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16/06/2011
Conosco M. da non ricordo nemmeno più quanto tempo. Almeno venticinque anni, più probabilmente trenta. “Conosco” in realtà non è la parola giusta. So chi è, com’è fatto, so che ha quello che nel nostro linguaggio gentile e asettico si chiama disagio mentale, so più o meno dove abita – dove abitavo io un tempo: il palazzo non conta, si assomigliano tutti. Da quando ho ripreso a usare la metropolitana lo vedo quasi tutte le mattine: entra dalla prima porta della prima carrozza e la attraversa tutta fino all’ultima porta, incurante delle centinaia di persone sedute e in piedi che si ritagliano il loro spazio vitale fino alla discesa, le prende a spallate ma senza cattiveria, gli occhi sbarrati alla ricerca del prossimo appiglio al quale agganciarsi per vincere le scosse del vagone, poi finalmente si ferma e si aggrappa a un reggimano e lì resta; ogni tanto si gratta la testa, ogni tanto si mette a posto i pantaloni, con quei gesti nervosi e compulsivi che gli vedo fare da una vita. Molti passeggeri ci hanno fatto l’abitudine, molti altri capiscono al secondo sguardo; altri invece tirano su gli occhi dal loro quotidiano gratuito e lo fissano con un misto di sorpresa e fastidio, e io in quel momento vorrei rassicurarli, state tranquilli, è innocuo, è un bravo ragazzo – ragazzo, diosanto: M. avrà quarant’anni come minimo – non fa del male a nessuno, vorrei raccontargli che lo conosco da un’epoca lontana di capelli lunghi, Stan Smith e siringhe conficcate nei tronchi degli alberi, vorrei dirgli che M. ha un’espressione caratteristica che usava spesso quando succedeva qualcosa di nuovo e per lui strano, scuoteva un po’ la testa e diceva “sto allegro lo stesso”, ecco, non ti preoccupare di M., lui sta allegro lo stesso, ancora oggi, puoi farlo anche tu.
16/05/2011
Era la prima estate che passava a Milano. Era arrivato qualche mese prima, quando l’inverno che temeva si era ormai ammorbidito e la primavera gli aveva regalato l’impressione che quel posto non fosse la bruttura che gli avevano descritto e che si era convinto di trovare. Aveva in tasca un contratto, la famosa occasione alla quale non si può dire di no, ma che lui avrebbe rifiutato senza farsi troppi problemi se non si fosse accorto che i motivi che lo avrebbero tenuto nella città dove aveva trascorso gli ultimi undici anni valevano solo per lui: e questo non era abbastanza. Gli mancavano il caldo secco, il sole abbacinante che gli faceva chiudere gli occhi mentre risaliva i colli, il vento leggero e fresco del tardo pomeriggio, il fiume, l’azzurro inevitabile di certi giorni di gennaio. Ma si scoprì a gustare le imperfezioni del clima, in particolare quella invisibile coperta di umidità che lo faceva svegliare già sudato e lo accompagnava durante tutta la giornata, perché aveva la fortuna di fare un lavoro che raramente lo costringeva alla scrivania dell’ufficio: quel che gli piaceva era sentirsi sfinito e appiccicoso, spogliarsi, e sentire l’acqua della doccia cadergli addosso e pulirlo – era quel minuto, che si ripeteva magari due o tre volte durante il giorno, quel minuto valeva qualsiasi fatica, valeva la pena di stare in quella città non sua, che non gli dava un motivo per restare e nemmeno uno per andarsene. Ogni volta, alla fine di quella doccia che sognava e gustava come se fosse la cosa più preziosa del mondo, si trovava a pensare che in fondo, almeno per un po’, una ragione per vivere a Milano ce l’aveva: era fare il giro delle stagioni, vederle arrivare e passare e scoprirle. Quel giro lo aveva osservato per undici anni, là sui colli e in riva al fiume. Poi le cose, restando identiche, erano cambiate e ora lo affrontava da solo: chissà che colori avrebbe avuto il parco Sempione, a fine settembre.
