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17/11/2004
Quattrocentomila linee telefoniche sotto controllo, senza considerare “cimici” a ammennicoli vari. Altro che spam, o utilizzo dei dati personali per l’invio di pubblicità.
Repubblica.it
15/11/2004
La condizione di emigrante, o di figlio di emigrante, è ancora piuttosto comune in questo paese.
Per quanto mi riguarda, ho la famiglia sparsa in mille rivoli: Milano, provincia di Piacenza, provincia di Pisa, Brescia, Torino. Alcuni di questi rivoli sono tornati “a casa”, in Sardegna; non prima di aver toccato il Canada, il Lazio, la Germania. Per capirci, non ho un parente che sia uno da andare a trovare al cimitero. Se voglio farlo, devo prendere l’aereo; così come mia madre e mio padre.
Ecco, i miei genitori.
Non hanno lasciato il paesino sardo con il sorriso sulle labbra. No, non direi. Ma l’hanno lasciato con una speranza concreta. Andare a cercare una vita migliore. A quei tempi (tra il 1950 e il 1960), si poteva. Sì, certo, la discriminazione (non si affitta a meridionali), una lingua sconosciuta (a Milano, nel ’60, non erano in molti a parlare l’italiano), il clima ostile (mica come adesso: la nebbia, allora, era una cosa seria), e molte cose strane tutt’intorno (mia nonna, messa di fronte alla scala mobile della Stazione Centrale, proruppe in una risata omerica; quando si riprese, riuscì a chiedere a mia madre: “e itt’este custa colora?” – “e cos’è questa biscia?”)
Ma c’era un lavoro, c’era il lavoro, c’era lavoro per tutti.
E si trovava casa: casa popolare, ma erano tre locali e servizi. Con l’ascensore, e la cantina, e la strada asfaltata.
Con qualche anno di risparmio, si poteva comprare la Cinquecento, o la Lambretta. Si potevano comprare i dischi di Celentano, e si poteva andare al cinema a vedere Gassman e i soliti ignoti.
Si potevano fare tante cose, non ultima quella di darsi una dignità. Si poteva avere una speranza.
Oggi, chi lascia casa propria, chi parte dalla Locride o da Ponticelli, questa speranza non ce l’ha più.
Siamo la settima nazione più ricca del mondo.
Repubblica.it
10/11/2004
Non ho visto “Paolo Borsellino”, e quindi non posso dire se il suo è stato un successo meritato o meno.
Pur sapendo che, probabilmente, molti di coloro che si sono piazzati sul divano per guardare la storia di un pugno di magistrati siciliani ammazzati dalla mafia hanno, a suo tempo, passato piacevoli serate in compagnia di Elisa di Rivombrosa, mi piace pensare – voglio sperare – che quelle quattro ore da spettatori siano state una forma (blanda, certo) di risveglio di dignità, di senso civile, di rispetto per l’eccezionale coraggio di uomini normali. Da stasera poi, si sa, si torna al campionato di calcio.
08/11/2004
Allora, pare che il problema di molte famiglie italiane non sia solo quello di far bastare i soldi dello stipendio per arrivare alla fine del mese, ma anche quello di dotarsi di un nuovo genere di beni primari, come computer e fax.
Questo spiega perchè la “spesa proletaria” (ah, gli aggettivi: piccole e potenti parole capaci di spiegare sia il sostantivo al quale si accompagnano, sia – soprattutto – le persone che li usano) non abbia avuto luogo solo presso panettieri, salumieri e ortolani, ma anche laddove si smerciano monitor TFT e stampanti multifunzione: sign ‘o the times, cantava quello.
Repubblica.it
05/11/2004
“Gesù, quando vide che il cibo non bastava per tutti, non divise in pezzetti il pane ed il pesce per soddisfare tutti con poco, ma lo moltiplicò e lo redistribuì per soddisfare i bisogni di tutti (…) Il precedente evangelico, se vogliamo, l’unico miracolo sociale, quello dei pani e dei pesci, risponde allo stesso meccanismo di sviluppo che è il cardine di questa Finanziaria”
Giuseppe Vegas, sottosegretario all’economia
Repubblica.it
02/11/2004
E chi ne ha bisogno, se si può comprare un falso pene?
