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16/01/2014
Si tiene la busta tra le mani. La busta, perché il foglio è appoggiato sul letto, piegato nelle tre parti di una zeta. La guarda, poi volta gli occhi verso il pezzo di carta scritto a mano. Una lettera. Ma chi scrive ancora lettere, oggi? Eppure. Eppure succede, senza preavviso. Non la vuole riguardare, quando ha aperto la patella e ha tirato fuori il foglio sapeva già cosa avrebbe letto, l’ha fatto di corsa per arrivare in fretta alla fine, perdendosi parole magari importantissime; ma è arrivata l’ora di quel film, che va bene per non cadere nella tentazione di fermarsi su ogni singola riga: non ce n’è bisogno quando si sa già tutto ciò che serve.
04/01/2014
Cosa guardi?
La neve.
Sì, certo. Domanda stupida.
Non me la ricordavo.
Davvero?
E’ passato così tanto tempo dall’ultima volta.
E’ sempre neve, no?
Non dire scemenze. E poi da noi quando mai nevica così.
Hai ragione.
E tu cosa stai guardando?
Io? La neve.
Eddai, piantala.
Giuro. È solo che cerco di guardarla con altri occhi.
Tipo?
Tipo i tuoi.
01/01/2014
(…) il cosiddetto «mondo reale» degli uomini, del denaro e del potere vi accompagna con quel suo piacevole ronzio alimentato dalla paura, dal disprezzo, dalla frustrazione, dalla brama e dalla venerazione dell’io. La cultura odierna ha imbrigliato queste forze in modi che hanno prodotto ricchezza, comodità e libertà personale a iosa. La libertà di essere tutti sovrani dei nostri minuscoli regni formato cranio, soli al centro di tutto il creato. Una libertà non priva di aspetti positivi. Ciò non toglie che esistano svariati generi di libertà, e il genere più prezioso è spesso taciuto nel grande mondo esterno fatto di vittorie, con queste e ostentazione. Il genere di libertà davvero importante richiede attenzione, consapevolezza, disciplina, impegno e la capacità di tenere davvero agli atri e di sacrificarsi costantemente per loro, in una miriade di piccoli modi non seducenti, ogni santo giorno. Questa è la vera libertà. Questo è imparare a pensare. L’alternativa è l’inconsapevolezza, la modalità predefinita, la corsa sfrenata al successo: essere continuamente divorati dalla sensazione di aver avuto e perso qualcosa di infinito.
So che questa roba forse non vi sembrerà divertente, leggera o altamente ispirata come invece dovrebbe essere nella sostanza un discorso per il conferimento delle lauree. Per come la vedo io è la verità sfrondata da un mucchio di cazzate retoriche. Ovvio che potete prenderla come vi pare. Ma vi pregherei di non liquidarlo come uno di quei sermoni che la dottoressa Laura impartisce agitando il dito. Qui la morale, la religione, il dogma o le grandi domande non c’entrano. La Verità con la V maiuscola riguarda la vita prima della morte. Riguarda il fatto di toccare i trenta, magari i cinquanta, senza il desiderio di spararvi un colpo in testa. Riguarda il valore vero della vera cultura, dove voti e titoli di studio non c’entrano, c’entra solo la consapevolezza pura e semplice: la consapevolezza di ciò che è così reale e essenziale, così nascosto in bella vista sotto gli occhi di tutti da costringerci a ricordare di continuo a noi stessi: «Questa è l’acqua. Questa è l’acqua; dietro questi eschimesi c’è molto più di quello che sembra». Farlo, vivere in modo consapevole, adulto, giorno dopo giorno, è di una difficoltà inimmaginabile. E questo dimostra la verità di un altro cliché: la vostra cultura è realmente il lavoro di una vita, e comincia… adesso. Augurarvi buona fortuna sarebbe troppo poco.