20/04/2011
[segue]
I due uomini entrano nel bar, quello più giovane apre la porta a quello più anziano che poi si dirige sicuro verso un tavolo d’angolo con il passo di chi ha consuetudine con il luogo nel quale si trova. Si siedono, ordinano – ormai è tardi, chiedono una birra, ma lo fanno giusto per passare il tempo, per avere un motivo per stare seduti a quel tavolo. Per un paio di minuti parlano del tempo, poi l’uomo più anziano chiede all’uomo più giovane che lavoro fa e sembra sinceramente interessato alla risposta, all’autoritratto che ascolta. Passano una ventina di minuti, durante una pausa di silenzio l’uomo più anziano guarda negli occhi quello più giovane e gli dice lei non mi chiede nulla, chi sono, cosa faccio; l’uomo più giovane ha un attimo di esitazione, poi sembra prendere coraggio e risponde penso di sapere abbastanza di lei, se le chiedessi di più sarei indiscreto e questa è la prima volta che ci incontriamo. L’uomo più anziano sorride, finisce la sua birra e porta la mano alla tasca interna della giacca per estrarre il portafogli e pagare il conto. L’uomo più giovane guarda dietro le spalle dell’uomo più anziano, oltre la vetrina del bar, fissa il grande portone di vetro del palazzo di otto piani dal quale poco prima entrambi sono entrati e usciti e dice a voce bassa è una donna fortunata, l’uomo più anziano gli chiede cosa glielo faccia pensare e l’uomo più giovane risponde ha lei qui, e lei ha la voce di una persona della quale ci si può fidare. I due uomini escono dal bar, l’uomo più anziano chiede all’uomo più giovane se vuole un passaggio da qualche parte, quello risponde di no accompagnando le parole con un gesto lento della testa, faccio due passi, mi piace l’aria di quest’ora della notte; l’uomo più anziano dice allora arrivederci, è stato un piacere, l’uomo più giovane risponde anche per me, più di quanto lei possa pensare, allunga la mano, la stringe senza sorridere e si incammina.
11/04/2011
Vivono insieme da poche settimane, meno di due mesi. Prima era una notte ogni tanto, una volta al mese o giù di lì, poi le notti sono diventate due, poi un giorno sono state due valigie. La sera, quando tornano a casa, mangiano un boccone e passano qualche minuto a raccontarsi le cose della giornata – l’ufficio, i colleghi, le telefonate. Lui, che è quello che si è spostato, è anche quello che parla meno; ascolta: ascolta lei, e i rumori del palazzo, e della strada, i televisori che si accendono, i telefoni che squillano, le auto che cercano parcheggio, i vicini che bussano per chiedere il sale, o un cacciavite. A volte riescono a rientrare insieme, e in quel paio di centinaia di metri che separa la fermata dell’autobus dal portone di casa lei saluta persone, a volte con un buonasera come va, altre con un semplice sorriso accompagnato da un cenno della testa, lui guarda quelle facce e qualche volta le chiede chi è quella signora. Una sera la madre di lei passa a trovarli, le due donne si siedono sul divano e chiacchierano, lui si alza e prepara il caffè, apre tutti i cassetti e quasi tutte le ante della cucina prima di trovare quel che gli serve in quella casa che non è ancora sua, quella casa nella quale quando si alza all’alba, in punta di piedi per non svegliarla, fatica a trovare gli interruttori – ha imparato la disposizione dei libri ma non dove recuperare la ricarica del sapone liquido per le mani, a volte lei mette su dei dischi e a lui sembra di venire da un altro mondo, vuoi dire che ascoltavi questa musica? -, versa il caffè nelle tazzine e le porta alle due donne, le porta con le mani perché forse il mese prossimo imparerà dove si nascondono i vassoi, e si siede sulla poltrona piccola ad ascoltarle, ad ascoltare le piccole cose delle zie e della mamma di Anna, ma chi, quella che abita nella via vicino all’ufficio postale, ah sì ho capito, ascolta le minuzie di una vita quotidiana nella quale lui entra a passi piccolissimi, chiedendosi se ne farà mai parte per davvero. Quando la madre di lei esce lui entra in cucina e sciacqua le due tazze del caffè. Lei si ferma sulla soglia della stanza, lo guarda e gli chiede cosa c’è, che quella faccia lei la conosce bene, e lui, senza guardarla mentre mette le due tazze nella lavastoviglie, le risponde la pura verità: non sapevo che tu avessi una vita, e adesso la guardo.
