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17/06/2009
Sei anni fa era una mattina di giugno, una domenica fredda e piovosa quando passai per caso davanti al Caffè Reggio e feci una cosa che quando viaggio non faccio quasi mai – entrare in un locale “italiano”. Per l’orario e per il clima eravamo in quattro gatti, nel locale c’era il silenzio sonnolento del risveglio e del torpore, accompagnato dalla musica classica che è il marchio distintivo del locale, insieme alla sua famosa macchina del caffè. Questa sera c’era molta più gente, i tavoli erano quasi tutti pieni, una ragazza rideva forte, MacDougal Street era un fiume di gente che si preparava a passare la serata al Village. Ma ad un certo punto la ragazza ha smesso di ridere, per pochi secondi anche il brusio di tutti gli altri clienti si è calmato, e in quel momento si sono sentite distintamente le note di un brano di musica classica, e il Caffè Reggio è tornato ad essere quello che è per tutti, quello che dovrebbe sempre essere – un piccolissimo pezzo dell’Italia del primo Novecento portato nel Greenwich Village, come una futura memoria.
Uscire dalla fermata della metropolitana e mettere piede sulla 125th Street è come lasciarsi alle spalle la galleria di un’autostrada in un giorno d’estate. L’onda di luce che arriva da ovest fa brillare la strada bagnata dal temporale che mi ha accompagnato nel Bronx, fa splendere la pietra marrone delle brownstones, fa luccicare le insegne dei cento parrucchieri da ognuno dei quali escono donne e ragazze e bambine di bellezza abbagliante. Harlem, come diverse altre zone di Manhattan, è una città nella città, ha i suoi confini, la sua gente, la sua architettura, la sua storia; Harlem è quel posto che tu puoi visitare, ma del quale non puoi fare parte perchè non lo puoi capire e che non puoi capire perché non ne puoi fare parte. E però lo si può amare lo stesso, ché in amore non tutto si può e non tutto si deve spiegare – ed è per questo che ci sono tornato.
16/06/2009
Arrivo nel Bronx sotto il diluvio. Che poi, dico “Bronx” ed è vero, questo è Bronx, 161th Street, e la differenza con la Manhattan di Central Park e di Times Square si vede, altre case, altre facce, l’ufficio di reclutamento dell’esercito, negozi di abbigliamento low-cost. Ma è che per noi “Bronx” significa altro, significa un’idea di pericolo e paura che rimani quasi deluso nel non provare, perché anche i cattivi devono essere all’altezza della loro fama e allora quasi ti auguri che questo sia un Bronx per turisti perché è vicino allo stadio, che il Bronx vero e brutto e sporco e cattivo sia quello a cinque fermate di metropolitana più verso nord. Il mio Bronx è quello della Yankee Tavern, dove mi siedo per asciugarmi, dove mi godo quel dieci per cento che riesco a capire delle conversazioni tra il barista Jack e i suoi avventori, che si capisce che qui sono di casa, ci sono un po’ tutti – l’ispanico che si finisce il secondo whisky, quello che passa e grida “Que viva Puerto Rico”, l’italiano che attacca la pizza, i neri dinoccolati che abbordano due ragazze all’angolo del bancone. La Yankee Tavern si chiama così in onore degli Yankees e dello Yankee Stadium che si trova a duecento metri, subito dopo il ponte della metropolitana, è un posto come cento altri e forse è questa la sua particolarità.
Io ho questa fissa dei posti dai quali la gente parte, e nei quali la gente arriva. Aeroporti, stazioni ferroviarie, stazioni di pullman, cose così. E allora cambio programma – non che ne avessi uno vero e proprio, ché alla fine il programma è sempre lo stesso, iniziare a camminare e poi farsi venire qualche idea senza nemmeno usare più guide e cartine – e vado al Grand Central Terminal. Passo in mezzo alla gente che inizia a tornare a casa dopo la giornata di lavoro, guardo la coda alla biglietteria, osservo l’enorme soffitto dal quale pende una bandiera americana e sul quale sono raffigurati alcuni segni dello zodiaco, salgo e scendo dalle due grandi scalinate laterali, seguo il flusso per andare ai binari dal 100 al 117, mi perdo nella folla che si sposta con un obiettivo preciso perché io l’obiettivo non ce l’ho, mi ritrovo nel mercato interno dove una ragazza mi offre mezzo grissino con una fetta di San Daniele avvolta intorno, resisto alla tentazione di salire su un treno qualsiasi per vedere l’effetto che fa. Stare dentro Grand Central è come stare dentro un motore acceso, vedi il movimento frenetico e continuo, è come guardare una puntata di SuperQuark – di quelle che ti fanno vedere il corpo umano dall’interno e tutto si muove senza sosta perché solo così riesce a rimanere vivo. Il bello è che Grand Central sta a due passi da Bryant Park, che è il posto dove invece la gente si ferma, si siede ad un tavolino oppure sugli scalini, dove ci sono i libri che puoi prendere gratuitamente per fermarti a leggere, dove – sarà un’impressione mia, non so – tutti abbassano il tono della voce, dove vengono organizzati i corsi di yoga e di knitting, dove Manhattan sembra prendersi una pausa da se stessa per ricaricarsi e riprendere a muoversi. Mentre scendo in metropolitana mi chiedo dove sto meglio tra questi due posti, tra Grand Station e Bryant Park, e mi rendo conto che non ce l’ho una risposta e che anzi sarebbe stupido averla, perché uno tiene in vita l’altro e non potrebbe essere che così.
