Levi scrisse nell’appendice all’edizione scolastica di “Se questo è un uomo”: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario.”
E’ una frase che vale per molte cose e situazioni della vita, vale quasi sempre per le cose lontane da noi, nel tempo o nello spazio. Vale, molto spesso, per le piccole storie dei piccoli mondi dai quali veniamo, quelli delle nostre famiglie: dei nostri genitori, dei nostri nonni o bisnonni. Soprattutto oggi, che il mondo cambia così rapidamente che fatichiamo a riconoscere quello di quindici o venti anni fa: pensa a quando avevi in casa il telefono fisso con la rotella bucata, attaccato al muro; poi metti la mano in tasca e tocca lo smartphone, del quale oggi non sapresti fare a meno. Per dire.
E’ anche una frase che va capita, e messa nel suo contesto. Levi la scrisse riferendosi all’esperienza del lager e dell’Olocausto. Una cosa talmente enorme che davvero si può dire che “comprendere è impossibile”. Forse, nella maggior parte dei casi, è però più giusto dire che “comprendere del tutto, fino in fondo è impossibile”. Ma capire si può, almeno un po’. C’è, ad esempio, una cosa che credo di aver capito io, parlando con quelle tre persone. Credo di aver capito qualcosa che ha a che fare con me, con le persone della mia età, più che con loro. Credo di aver capito che, un tempo, per quasi tutti il lavoro era lavoro, punto. Una cosa che molto spesso costava fatica e che veniva fatta per vivere, o sopravvivere. Poi certo, se era un lavoro che ti piaceva eri contento, ma difficilmente affrontavi la vita cercando, perseguendo quella forma di soddisfazione. Io, invece. Noi, invece, siamo cresciuti con l’idea che avremmo dovuto fare un lavoro che ci piaceva, che ci gratificava. Siamo cresciuti con l’idea che questo fosse un nostro diritto, che ci saremmo e avremmo dovuto realizzarci attraverso il lavoro. E’ una cosa che ci siamo potuti permettere grazie a loro, perché invece di doverci preoccupare di mantenere una famiglia avevamo una famiglia che ci manteneva.
Poi credo di aver capito un’altra cosa, parlando con quelle tre persone. Credo di aver capito che nell’arco di una vita anche le persone più normali si trovano a essere, a volte per scelta e a volte per caso, speciali. E infatti sono certo che se al posto loro ci fossero stati altri tre, se invece di un carabiniere, di una tabacchina e di un falegname avessi parlato con uno spazzacamino, una mondina e un camionista sarebbe stata la stessa cosa, altrettanto bella – credo, e spero. E infatti, parlare con loro e farmi raccontare le loro storie è stata la cosa più bella che ho avuto la fortuna di fare da molto tempo a questa parte.
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