31/03/2011
L’uomo esce dal grande portone di vetro del palazzo di otto piani con il passo stanco di chi ha avuto una giornata faticosa, o una discussione sfinente. Si passa una mano tra i capelli lunghi, e senza motivo si ricorda di quando, vent’anni prima, portava anche la barba, e i capelli erano ancora più lunghi, ed era più magro, e tutti gli davano trent’anni e lui sorrideva e diceva cambia la prima cifra. Si ferma in mezzo al marciapiede, tira un lungo sospiro, fa passare gli occhi sugli scooter parcheggiati, sull’insegna del ristorante che sta sul lato opposto della via, sui manifesti elettorali, li guarda ma non li vede, li vede ma non li guarda. Mentre si avvia verso la macchina, che come sempre ha parcheggiato in divieto di sosta là, dopo l’incrocio, incrocia un altro uomo che sta terminando una telefonata, lo sente dire sono qui sotto, aprimi. Lo segue con lo sguardo, lo vede schiacciare un pulsante del citofono, lo guarda entrare nello stesso portone dal quale lui è uscito solo un paio di minuti prima. Si ferma, riprende a camminare, si ferma nuovamente. Si porta verso un albero, uno di questi alberi di città che vengono fuori dall’asfalto, con le radici che sembrano vene varicose, e vi si appoggia con le spalle, accendendo una sigaretta. Dopo un tempo indefinito, durante il quale sul marciapiede sono passati cani in libera uscita e impiegati che hanno fatto tardi in ufficio e lui ha finito le sigarette senza mai staccare le spalle dal tronco pietroso dell’albero, l’uomo che ha incrociato esce dal grande portone di vetro. Lo guarda estrarre il telefono dal taschino della giacca, e subito rimettervelo, alzando la testa. I due uomini incrociano lo sguardo, uno fermo con le gambe ormai intorpidite e l’altro che cammina lento andandogli incontro. L’uomo più anziano getta il mozzicone della sigaretta e lo spegne col piede, raddrizza le spalle e dice buonasera, l’uomo più giovane risponde buonasera e si ferma e si capisce che non sa dove mettere le mani, spingerle nelle tasche gli pare maleducato e non ha una borsa o uno zaino al quale aggrapparsi. L’uomo anziano fa un mezzo sorriso, poi dice non ci conosciamo ma penso che dovrei offrirle un caffè se non ha fretta, l’uomo più giovane restituisce il mezzo sorriso e risponde no, non ho fretta, in fondo ci conosciamo bene, è da tanto tempo che la aspetto.
13/03/2011
Mi piace, quando posso, venire al Bagno 51. Non ha nulla di particolare, se non il portare, insieme al numero il nome dei miei genitori, e forse è quello che me lo ha fatto notare e reso simpatico quando mi hanno trasferito qui poco più di un anno fa. Esco dall’ufficio, dico ai colleghi che no, non vengo a mangiare, sono a dieta, e mi faccio due passi sulla spiaggia. Fino al Bagno 51. Oggi è una giornata grigia ma non fredda, l’inverno sta finendo, anche se a fatica. Vicino alla riva vedo seduto Paolo, il figlio dei due gestori. Ha otto anni, lo so perché qualche volta ho scambiato due parole con suo padre e sua madre, e ha la stessa età di mia nipote. Mi avvicino, lo saluto, come mai non sei a scuola, gli chiedo, stanotte non sono stato molto bene, la mamma mi ha fatto restare a casa per riposare un po’, risponde. Sta a gambe larghe, con due secchielli, due setacci e una paletta che occupano lo spazio tra le ginocchia. Io mi accuccio vicino a lui, non mi siedo perché non voglio riempirmi di sabbia i jeans, per un po’ resto in silenzio, ogni tanto guardo il mare fermo e di piombo, ogni tanto guardo lui che riempie la paletta di sabbia e la fa passare attraverso il setaccio che copre il secchiello più grande. Cosa fai, gli chiedo, lo vedi, risponde lui, sì lo vedo, e restiamo ancora un po’ in silenzio. Faccio passare la sabbia attraverso il setaccio, dice lui d’improvviso, e perché gli chiedo io, perché nella sabbia ci sono delle cose belle, dice lui senza guardarmi mai in faccia, intento nel suo lavoro. Perché hai due secchielli, gli chiedo ancora, e lui non risponde, fa passare un dito sulle maglie del setaccio che copre il secchiello grande, ho due secchielli perché ho due setacci, dice senza alzare gli occhi, e perché hai due setacci, gli dico rendendomi conto che non gli sto parlando come a un bambino di otto anni ma come a un uomo anziano e saggio, lui prende tra le mani il primo setaccio e lo rovescia delicatamente sul secondo, che ha le maglie più strette, e rimangono solo una piccola conchiglia rosacea e un sasso tondo e liscio, che pare fatto di alabastro, altrettanto piccolo. Perché così rimangono le cose più preziose, dice con la voce bassa. Ma non sono così belle, dico io, e mi sento stupido nel momento stesso in cui ascolto la mia voce, cosa voglio fare, polemizzare con un bambino di otto anni, fare il bastian contrario, ma perché, ma lui sembra non curarsene, dice solo sono le cose più preziose. Sento alle nostre spalle la voce di Anna, la madre, chiamare Paolo per il pranzo, io giro la testa, le faccio un cenno di saluto con la mano, lei sorride e mi chiede se voglio entrare nel locale a bere un caffè, io le dico no grazie, molto gentile, la prossima volta, guardo l’orologio, ho tempo per fare ancora due passi prima di rientrare in ufficio, allungo la mano verso la testa del bambino per arruffargli i capelli mentre si sta alzando, poi la ritraggo, lo guardo prendere lo conchiglia e il sasso tra pollice e indice della mano destra e appoggiarli con cura sul palmo della mano sinistra, arrivo mamma dice, ciao Paolino ci vediamo presto, stai bene, lui mi guarda e finalmente sorride, ciao, vado a mangiare.