Cammino per la 38a, da ovest verso Broadway, e osservo questo piccolo microcosmo che è il Garment District, che è come stare seduti sul divano a guardare un “making of”. Qui vedi tutto ciò che sta dietro gli abiti di sartoria, vedi i negozi di tessuti a un dollaro per yard, vedi i negozi di soli bottoni – e non puoi credere che ne possano esistere così tanti -, vedi cinquanta manichini nudi uno in fila all’altro, vedi passamanerie e tutti gli oggetti del mestiere, vedi ferri da stiro e forbici e metri e camion che caricano e scaricano, vedi la materia prima che compone ciò che ti capiterà di trovare nelle vetrine della Fifth Avenue, anche se non lo riconoscerai. E’ un mondo colorato ma difficile da descrivere, perchè è come provare a dire di cosa sono fatti i sogni, e allora ci passi in mezzo e basta, rallentando il passo cercando di non intralciare quelli che sul sogno stanno invece lavorando.
Con l’America è sempre così, ti pare di aver già visto tutto, di conoscere già le cose che vedi. Una vita di film, di libri, di serie televisive non passa senza lasciare tracce. Esco dall’aeroporto di Newark, il Liberty International, e mi aspetto di vedere lo Zio Paulie che infila circospetto una valigia nel bagagliaio della macchina, la Jersey Turnpike è fatta di cento posti nei quali Tony Soprano ha fatto secchi amici e nemici di ogni ordine e grado, leggo Weehawken e ricordo “Pastorale americana”, cerco le uscite che descrive Roth in “Patrimony” quando porta il padre al cimitero e mi pare di vederle. E Manhattan, che è forse tanto nostra quanto di chi ci vive davvero – e la cosa strana, a pensarci, è questa sensazione di essere a casa in un posto straniero, la sorpresa non del nuovo ma della conferma, la sorpresa che si prova nel girare l’angolo e sapere già cosa si troverà.
12/06/2009
Quattro passi in Corso Como, e jeep dell’Esercito in Viale Pasubio, dietro gli scavi che sventreranno la piazza per due o tre lustri ancora. Quattro passi in Piazza Duomo, e jeep dell’Esercito in Via Palazzo Reale, con i soldati in mimetica che chiacchierano con due poliziotti e un vigile urbano sugli scalini dell’entrata laterale della chiesa. Sarà che sono figlio di un carabiniere, sarà che in famiglia di gente in divisa ne ho avuta parecchia – incluso qualcuno che ci ha quasi lasciato le penne – queste non sono visioni che mi inquietano. Lo farebbero se per le strade di Milano scoppiassero bombe, immagino. Ma il fatto è che sono visioni alle quali mi sono abituato, al punto che non ci faccio (quasi) più caso: e guardando le diecimila altre persone in mezzo alle quali mi trovavo, non ero certo l’unico. Non che ci fosse bisogno di un ulteriore esempio, ma è proprio vero che si fa il callo a tutto.
11/06/2009
Società Autostrade buongiorno, sono X, in cosa posso esserle utile?
Buongiorno, avrei bisogno di mettermi in contatto con il vostro Punto Blu di Via Larga, a Milano.
Ci deve andare di persona.
Sì, dicevo, mi può dare il numero di telefono del vostro Punto Blu di Via Larga a Milano?
Non possono avere contatti verso l’esterno, non hanno recapiti telefonici.
Mi sta dicendo che non posso telefonare ad un vostro Punto Blu?
Esatto, signore. Ci deve andare di persona, non possono avere contatti verso l’esterno
Capisco. Grazie, buona giornata.
Buona giornata a lei, signore.
10/06/2009
Fa brutto dire che se il loro so-called Partito Pirata prende il 7%, gli svedesi non sono messi un granché bene?
09/06/2009
Il 35,3% è una mezza sconfitta, il 26,1% è una mezza vittoria. No, dico, basta saperlo.
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