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18/08/2010
Mi fermo in una delle due chiese ortodosse di Lefkada, guardo le icone, il legno intagliato, l’effige di una Madonna incorniciata da piccoli fiori bianchi freschi, a centinaia, rispondo al saluto del pope che chiede di dove siamo, ascolto il silenzio di questo posto mentre a pochi metri si beve caffè greco e si passeggia sul lungomare. Non so perché, mi torna in mente una chiesa di Assisi, quella di San Pietro, credo una delle poche non francescane di quel paese. Una chiesa spoglia, bellissima, di sola pietra – almeno così la ricordo, perché l’ultima volta mi sono fermato sul sagrato mentre ero al telefono con una persona che non sento davvero da troppo tempo – dove sei solo tu e quel qualcosa che sta lì dentro da sempre. Non potrebbero essere più diversi, questi due posti; eppure. Sarà che per un caso tre dei quattro libri che ho letto in questi dieci giorni parlano in qualche modo di Dio, non so. E’ un argomento troppo grosso e serio per quattro righe su un blog, è qualcosa che mi riporta a una vita lontana, a un altro me che ogni tanto riaffiora come un fiume carsico, con meno illusione e più compassione. Mi rendo conto che provo una certa invidia – non saprei come altro definirla, mischiata a nostalgia e fatica – verso coloro che sentono l’anima riempirsi per davvero quando recitano quelle poche magnifiche parole del Padre Nostro, mi rendo conto che mi fanno sorridere quelli che “io non credo” perché hanno lo stesso atteggiamento di quelli che “io credo”, rileggo le parole del grande agnostico Saramago: “è vero che non credo in Dio, ma, se Dio esiste per la persona con cui parlo, allora esiste anche per me in quella persona”. Esco, riprendo la via pedonale, guardo le due piccole campane fisse nel blu senza nuvole del cielo greco.
16/08/2010
Guardo la cartina per vedere dov’è Itaca. Allargo lo zoom, faccio mente locale: uno nel basso Salento, una a Piazza del Popolo, uno a Washington Square, una a Parco Sempione, uno a Acheron Springs, una a Oxford Street. Tenuti insieme da questa ragnatela di email e sms e IM e foto, i fili a volte laschi e a volte forti quasi di disperazione. Poi capita che i fili si rompono, che un germe arriva e ti fotte un polmone e poi la vita intera e oplà; capita che ci sono traiettorie nate per caso come quasi tutte, che si spengono per stanchezza o noia o scarsa applicazione. Capita, è la vita; è la vita farsi e rifarsi ragnatele. Intanto, questa è quella che hai, e per quel che puoi cerchi di curarla, e tieni lo zoom abbastanza largo da poterla vedere tutta.
15/08/2010
Leggere. Leggere, rileggere, evidenziare, rileggere le sottolineature. Come se quelle parole fossero state scritte per te: anche per te. E parlassero a te. Per provare a capire. Anzi, no. A definire. Ecco, definire. Perché hai voglia dire “conosci te stesso”: sono gli altri che ti vedono meglio, tante volte. E allora adesso hai forse qualche parola in più – e certamente migliore – per definirti, spiegarti, disegnarti.
13/08/2010
Ho un amico che pensa che la distanza sia la tomba delle amicizie, dei rapporti, anche quelli più profondi. Forse ha ragione, non so. Eppure, mi sembra che questi siano i momenti nei quali capisci che le distanze vere non sono quelle dei chilometri che ti separano dalle persone, ti rendi conto che i rapporti sono fatti di vicinanze ma anche di un costante e paziente esercizio delle abitudini – farsi sentire, augurare il buongiorno e la buonanotte, chiedere come va, un piccolo segno dopo l’altro, una tela di Penelope che si tesse ogni santo giorno con la volontà, un dannato mattoncino dopo l’altro anche quando sembra che non serva, anche quando hai un mare di mezzo, anche quando hai una vita alle spalle.
12/08/2010
La Grecia è un lungo frinire di cicale. Incessante, continuo, infinito, al punto che dopo un paio d’ore non lo senti più. E’ lo stesso silenzio implacabile e vivo della Sardegna che mi ricordo, ne ha la profondità e una specie di aggancio preistorico a qualcosa che siamo stati. Guardo la cinquantina di persone che affollano questo chilometro di spiaggia dell’Epiro e mi chiedo se anche loro sono come noi, se anche loro sono qui tra parentesi, se anche loro hanno il cervello e il cuore stanchi da trecentocinquanta giorni di sovraccarichi e montagne russe – giusto per essere stanchi di tanto vuoto e riposo tra due settimane -, se anche loro sono inebetiti a guardare la risacca ipnotica e l’impercettibile spostamento dei riflessi sull’acqua, se anche loro passano lunghi minuti a chiedersi delle proprie vite, fantasticando cambiamenti e piroette e catarsi per poi concludere che il problema non è la vita che fai ma come la vivi e quindi insomma che persona sei e a quali persone ti accompagni, mi chiedo cosa pensano, cos’hanno dentro. Poi chiudo gli occhi, e ascolto le cicale.