10/02/2011
L’uomo risale lentamente la via delle fontane, stremato dalla pendenza e dal caldo torrido di un anomalo giorno della fine di marzo. Socchiude gli occhi e fissa l’incrocio che si avvicina, quello col semaforo sospeso, quello con i rivoli d’acqua che scendono lungo il marciapiede. Una maestra e venti bambini messi in fila per due lo raggiungono e lo superano, vocianti e accaldati. Arrivato in cima si guarda intorno, una goccia di sudore gli si ferma sulle ciglia e gli annebbia per un momento la vista. La coppia sta al sicuro, coperta dall’ombra dell’angolo opposto dell’incrocio, lui inappuntabile e fresco nel gessato blu da consiglio di amministrazione, lei liscia e seducente con i capelli sciolti sulle spalle e la gonna a piccole pieghe che si ferma poco sopra il ginocchio. Gli fanno un cenno di saluto, lui risponde, guarda la macchia scura di sudore che si allarga sulla camicia bianca e attraversa la strada. I bambini e la maestra sono ormai lontani, camminano verso il palazzo del presidente e quando il marciapiede si restringe si mettono in fila indiana. Ti aspettavamo, dice l’uomo elegante, lo so, risponde l’uomo sudato, ma è stata una giornata complicata. La donna sorride appena, senza dire una parola. L’uomo sudato mette una mano nella tasca posteriore dei jeans, tira fuori il telefono, guarda le ore, quanto ci vorrà per arrivare alla stazione, chiede, ma riparti già, dice l’uomo elegante, ce la faccio in mezz’ora, chiede l’uomo sudato, sì ce la fai, allora vado, scusate se vi ho fatto aspettare. La donna si avvicina all’uomo sudato, sono sudato, le dice lui, stai bene, mormora lei. L’uomo sudato dice ciao allora, a presto, e si incammina, lasciando sull’asfalto un paio di impronte umide dell’acqua che gocciola da una delle fontane. I bambini e la maestra sono scomparsi alla vista.
05/02/2011
La ragazzina si toglie le scarpe e le calze, si rimbocca l’orlo dei jeans e cammina verso il bagnasciuga. Il vento le muove i capelli lunghi, lisci e neri. Dovrei trovare il tempo per andare a tagliarli, pensa scostandosi la frangia dagli occhi.
Si ferma, restando in piedi con le mani strette a pugno spinte in fondo alle tasche. Fissa il mare, senza vedere nulla. Un’onda più lunga arriva a lambirle i piedi. Con il brivido dell’acqua fredda dell’inverno sente anche un suono, che la scuote dal torpore triste che si porta dietro. Muove la testa, prima a destra, poi a sinistra. Un luccichio le ruba gli occhi. Bottiglie. Una mezza dozzina di bottiglie, adagiate alla rinfusa sulla sabbia. La ragazzina muove qualche passo, si china, si scosta ancora la frangia dagli occhi, prende in mano una bottiglia. E’ chiusa con un tappo a pressione, e dentro c’è un biglietto, arrotolato su se stesso. Allunga la mano, prende in mano un’altra bottiglia, e poi un’altra ancora. Anche loro contengono un biglietto. Inizia ad aprirle una alla volta, facendo un po’ fatica e stando attenta a non far cadere quei piccoli pezzi di carta. Inizia a leggere quella scrittura tonda e costruita, un paio di fogli potrebbero accompagnare i cioccolatini, altri portano frasi più lunghe delle quali la ragazzina non sempre riesce a cogliere il senso compiuto. Ma tutti in qualche modo sembrano scritti per lei, e via via che passa da un biglietto a quello successivo cerca di immaginare chi sia la persona che li ha scritti, se sia un uomo o una donna, se la conosce, e se sì perché ha deciso di parlare con lei usando quello strano metodo. Cerca di capire se vi sia un ordine, un primo e un secondo e un terzo biglietto, se le frasi e le storie che questi raccontano abbiano qualcosa che li unisca oltre a quell’appoggiarsi sulla sua spalla e picchiettarvi sopra con dolcezza per chiederle attenzione, oltre a quel sembrare tutti essere lì ad aspettare lei e soltanto lei.
