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10/06/2015
C’è questa grande vetrata, a Roma Tiburtina. Sta al secondo piano (o è il primo? mai che riesca a ricordarlo), vicino a un bar che vende i panini da stazione. Ci arrivi passando in mezzo a una specie di area di sosta con i tavolini e le sedie abbastanza larghi da non sentirsi in imbarazzo. C’è sempre qualcuno a quella vetrata, qualcuno che gira la sedia e passa dei quarti d’ora a guardare fuori. Cosa, non lo so: se lo chiedessero a me, che lo faccio ogni volta che posso se non arrivo trafelato, non saprei cosa rispondere. Perché il panorama è quello che è: brutto, fatto di palazzi che erano brutti anche da nuovi e figuriamoci oggi dopo decenni di gas di scarico e manutenzioni approssimative, di un cavalcavia grigio anche quando il cielo ha il colore dell’ottobrata romana, e là sotto i binari con i treni dell’alta velocità. Potrebbe essere uno scorcio di Bucarest o di una qualsiasi delle città che usiamo come paradigma della bruttezza (a mostrare la nostra ignoranza: Bucarest è tutto tranne che brutta, per dire), una cartolina di certa periferia milanese o della banlieue parigina (perché la città-più-bella-del-mondo è fatta di tante enormi isole di puro squallore), eppure a quella vetrata, davvero: c’è sempre qualcuno. Che sta lì, e guarda, una mano appoggiata sul trolley e le gambe stese, e quando deve alzarsi per cercare il suo binario pare che gli dispiaccia.
19/05/2015
Ieri mi hanno fatto fare un giro nelle suites di un albergo che verrà. Un albergo con tante stelle, che sta in un posto molto, molto bello. Almeno per me, si intende: de gustibus eccetera. E’ strano avere a che fare con il lusso degli altri, perché a pensarci bene il punto non è il lusso – cioè quell’insieme di cose che tu non puoi permetterti – ma sono gli altri. Non so chi spenderà qualche migliaio di euro a notte per quei letti, quegli schermi, quelle poltrone, quelle docce, quei colori: posso immaginarlo, parlando di categorie sociali, ma non li conoscerò. E questo me li renderà sostanzialmente accettabili, perché indifferenti nella loro lontananza. E’ il lusso di chi conosci, quello che ti mette davvero alla prova: ieri passavo tra queste camere provando quasi null’altro che ammirazione, la stessa che avrei provato davanti, non so, a un magnifico quadro del Seicento olandese; ma non sono così sicuro della nobiltà delle mie sensazioni se una di quelle porte mi fosse stata aperta da qualcuno di conosciuto, di più o meno vicino alla mia vita. Il fatto è che tutti vogliono viaggiare in prima, ma i posti si esauriscono in fretta.
Poi, tornando a casa in metropolitana, mi chiedevo se quello che avevo visto era davvero “bello”: in che senso, secondo quali parametri, e se questi sono abbastanza corrotti da farmi dire ooohhh davanti a qualcosa di cui non sono più capace di riconoscere la eventuale pacchianeria. Ma nessuno è buon giudice di se stesso, e ho lasciato perdere – faceva fin troppo caldo per certi pensieri.
10/05/2015
Ieri ho passato buona parte della giornata con i miei: succede, quando pezzi di famiglia si riuniscono per i funerali. Tornando dalla Toscana mia mamma ha tirato fuori il Kindle cercando qualcosa di nuovo da leggere – i nostri viaggi, da buoni nuragici, non sono esattamente all’insegna della conversazione torrenziale. E però, il leggere. Non ho moltissimi ricordi di quando ero piccolo, diciamo il minimo sindacale. Ma il primo, e nitidissimo, ha proprio a che fare con lei, con mia mamma, e con delle pagine da sfogliare. Lei sta lì, seduta vicino a me che avrò quattro anni, e mi sfoglia e mi legge un Topolino. Ne posso quasi sentire la voce. Mi piace pensare che un po’ di cose mia madre me le abbia insegnate, ma mi piace quasi di più credere che una cosa l’abbia seminata – il piacere di leggere, appunto – e poi l’abbia innaffiata e coltivata ogni giorno che abbiamo passato insieme, senza forzarla, accompagnandola silenziosamente come si fa girando una pagina dopo l’altra: che è quello che le ho visto fare sempre, tutti i giorni, l’ho sempre vista leggere, quasi qualunque cosa, i libri in milanese di Carlo Porta – lei che veniva dalla Sardegna più profonda e lì riusciva a capire l’anima e la cultura dei vicini di casa che l’avevano accolta come una figlia e che erano i prototipi degli ambrosiani veri, quelli col cuore in mano come nel più trito dei cliché – e romanzi e il quotidiano e non so cos’altro ancora. Ci siamo scambiati un po’ di titoli mentre salivamo sulla Cisa, hai letto questo, sì, e quest’altro, sì, chissà cosa ci trova la gente in quello lì che era da Fazio l’altra sera, prova Soriano, va bene, poi ci siamo fermati per un caffè e poi siamo arrivati a casa e poi mi sono seduto sul divano a riposare un po’, in compagnia di un Primo Levi che chissà, senza mia mamma e la sua quinta elementare non sarebbe mai stato così importante per me.