Kataweb News
08/10/2004
[A conclusione del trittico settimanale; poi torno a postare notizie su The Farm]
Bill Moyers, giornalista della PBS (la televisione pubblica statunitense) ha tenuto, qualche giorno fa, una conferenza intitolata “Journalism under fire”.
Non conosco quest’uomo, ma alcune sue parole mi sembrano parecchio sensate.
Il giornalismo? “il mestiere di cercare di dire la verità intorno a persone il cui mestiere è nascondere la verità“. Un mestiere che “resta essenzialmente lo stesso: raccogliere, soppesare, organizzare, analizzare e presentare le informazioni che la gente deve conoscere per comprendere il mondo“. La frase che mi piace di più (ma magari, leggendo l’intero intervento, ne troverò altre) è questa: “Le notizie vere sono le notizie delle quali voi ed io abbiamo bisogno per mantenere le nostre libertà“. Chapeau, Bill.
Giornalismo d’altri
07/10/2004
Rebecca Loos rende felice un suino, durante una puntata di “The Farm” (la fattoria, sì, proprio quella).
Kataweb
Di tanto in tanto, arriva quello che dice “Basta, non ne posso più della città, del traffico, del rumore. Ho deciso, vado a vivere in campagna, dove si può fare vita di paese, ci si conosce tutti, se hai bisogno di un etto di zucchero non hai problemi a chiederlo al vicino, e c’è tanto verde per i bambini“.
Tu lo guardi, dici di sì perchè cosa vuoi stare a discutere, fingi addirittura un filo di invidia. E poi, ti siedi sulla riva del fiume ad aspettare.
Perchè un milanese, per andare a vivere in campagna (vivere, non fare il villeggiante da week-end) si deve spostare di settanta-ottanta chilometri, dato che la metropoli si estende molto al di là dei confini del comune.
Sono pochi, quelli che lo fanno veramente: il cambio di vita, intendo. Gli altri si fanno irretire dalle villette a schiera immerse nel verde, a soli otto minuti dal capolinea della metropolitana. Vanno ad abitare a Seguro, a Corbetta, a Novate Milanese, a Vizzolo Predabissi. Ogni mattina si svegliano prima dei panettieri, e si mettono in coda sulla Varesina, sulla Paullese, sulla Milano-Meda, perchè hanno cambiato casa ma non hanno cambiato lavoro. Arrivano a casa alle otto di sera, come tutti gli altri abitanti delle villette a schiera immerse nel verde, che si rendono conto che al capolinea della metropolitana ci arrivi in otto minuti soltanto la domenica mattina verso le seieventi, e come tutti gli altri cercano di sopravvivere fino alla mattina successiva, alla coda successiva, alla ricerca di parcheggio successiva.
Non vedono anima diversa dalla moglie e dal figlio per cinque giorni su sette, il venerdì sera, quando vorrebbero stramazzare sul letto e dormire sedici ore di fila, i ragazzi del paese (quei pochi che non sono andati a strafarsi di mojito a Milano), si mettono a far bordello nella piazza della chiesa, ed è più o meno come essere catapultati in un concerto di Marilyn Manson essendo amanti di Bach. Il week-end lo passano lividi a riprendere energie, vanno a comprare il pane nel negozietto dove la padrona parla in dialetto (e loro non capiscono) e la nipote che la aiuta è una sgallettata che però la dà solo a chi ha un pied-a-terre. Dove? A Milano, no?
05/10/2004
Io penso che invece le cose giuste siano sempre le cose giuste, e penso che si debba tendere a quelle sempre: io non voglio essere meglio di Jack lo Squartatore o di Bush, per essere soddisfatto. Io voglio essere meglio che posso.
Sottoscrivo. Ed è per questo che non mi piace il metodo-Moore, così come non mi piacciono – ad esempio – i politici che, messi di fronte ai loro insuccessi, si difendono dicendo “beh, ma quelli che c’erano prima di noi mica hanno fatto di meglio”.
Però, al tempo stesso, mi chiedo se questo atteggiamento non sia inevitabilmente destinato alla sconfitta ed all’inutilità, in un mondo nel quale se dici che hai vinto, e se lo dici bene, allora hai vinto davvero.
Wittgenstein, Giovani Tromboni
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