Kanita
[Bosnia Express – 3] Come si viene a patti con un dolore enorme originato da un evento talmente crudele da sembrare assurdo? Io non lo so, ho la fortuna di non aver mai provato un sentimento paragonabile. So solo che, negli anni, viaggiando in luoghi che avevano vissuto conflitti sanguinosi o incontrando persone che venivano da guerre e violenze indicibili, mi è sembrato di capire che a quel “come” gli umani danno risposte molto, molto diverse. Non dimenticherò mai la giovane donna sconvolta dalle lacrime di fronte alle stele dei fratelli sepolti a Potočari, uccisi trent’anni prima. Non dimenticherò mai la calma controllata con cui Kanita Fočak, seduta al tavolo di un ristorante di Sarajevo, ha raccontato a me e ai miei amici del momento in cui un proiettile di contraerea (cosa? contraerea? al secondo piano di una palazzina del centro di una città? già) ha squarciato la sua casa in riva alla Miljacka e ucciso suo marito, cambiando per sempre la sua vita e quella dei suoi figli.
Ita, così la chiamano (io non so se ci riuscirò mai) è una persona speciale, basta poco per rendersene conto e non è necessario conoscere il suo curriculum, quello che elenca i suoi titoli di architetto, interprete, attivista, Alfiere degli Stati Uniti del Mondo, Cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia. Le vedi e senti dentro quel mix inconfondibile e indefinibile che trovi solo qui, dove il DNA non mente e tutti – tutti, anche quelli che ne rifiutano l’idea – hanno globuli rossi che raccontano storie di migrazioni e matrimoni e conversioni così complesse e acrobatiche da far perdere la testa. Mi è capitato raramente di stare a un tavolo dove tutti pendono dalle labbra di una sola persona che, peraltro, non fa nulla per conquistarsi quell’attenzione perché le basta essere quello che è e che la vita ha costretto ad essere. Quando ci siamo salutati, nelle luci ghepardesche della Baščaršija, credo di averle detto che era stato un onore conoscerla, oltre che aver ammirato la cura da Tino Faussone che ha messo nella traduzione di alcuni pezzi del mio libro: se non l’ho fatto me ne pento, se l’ho fatto ne ero – e ne sono – convinto.
[Il giorno dopo, sulla strada per Srebrenica, mi è venuto in mente che a pochi metri da dove ho conosciuto Kanita, anni fa mi venne presentato Jovan Divjak, il generale eroe della difesa della città assediata. Forse è vero che i luoghi hanno un’anima.]