Stanotte, saranno state le tre, ero stanco e faticavo ad addormentarmi. Così ho preso in mano il Kindle e mi sono messo a fare una delle non moltissime cose che mi danno veramente piacere – leggere. Ho pensato che i propositi di fine e inizio anno normalmente sono cose stupide, o banali al punto da suonare come boiate talmente imbarazzanti da essere dimenticate non appena scavallata l’Epifania: e quindi nessun proposito, ma siccome da qualche parte bisogna pur partire c’era (c’è) solo da cercare di farlo con il piede giusto, o almeno non sbagliato, e questo – che nella sua interezza avrò letto minimo una dozzina di volte – era il pezzo migliore al quale potessi pensare, dal quale potessi partire.
31/12/2013
In bianco e nero è meglio, forse. O forse no, perché quel giorno c’era il sole, e chissà di che colore erano le strisce di quella maglietta, non riesco a ricordarlo.
da quando Senna non corre più
C’è una cosa che non hai mai smesso di mangiare, la marmellata. Nemmeno quelle guance ricordavo più. Marmellata di mirtilli, vero?
da quando Baggio non gioca più
Avresti dovuto esserci a vedere il Boss, davvero. Oddio, ma sai che sono venuti pure gli America? Sono vivi.
Cristo, scusa.
da quando mi hai lasciato pure tu
Quest’anno ho segnato anch’io, sai. Proprio uno di quelli.
non è più domenica
27/12/2013
Credo che fosse Mick Taylor a parlare, mentre passavano le immagini degli Stones dei primi anni Settanta – diceva “le band di solito vanno dietro al batterista, da noi invece Charlie segue Keith, è una cosa della quale quasi non ti accorgi, una frazione di secondo di ritardo, e poi ci sono io che tendo a suonare in anticipo, e insomma è un equilibrio fragilissimo, ci vuole niente a far crollare tutto”, e il non detto era che ci vuole una quantità spaventosa di impegno, cura, dedizione e attenzione per non mandare tutto in vacca; e non solo in una rock ‘n roll band, è così, sempre, con quella manciata di persone che contano, devi sentire il tempo, il tempo interno, e devi riconoscerne il cambiamento se e quando arriva, magari per una vita tu sei stato Keith e poi un giorno, senza nessun preavviso, ti ritrovi Charlie, e devi capire e decidere che va bene anche così, che vale la pena di fare lo sforzo e aspettare quell’infinitesimo di tempo per continuare a suonare.
23/12/2013
Il puzzle viene dispiegato sul tavolo di legno di un pub. Nella sala a fianco due ragazzi uccidono una canzone con la serena incoscienza dei brufoli. Viene fatto spazio, si spostano i bicchieri di birra e i cestini dei toast caldi, stai attenta a quel sedile ché è rotto. Sembra tutto perfetto, gli incastri precisi, la figura nitida – è un mosaico fatto da pochi pezzi, semplice. Eppure, senza una ragione precisa né una valida spiegazione, c’è posto anche per un’altra tessera, un po’ diversa dalle altre, come se fosse stata fabbricata da qualche altra parte, in un altro luogo, da qualcuno che parla un’altra lingua. Non c’è nemmeno bisogno di spingere, di forzare – come in una buona famiglia, di quelle che si ritrovano con le proprie consuetudini, i propri tic, le proprie battute che nessun altro capirebbe tutto è al suo posto, e senza fatica. Passa la cameriera, prende l’ordinazione del secondo giro, se ne va, ritorna perché sono due rosse e una chiara o due chiare e una rossa, butta un’occhiata al puzzle, pare che sorrida.
17/12/2013
Arrivano insieme, uno a fianco dell’altra. Alti, magri, distinti, hanno più di ottant’anni, spesso ne mostrano dieci di meno, a volte venti di più. Quando li vedi il primo pensiero che ti viene è che vorresti davvero invecchiare così, in buona salute, in compagnia, con lucidità, con una specie di eleganza. Poi rallenti il passo per salutare, guardi le due mani che escono dai cappotti e si stringono e ti pare di sentire il profumo sottile dell’acqua di colonia e di una paura piena di dignità, che è forse quel che ci aspetta a tutti, che è forse quel che ci auguriamo di avere.
