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    14/12/2020

    Ciò che non è vietato

    Filed under: — JE6 @ 08:40

    I cittadini fanno quello che non è vietato. La gran parte di loro lavora o studia dal lunedì al venerdì. E nel fine settimana, da che esiste la civiltà dei consumi, si riversa nelle strade dei centri cittadini. Quando le norme anti-virus lo hanno imposto, tutti sono rimasti a casa disciplinatamente. Sabato e ieri non c’era alcuna misura restrittiva, e a meno di due settimane da Natale le persone hanno fatto quel che si fa da sempre nel penultimo week end prima delle feste. Era la cosa meno imprevedibile del mondo, e non è stata proibita o disincentivata in alcun modo. E allora chi parla – tra i decisori politici – di insopportabili assembramenti, può individuarne agevolmente i responsabili, guardando lo specchio.

    Lo scrive Enrico Mentana, oggi. E a prima vista sembra un’argomentazione difficile da confutare. Eppure c’è qualcosa che non mi torna, e che cerco di razionalizzare.
    Vedo estremamente diffuso il desiderio che qualcuno ci autorizzi, su pergamena e con timbro a ceralacca, a uscire e muoverci nel modo più libero possibile; e dall’altra parte vedo il desiderio di dire “ah noi da lunedì area gialla cascasse il mondo, vedete che siamo bravi e tenerci in arancione (o rossa) è una discriminazione inaccettabile” in un processo di autoalimentazione micidiale. Ne sono stupito? No. Da che ho memoria sento una frase ripetuta in ogni ambito e situazione sociale: “ci vorrebbe una legge”. Noi, il noi generico che si usa in queste condizioni, il noi dell’escluso i presenti, siamo fatti così: vogliamo le leggi, vogliamo che qualcuno decida per noi sempre e comunque (lo ritengo il motivo principale della fantasmagorica produzione legislativa del nostro paese) non per far funzionare meglio le cose, ma per avere la coscienza a posto e dire che la legge è sbagliata o insufficiente. Ed è qui dove entriamo in gioco “noi”: continuano a morire 6-7-800 persone al giorno ma la temperatura emotiva è infinitamente più bassa rispetto ad aprile: con numeri ben inferiori tre quarti d’Italia usciva sui balconi a gridare “ce la faremo”, stringendosi a coorte dietro i vessilli dei medici in prima linea. Vedete oggi panico e disperazione, se non in chi viene colpito in prima persona? Io no. Che questo atteggiamento, che può avere ed ha mille spiegazioni, non giustifichi di per sé le decisioni prese da chi ha le responsabilità politiche ed esecutive mi pare evidente, ma lo trovo un aspetto cruciale dei tempi che viviamo. Ho la sensazione, guardandomi intorno, che raramente come durante questa cosiddetta seconda ondata del virus la grande maggioranza della popolazione (come vogliamo chiamarla? gente? quella) si sia trovata in sintonia con governo centrale e soprattutto regionale e viceversa, al netto delle incazzature di questa o quella singola categoria merceologica che si sente più o meno vessata. Questi governi, uno più venti, sono molto ben rappresentativi dei cittadini. Non so cosa sia più sconsolante, se la nostra o la loro pochezza, ma sul perfetto allineamento tra rappresentanti e rappresentati ho pochi dubbi (e no, la nostra bolla, posto che ne abbiamo una, non conta).
    Ecco cosa non mi torna dell’argomento apparentemente inscalfibile di Mentana: la deresponsabilizzazione dell’individuo, l’accettazione della sua regressione a infante che non solo approfitta dell’adulto imbelle ma quando vede qualche segno di resistenza batte i piedi e si strappa i capelli in un capriccio che ha come unico scopo la soddisfazione del proprio desiderio immediato. Io di natura non ho una grande fiducia nelle collettività, sono tendenzialmente un leninista temperato e quindi a guardare quello che succede quelle rare volte che siamo chiamati a dimostrare la nostra collettiva capacità di autoregolamentazione (e mai come in questi tempi di zone nell’area calda dello spettro ne abbiamo avuto la possibilità) i risultati mi sembrano così sconfortanti da giustificare qualunque autoritarismo. Peccato che quello di cui potremmo eventualmente disporre sia fatto a nostra immagine e somiglianza.