Per un momento la ragazzina si chiede ma dov’ero, vengo qui tutti i giorni, possibile che non mi sia mai accorta di nulla, che non abbia mai visto queste bottiglie. Poi decide che non ha senso farsi domande, né questa né altre, rilegge ancora i biglietti, con calma, uno alla volta. Dalla spiaggia arriva una voce disturbata dal vento, che chiama il suo nome. La ragazzina si volta lentamente, arrivo nonna, risponde alla voce, adesso ti riporto a casa, dammi un minuto. Poi accartoccia i biglietti uno a uno fino a farne tante piccole palline di carta, slancia la mano verso il mare lasciandole cadere in acqua, tutte tranne una che mette nella tasca, e se ne va.
25/12/2010
L’uomo allunga la mano e porge un sacchetto alle tre persone che lo accolgono con un sorriso stupito. Stanno in cerchio, sul sagrato della chiesa dove i tre passano tutte le loro notti, riparati nell’androne che una volta portava alla sala biliardo, ai cinque birilli. Grazie, grazie, buon Natale, l’uomo dà una lieve pacca sulla spalla a uno dei tre. Mi chiedo cosa contenga quel sacchetto rigido e lucido, giallo e verde. Una bottiglia? No, non regali una bottiglia a tre alcoolisti. Una torta, forse, un panettone, chissà. Mi piace pensare che ci siano tre pacchetti piccoli, tre oggetti. Tre pensieri, che è tutto quel che adesso vogliono, sono pieni del completo stupore che qualcuno abbia pensato a loro, che è quel che tutti vogliamo, tutti desideriamo senza dirlo, che qualcuno pensi a noi, che qualcuno prenda dieci minuti della sua vita e li dedichi a noi, come gocce di colla che ci tengano insieme, a noi, agli altri. Dall’interno della chiesa viene il suono di una chitarra, stanno provando “Tu scendi dalle stelle” e ne fanno una versione blues, che sa di cascina del reggiano e di mattino di ottobre a New Orleans. Guardo il telefono, vedo il simbolo in alto a sinistra, ne guardo i colori, penso a quel sacchetto, leggo. “Buon Natale”. Colla.
23/12/2010
Dopo l’ultima stretta di mano la casa rimane vuota. Sul tavolo della cucina una manciata di bicchieri di plastica che tengono sul fondo qualche goccia di uno spumante comprato di corsa al supermercato, e una fetta di torta al cioccolato appena sbocconcellata. Sul tavolo della sala c’è un quaderno, con le righe da terza elementare. La prima decina di pagine è occupata da firme, qualcuna seguita da un breve pensiero. L’uomo prende il quaderno in mano, fa scorrere i fogli sotto il pollice, senza leggere, senza vedere nulla, né le firme che ci sono, né quelle che mancano. Si sposta verso il grande specchio che occupa una parte del corridoio, si guarda, fissa l’abito scuro e la cravatta nera, e con un riflesso automatico porta le mani verso il nodo per stringerlo bene, per non far intravvedere nemmeno un microscopico angolo del bottone che allaccia il collo della camicia. Quando suona il campanello tira un sospiro e va ad aprire la porta di casa, trovandosi di fronte la vicina, che gli chiede con voce calma se ha bisogno di qualcosa; lui rimane per qualche secondo in silenzio, e in quel brevissimo tempo lei lo fissa negli occhi, lo fa dall’alto dei suoi anni come una madre potrebbe guardare un figlio, e gli dice solo “mi faccia entrare, si sieda, le preparo qualcosa da mangiare”. Lui si scosta, la guarda entrare e dirigersi verso la cucina, e fissandosi la lucida punta delle scarpe nere riesce solo a dirle “grazie”.
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