14/12/2013
Una settimana fa ero a Lucca, a guardare le mostre del Photo Lux Festival. Era tanto, ma veramente tanto tempo che non vedevo un tale ammasso di bellezza, la street photography di Meyerowitz, le Meadowlands di Gergely Szatmary, il Corviale di Andrea Boccalini e la spettacolosa Reconstruction di Boris Mikhailov, e tutto il resto, tutto di una tale bellezza, appunto, da dispiacersi di essere solo, da volerla regalare a qualcuno – vieni a vedere che roba. Ma forse la cosa più fantastica era vedere queste fotografie di visioni urbane appoggiate a muri affrescati nel Cinquecento, guardare i volti di Tokio e gli slums di Mumbai affiancati ai santi e ai principi del Rinascimento, trovarsi davanti agli occhi le favelas di Caracas e Ground Zero dentro il palazzo dei duchi della Lucchesia, era tutto questo e non saper scegliere cosa guardare, e provare a guardare tutto, a tenerselo dentro, a riportarselo a casa intatto.
12/12/2013
E’ mezzogiorno. Sto seduto in una poltrona della grande hall dello Slovenijales, dopo quarantacinque minuti secchi di riunione per i quali ho viaggiato sei ore e lavorato undici mesi. E’ in quel momento che mi passa davanti agli occhi l’immagine del venditore di succo di bamboo che ogni giorno si ferma davanti al 400 di Zhejiang Middle Road da mezzogiorno alle sette di sera. Vai a sapere perché mi viene in mente questa cosa, ma lo so che nulla è per caso, e che se non sei tu ad andare dai simboli sono loro a venire da te, basta saperli vedere, basta avere voglia di aspettarli. Il bamboo. Quante impalcature fatte di quel fusto sghembo e nodoso ho visto nei mesi passati a Shanghai. Ci fanno pure le fondamenta dei palazzi, e dei grattacieli, lo usano come noi facciamo con il metallo che innerva il cemento armato. E’ forte, resistente, ed elastico. Si piega ma non si spezza. Si aggiusta, si adegua, e poi si raddrizza. E’ paziente il bamboo, viene sommerso dalle acque, portato verso il fondo dalle onde, e poi riemerge – le gocce scivolano verso il basso, e quando torna il sole la sua superficie liscia splende di un colore bruno e caldo. Mi rendo conto di aver conosciuto il bamboo in un anno nel quale mi sono servite e ho coltivato le sue doti, anche quando non me ne rendevo conto, anche quando mi pareva che non ne valesse la pena, anche quando la fatica era solo e semplicemente troppa. E adesso, mentre guardo il cielo grigio di Ljubljana e i muri tinti di fresco di questo enorme salone e l’incongruo toro di metallo che scimmiotta Wall Street non so dire se, appunto, ne sia valsa la pena. So che I got a job to do, e non era, non è solo lavoro, è qualcosa di più, di più grande e vasto, è stare in piedi, o provarci quantomeno per tigna, in modo anche insensato perché il senso alla fine sta in quella piccola, fugace vittoria che ogni tanto capita di conquistare, quella vittoria che come in questo istante meriterebbe di essere festeggiata con un brindisi, un bicchiere di qualcosa di buono – di succo di bamboo.
09/12/2013
C’è una cosa che noi “de sinistra” – quella della nomenklatura, quella dell’apparato – sappiamo fare benissimo, proprio meglio di tutti gli altri messi insieme. Sappiamo mettere, e tenere, il broncio. E Dio solo sa se ogni giorno non c’è almeno una ragione buona per farlo. Ma alla fine, qualunque significato si voglia dare a quella sua frase che sta nell’header di Babele come un consiglio o un cartello di pericolo, credo che avesse ragione Robert Musil: “Non si può fare il broncio ai propri tempi senza riportarne danno“.
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