24/02/2015
Un paio di settimane fa mi sono ritagliato qualche ora di un weekend e mi sono riletto “La tregua” di Primo Levi. In questo caso mi serviva, dovevo recuperare alcune pagine (e quindi, già che c’ero, perché non rileggerlo per la quarta volta), ma a volte Levi lo riprendo per un semplice bisogno di pulizia, di serietà non triste, di guardare un uomo che sa essere per bene senza essere bigotto. A un certo punto sono cascato dentro una frase che ancora non mi capacito di non aver notato prima – c’è questo treno russo che si porta in giro migliaia di persone che non sai nemmeno come definire, non sono più prigionieri, tranne alcuni non sono soldati, sono dei profughi che la guerra ha mollato in un buco della Russia bianca dove poco alla volta sono tornati a rendersi conto di essere vivi e quindi a sentire ancora più forte la mancanza della vita vera, quella che avrebbero voluto decidere di vivere senza sottostare a costrizioni e violenze; c’è questo treno che va, e si ferma, e riparte, va a sud e poi a nord, a ovest e poi torna a est senza una logica apparente, decine di vagoni pieni di uomini e donne e bambini spostati da un ubriaco sulla cartina geografica a dispetto di ciò che tutti vogliono, riattraversare l’Europa, ripassare il Brennero e tornare a casa; c’è questo treno fermo in una stazioncina in Moldavia o in Romania, da qualche parte che ora non ricordo, e loro, i profughi, vanno dal macchinista e gli chiedono dove sono diretti, quale sarà la prossima fermata, ed ecco quella frase, questo russo gigantesco e nero di carbone li guarda, sorride, allarga le braccia e dice “Dove andiamo domani? Non lo so, carissimi, non lo so. Andiamo dalla parte dove troviamo binari” che a me sembra la migliore descrizione possibile della vita, e di certo la più onesta; poi sì, forse pure una delle più desolanti se non hai abbastanza fiducia e pazienza, quella che serve a lavorare ogni giorno che Dio manda in terra per fare bene quello che devi fare, anche solo aspettare, per riattraversare l’Europa, passare il Brennero in senso inverso, e tornare a casa.
13/01/2015
L’altro giorno ho scoperto questa cosa, che ogni tot anni il calendario si ripete identico: il 13 gennaio è un martedì, il 23 febbraio un lunedì, Ferragosto cade di sabato e così via. Allora ho capito perchè vendevano delle Moleskine intonse vecchie di sei anni e lì per lì mi è pure sembrata una bella idea tornare in quel negozio per comprarne una o due, poi ho pensato alla sensazione di essere dentro giorno per giorno a un intero anno del passato e però boh, e se è stato un anno buono non lo puoi rivivere davvero, e se è stato un anno brutto lo ricordi ogni momento, e se è stato un anno così e così allora perché a che serve e così niente, non so, forse mi piacerebbe avere un’agenda del 2026 o del 2037 e scriverci dentro e prendermi degli appuntamenti, degli impegni, così, per vedere se funziona, e l’effetto che fa.
06/01/2015
Il giorno prima è quello dei piccoli preparativi: una spazzolata alle scarpe, il riordino della borsa, la punta a un paio di matite, i piccoli dettagli che fanno l’abito che poi farà il monaco con l’idea consapevolmente illusoria che se tutto è al suo posto allora tutto è sotto controllo e niente potrà andare storto. Nel giorno prima ci stanno anche le cose importanti che non hanno a che fare con le otto del mattino del giorno dopo, una camminata fino al cimitero, sembra ieri e sono già cinque anni, il ritorno verso casa, un bicchiere di prosecco al circolo, quattro chiacchiere con la sensazione di essere una maglia di una rete più grande, quella che ti tiene su anche quando non te ne accorgi; e dopo è già l’ora, un’ultima occhiata prima di un film, la scrivania in ordine, gli appunti allineati, quella strana sensazione di inutilità necessaria che provi mentre guardi la macchina appena uscita dal lavaggio e sai che basteranno poche ore per sporcarla di nuovo, e una specie di paura che ci sia del buono pure nelle cose che devi, anche se non vuoi, fare.
