Il sabato del villaggio
L’uomo si siede al tavolo della pensione che porta il numero della sua camera. La donna si asciuga le mani nel grembiule, prepara un vassoio – una tazza di latte bianco, due fette biscottate, una piccola confezione di marmellata all’albicocca – e si avvicina. Buongiorno, buongiorno, come andiamo oggi, l’uomo non risponde, pare distratto. Va tutto bene chiede la donna, certo non si preoccupi risponde l’uomo. Se mi permette lei non mi convince, dice la donna, e l’uomo risponde guardi, ieri non una telefonata, non una mail, non un messaggio di lavoro, mi pare strano, ho fatto tutti i controlli, il server di posta funziona, ho telefonato a un collega fingendo di chiamarlo per sapere come stava, come andavano le sue ferie e quello dice tutto a posto, non so. La donna appoggia una mano sul tavolo, senta, lei dovrebbe essere in ferie da una settimana, cerchi di rilassarsi, ma io sono rilassato, ma per tutta la settimana mi hanno cercato, io rispondevo, facevo conti, pensavo, adesso di colpo silenzio totale, sarebbe preoccupata anche lei. La donna alza la mano dal tavolo, la allunga verso il cliente di una vita, gliela appoggia su una spalla, signor Faussone, gli dice, ieri era sabato, succede che la gente si ferma di sabato, ad agosto, anche durante le ferie, stia tranquillo e si goda la colazione. Lui guarda un po’ nel vuoto, poi beve veloce il suo latte bianco, non sono abituato, risponde.