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21/12/2007
Per il bene che gli voglio, dico che l’immagine di Gabriel Garcìa Marquez che alza il pollice e grida “Wow” come un qualsiasi Arthur Fonzarelli è tanto incredibile quanto l’ascensione in cielo di Remedios la Bella.
FilmFilm
20/12/2007
Pur applicando ai numeri delle ricerche pubblicate sui giornali la dovuta notevole quantità di scetticismo, non posso non guardare alle manifestazioni di ignoranza dei giovani italiani di cui si parla in questi giorni con terrore e frustrazione – se non altro per avere una figlia che ha iniziato da poco la scuola elementare.
Però non mi va di dare alla scuola stessa tutte le colpe: il professore che non sa spiegare la semplice faccenda della rotazione terrestre sull’asse è un cialtrone che non merita il suo stipendio; ma il padre che non riesce a sedersi insieme al figlio a guardare, chessò, SuperQuark, beh, anche lui ci mette del suo. Io non pretendo di sostituirmi a maestre e professori, ma credo di avere il dovere di contribuire all’educazione di mia figlia, e in positivo: se aggiungo ignoranza si riduce di molto il mio diritto di lamentarmi della scuola.
Uno immagina che tutti gli aspetti dell’esistenza dei potenti siano elevati – appunto – all’ennesima potenza: discussioni sopra i massimi sistemi, elaborazione di grandi strategie, completamento di progetti epocali – una vita con le maiuscole, insomma.
E invece i potenti trovano il tempo per occuparsi anche delle quisquilie, degli ingranaggi più piccoli e insignificanti del loro sistema, delle persone più irrilevanti; l’uomo più ricco d’Italia si ricorda di un’attrice di serie B e si occupa personalmente della sua condizione professionale, investe diversi minuti della sua giornata – che immaginiamo essere densa fin quasi allo sfinimento – per far sì che la ragazza riceva una scrittura adeguata. Nella mia beata ingenuità, trovo stupefacenti questi sforzi per conseguire obiettivi che mi sembrano perlomeno trascurabili: ma forse il potere si costruisce anche così, mantenendo una presa ferrea e costante su qualsiasi anche minimo particolare – dev’essere una vita complicata, mi sa.
19/12/2007
Intanto D’Alema ha fatto qualcosa di veltroniano. Adesso spero che col Pd Veltroni faccia qualcosa di dalemiano.
Attentialcane
Gli stupori di ciascuno sono legati alle sue aspettative, e [1] all’ampiezza dei suoi orizzonti. E’ per questo che ogni anno mi sorprendo del successo di una cosa piccola e senza pretese come il Post sotto l’Albero – e non parlo delle decine di link che hanno temporaneamente portato questo blog nell’empireo di Blogbabel, ma delle centinaia di pdf che sono stati scaricati e delle altre decine che sconsiderati nemici dell’Amazzonia hanno stampato e appioppato ad amici e parenti. Non starò a farvi sermoni sul web 2.0, sulla condivisione, sulla conversazione – sono cose nelle quali credo molto poco, come penso di aver già fatto capire, se non altro per allergia alla retorica. Prendo atto, mi stupisco, sorrido, scrivo un nuovo post.
[1] Per i puristi della lingua italiana: lo so che davanti alla congiunzione non va messa la virgola: ma qui si scrive come si parla – male, immagino.
15/12/2007
Puntuale come una cambiale, come una puntura di zanzara in una notte d’estate, come un dietrofront di Silvio Berlusconi, come una finanziaria lacrime-e-sangue, come un discorso presidenziale a reti unificate la sera di San Silvestro: anche quest’anno è arrivato il Post sotto l’Albero, familiarmente noto come PslA. Un centinaio di pagine di post scritti a gratis, che non verranno pubblicati da Mondadori ma che serviranno a scopi certamente nobili (barchette di carta, cappelli da muratore, supporto per messaggi minatori). Se vi va, lo potete scaricare qui. E se scorrete la colonna sinistra, grazie ai servigi dell’amico Spiritum trovate la storia dei cinque anni del PslA. Grazie a tutti, sul serio.
PS – Un giorno raccoglierò, in barba ai divieti imposti dalla legge sulla privacy, tutti i documenti del “dietro le quinte”. Prendetela come una minaccia, se volete (ma c’è da schiantarsi dal ridere, spesso e volentieri).
La metterò in un modo un po’ brutale, un tanto al chilo. Da un po’ di tempo ho l’impressione che “là fuori” non succeda niente di interessante, provo una specie di ininterrotta sensazione di deja-vu lungo tutta l’articolazione di un quotidiano o di un magazine – politica, economia, tecnologia, costume, sport, cultura. Mi sbaglio, naturalmente; se ragiono, mi dico che non può essere così, che qualcosa di sottilmente epocale deve pur essere in corso, che l’onda si è già formata anche se è ancora piccola e lontanissima dalla riva. Eppure.
[Il corollario, piuttosto ovvio, è che anche “qui dentro” non succede niente di interessante. Vedi sopra, ecco]
14/12/2007
Adesso è pronto – ecco, nel caso non riusciste a dormire, frementi per l’attesa. Tra un paio di giorni, va live.
[Il post è ad uso e consumo di una cinquantina di persone, abbiate pazienza]
Oggi sulle acque del lago in quel di Montreux aleggiava una tenue nebbiolina. Che ad un anziano come il sottoscritto sembrava, ovviamente, fumo.
Wikipedia
13/12/2007
Ieri sera parlavo con una persona che lunedì ha trascorso mezza giornata bloccata in autostrada e l’altra mezza giornata ferma in aeroporto in attesa dell’ultimo volo, in sostituzione di quello perso in mattinata – il tutto grazie allo sciopero degli autotrasportatori. Un caso fra mille o centomila, senza nessuna particolarità: una persona che aveva un appuntamento di lavoro a qualche decina di chilometri da Londra, niente di più. Una privilegiata? No. Una donna con una casa, un marito, due figli, che rientra tardi la sera e spesso si ritrova a leggere la posta alle quattro del mattino. Come molte, molte altre persone. Persone il cui lavoro è solo apparentemente meno precario di quello di un camionista o di un operaio alla catena di montaggio, il cui futuro professionale – e non si parla di crescita, bensì di puro mantenimento – dipende dalla chiusura positiva di un buon contratto nel Northumberland o dalla capacità/possibilità di sostituire una scheda difettosa a Trondheim in meno di 24 ore.
Naturalmente tutti sono capaci di fare le debite proporzioni, di capire che il lavoro alla ThyssenKrupp può essere anche fisicamente pericoloso, oltre che di incerto futuro – pericolo che non viene corso dal sottoscritto o dalla persona con cui parlavo ieri sera, a meno di non comprendere nella categoria la possibilità di abbioccarsi al volante su un curvone dell’Autobrennero dopo aver guidato per settecento chilometri.
Dove voglio andare a parare? Non lo so bene nemmeno io; so che provo infinita pena (e molta rabbia) per chi muore cadendo da un’impalcatura, ma so anche che provo un fastidio, chissà quanto irragionevole, che tengo a bada per questioni di educazione quando avverto la retorica strisciante dello sfruttamento – chè un conto è la schiavitù, e un conto il far parte, in punti e con funzioni diverse, dello stesso grande meccanismo, e sapete, capita anche a noi – noi scendiamo da un aereo per salire su un altro – di trovarsi un giorno di fronte allo schermo di un computer che mostra la faccia di un signore che si trova a duemila chilometri di distanza e dice a te e ai tuoi colleghi con l’aria più compunta e però serena che si possa immaginare “you’re fired”, siete licenziati.
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