10/12/2014
Stanno vicini, stretti, seduti sulle prime poltroncine del tram che si riempie fino ad avere gente bloccata sugli scalini. Stanno così vicini e stretti che pare di vederla, la bolla che hanno intorno. Lei è una bella ragazza, i capelli castani, le gambe coperte per metà dalla minigonna, una risata dolce. Lui ha qualcosa di strano, dei piccoli movimenti a scatto, un modo di piegare la testa che ti costringe a riguardarlo. Appoggiato sulle ginocchia ha un pezzo di metallo ripiegato in cinque o sei parti, che sembra un bastone per ciechi, di quelli estensibili. Allora capisci, capisci quegli scatti, quegli abiti, quei movimenti ai quali manca sempre un centimetro, e quando lo capisci ti chiedi com’è non vedere la ragazza che si avvicina a baciarti sulle labbra davanti a cento occhi che si sforzano di non sgranarsi nell’incredulità, com’è sentire solo il suono della sua voce e non poterle dire che ha delle gambe che se solo non ci fosse tutta questa gente intorno, com’è vivere così e per quanto tempo puoi farlo portandoti dentro tutti i dubbi che lei si affanna ogni giorno a dissipare senza mai riuscirci fino in fondo, com’è il buio.
19/11/2014
Ieri guardavo le foto di quei ragazzi occidentali che si sono arruolati con Isis, le barbe lunghe, gli occhi induriti e soprattutto quegli sfondi giallastri, di deserto pietroso e triste, stavo lì a farmi le solite domande, ma cos’hanno in testa questi, ma perché devi aver voglia di tagliare la testa a un tuo simile, cosa ti porta a lasciare la periferia, per quanto squallida, di Marsiglia o di Birmingham per andare in un posto così, facendo magari il percorso inverso di qualche tuo avo che scappava dalla povertà per cercare fortuna e benessere e tranquillità in una città europea o americana, ero lì che li guardavo come alieni che ti fanno paura quasi più perché non li capisci che per le loro azioni, poi mi è venuta in mente questa frase – La fine della guerra, che si dice prossima, mi fa grigie queste ore, con il pensiero che la parte eroica della mia vita è ultimata -, ho pensato che l’ha scritta un tipo che si chiamava Carlo Emilio Gadda, non esattamente il prototipo del Rambo tricolore, quando mancavano meno di tre settimane alla notte di Caporetto e dopo due anni di guerra, una guerra nella quale si era buttato volontario e che voleva continuare a combattere, uno che come tutti gli artisti veri sapeva dire quello che in tanti sentivano senza riuscire ad esprimerlo e allora niente, ho guardato ancora un po’ quelle fotografie, quelle facce, e non ho più saputo cosa pensare, e ho chiuso la pagina.
13/11/2014
Non so bene perché, se è colpa di una certa abitudine o dei film di fantascienza (che però non guardo, mi annoiano a morte) o della mancanza delle stelle e degli astronauti, ma della sonda che arriva sulla cometa quello che mi piace di più è una cosa piccola, è la sensazione di completezza che soltanto i lavori fatti bene riescono a dare, la completezza che viene dalla cura, l’attenzione e una infinita pazienza, quella che ci vuole per preparare un viaggio e farlo durare dieci anni, e arrivare.
09/11/2014
E’ raro che mi ricordi dov’ero quando è successa una certa cosa di rilevanza mondiale, riesco a recuperare nella memoria il momento in cui ho saputo delle Torri e quello in cui Grosso ha segnato l’ultimo rigore della finale del 2006 e la sera dell’Heysel, ma poco altro. Però ricordo la mattina in cui il comandante della caserma ci ha guardati, tutti i milletrecento che stavamo alla Scuola Truppe Corazzate di Caserta, e ci disse che la sera prima era crollato il Muro di Berlino. In effetti non saprei dire se usò veramente il termine “crollare”, ma ci fece capire cos’era successo. Ricordo anche che la notizia non ci impressionò particolarmente, il nostro qui-e-ora era fatto di cose più stringenti e importanti, sopravvivere alla mensa e al vento freddo, interrogarci dove ci avrebbero spediti a passare l’inverno, cose così. Non fu un argomento di discussione, al termine di quella giornata – una normale sequenza di ore di esercitazioni e marce e ordini e code – nessuno si chiese se e come il mondo sarebbe cambiato. Qualcuno avrebbe capito negli anni a venire che quel giorno era successo qualcosa di grosso, era stata fatta la Storia: molto tempo dopo, penso che alla maggior parte di noi sia rimasta una città dove andare con un volo low-cost a comprare qualche bel souvenir.
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