10/08/2010
E’ passata la mezzanotte, e il ponte della nave è una teoria di sacchi a pelo e lattine di birra e luci azzurre. L’aria è ancora calda, una bambina piange stremata dalla stanchezza, un uomo in divisa entra nell’ascensore che porta ai garage mascherando uno sbadiglio; i bidoni traboccano di piatti di plastica e tovagliolini di carta, su una mensola qualcuno ha lasciato – forse dimenticato – una bottiglia di vino rosso accuratamente tappata per non perdere quel quarto di litro avanzato. Quattro amici giocano a carte, due ragazze parlano fitto tenendo le gambe raccolte e strette all’altezza delle ginocchia. In lontananza si intuisce la costa di questo mare stretto, e sopra la terra balla tremulo l’alone di luce che anche in piena notte non lascia mai i luoghi dove vivono gli uomini, le loro strade, i loro balconi, i loro giardini, i loro tetti. Un ragazzo si appoggia alla ringhiera, sembra misurarne l’altezza – giusto sotto l’ultima costola – e guarda, guarda il pavimento blu costellato di piccole pozzanghere e salvagenti arancioni e sedie bianche, guarda il nero del mare e guarda il suo rumore, lo fissa, lo studia, lo ascolta. Il ragazzo alza poi la testa, lentamente, guarda verso il cielo non meno scuro del mare, guarda il milione di stelle che possono essere viste a occhio nudo, senza sforzo e senza pena, le guarda con una calma lenta, come gli stanno insegnando a fare giorno dopo giorno, le guarda e basta, con la testa vuota, con la testa svuotata da ansie e trasporti, le guarda e ricorda che quella è – che quella dovrebbe essere – la notte delle stelle cadenti, e sa che da qualche parte qualcuno le sta certamente vedendo e domani lo racconterà garrulo o commosso, ma qui, in questa notte scura sul mare stretto e caldo le stelle stanno ferme, a essere guardate, perché per i desideri c’è tempo, c’è un altro tempo che non è questo.
08/08/2010
E’ che passiamo tanto di quel tempo – per forza, per caso e a volte per scelta – a parlare del nulla che ogni tanto sentiamo il bisogno di qualcosa di più, di quei cinque o dieci minuti nei quali si condensa una giornata dandole senso o compimento.
Solo, non sempre si può, non sempre ci si riesce, non sempre si hanno contenuti speciali da offrire o dei quali godere, e allora il pallino da verde diventa arancione, o lo sguardo vaga fuori dalla finestra senza trovare nulla da portare a galla, e si sente una strana sensazione dentro lo stomaco, come di perdita e di spreco – che poi è strano, a pensarci, è strano perché un vuoto aggiunto a un altro vuoto non dà altro che vuoto, insomma business as usual, ma domani è un altro giorno e andrà tutto bene.
07/08/2010
Sono le sette di una sera di agosto, nella periferia di una Milano azzurra e senza nuvole, calma ma non assente. Parcheggio, guardo se arrivano macchine lungo il senso unico che taglia il quartiere, attraverso la strada. Mentre sto per entrare nel cortile, sento in lontananza delle voci, che in un altro momento dell’anno scomparirebbero nel rumore di fondo che anche qui non manca mai. Alzo la testa e le vedo, saranno una quindicina di persone tutte in piedi tranne una seduta su una carrozzina, riunite nel grande balcone della palazzina a due piani. Hanno dei piatti in mano, probabilmente stanno per mangiare una fetta di torta e bere spumante dry in bicchieri di plastica. Cantano “tanti auguri a te”. Mi fermo a guardarli, penso che quella è la casa dove i malati terminali trascorrono gli ultimi tre o quattro giorni della loro vita – tanti auguri a te, tanti auguri a te, tanti auguri felici, tanti auguri a te.
I blog sono importanti perché sono la scialuppa di salvataggio dei tuoi pensieri.
Il Bolso, sul FF di Massimo Morelli, che meglio non si potrebbe.
06/08/2010
Prima a pranzo, tra il piatto unico da milanesi e il caffè, e poi al telefono per i “cerca di stare bene” a distanza, siamo in tre e tutti, in questo venerdì di vigilia dell’inevitabile usiamo la stessa espressione: quest’anno. Perché forse non si esce mai dal calendario della scuola, che scandisce l’anno dall’inizio di settembre a quello di agosto – e in mezzo la sospensione della spiaggia o del sentiero alpino, quando non della metropoli oltreoceano. Usiamo aggettivi diversi per definire questo anno che si dimentica di Babbo Natale, ma sembriamo tutti dei reduci, dei sopravvissuti alle montagne russe del lavoro, degli affetti, dei sogni, delle disillusioni e delle illusioni ancor più cocenti, delle rabbie e dei tentativi e dei programmi. E’ come se ci dicessimo “tieni botta, teniamo botta”, senza sapere come saremo tra due settimane, come se due settimane fossero a loro volta un anno lungo come quello che separano dall’anno che verrà.
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