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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    05/08/2010

    Vai che andiamo

    Filed under: — JE6 @ 08:43

    Rallenta, ma non fermarti. Vai, che possiamo alzare la visiera e sentire l’aria fresca sulla faccia, vai piano che possiamo guardare le luci della montagnetta e quelle dei viali, e i palazzi nuovi che salgono, vai che possiamo vedere che stanotte anche le puttane riposano, vai che non ci interessa degli altri, non ci importa di chi sta viaggiando né di chi sta facendo l’amore, vai che di benzina ne hai, portami dove vuoi, da nessuna parte va bene, vai che tuo fratello ci sta guardando, vai che per due ore è tutto a posto, vai che tutto questo è nostro, vai che siamo più vivi di tutti gli altri, vai che a domani non ci pensiamo, vai che va bene così, vai che andiamo.

    04/08/2010

    Cronache di una sorte annunciata

    Filed under: — JE6 @ 13:05

    Partecipate anche voi, se vi va. E comunque, stay tuned.
    Barabba

    Diapason

    Filed under: — JE6 @ 08:37

    E’ l’ultima settimana di lavoro. Quasi nulla di quello che sto facendo si conclude, sono tutte cose che dovranno essere riprese in mano fra due o tre settimane. In mezzo ci stanno le vacanze, e ci sta buona parte di agosto. E’ una cosa che soffro, questa sensazione di sospensione forzata, questo dover entrare nella corsia dei box, rallentare, cambiare gomme, fare rifornimento e aspettare che qualcuno alzi il lollipop per poter ripartire.
    Ogni tanto ci penso, e mi rendo conto che c’è un grosso inganno. Quello che ci fa pensare che stare fermi sia male. Quello che ci fa stare in perenne movimento, perché se tutti si muovono devo farlo anch’io – lavoro, amore, tempo libero. E così finiamo per essere come il diapason, che lo tocchi e si muove e si muove e si muove così velocemente che sembra immobile, e non si sposta mai, e rimane sempre nello stesso posto – noi e la nostra paura di restare fermi, quando restare fermi per tutto il tempo che serve è l’unico modo che abbiamo per poterci muovere davvero, per ripartire.

    03/08/2010

    Razor blades of love

    Filed under: — JE6 @ 22:39

    Il ragazzo accende il motore guardando la ragazza entrare nel portone del suo palazzo di periferia. Quando sparisce dalla vista, spegne. Rimane con lo sguardo fisso sulla luce del semaforo – verde, giallo, rosso, verde. Una donna attraversa la strada con un dobermann al guinzaglio. Il ragazzo appoggia il telefono sul sedile vuoto e caldo. Lo guarda ogni minuto, sapendo che non suonerà, che non si illuminerà, che rimarrà muto per ore e giorni. Mette un cd a caso nell’autoradio. “Razor blades of love”. Abbassa il finestrino. Sputa. Rialza il finestrino. Passano le ore. Appoggia la testa sul volante. La batteria del telefono si scarica. All’altro capo della via arrivano gli spazzini per la pulizia notturna delle strade.

    Ricordare senza memoria

    Filed under: — JE6 @ 10:26

    In ufficio ho cinque persone che non erano nate quando la stazione di Bologna saltò in aria. Alcune di loro ne sanno qualcosa: di Bologna, di Ustica, di Moro, dell’Italicus, di Piazza Fontana. Hanno letto, hanno guardato “Blu notte”. Forse hanno persino partecipato a qualcuna delle manifestazioni pro forma che i collettivi dei licei di tanto in tanto organizzano, facendo precedere il corteo dallo striscione “Non dimentichiamo”.  Per quanto riguarda i fatti, ne sanno probabilmente quanto ne so io – e cioè abbastanza poco, perché durante tutti questi anni la sedimentazione di verità, falsità e verosimiglianze ha costruito un agglomerato laocoontico che nessuno riesce a districare. Ma il punto è un altro, almeno oggi, almeno per me. Il punto è che dicono “ricordiamo” ma non hanno e non possono avere memoria. Il punto è che non stavano a Milano quando volavano le spranghe e scoppiavano le bombe, quando le scuole – come l’Omni di Lampugnano – venivano presidiate ogni giorno che Dio mandava in terra dalla Celere, quando chi – come me – aveva un padre in divisa non era del tutto sicuro di rivedere il genitore al tavolo della cena. Il punto è che hanno visto le strisce di cocaina nei cessi dei locali notturni, ma non conoscono i fiori di siringhe sporche di sangue conficcate negli alberi dei parchi cittadini e i tossici sconciati dall’eroina. Dicono in buona fede di ricordare, così come l’ho detto io dopo essere uscito da Dachau e da Mauthausen. Come tutti, nel giro implacabile delle generazioni, ricordano senza memoria, e quindi senza cuore. Non ne hanno colpa, ovviamente. Ma è così che i ricordi si spengono.

    01/08/2010

    Talk to me

    Filed under: — JE6 @ 10:44

    Io ammiro le persone che sanno ascoltare. Quelle che ascoltano, proprio. Non so dire se le invidio: non credo. Ma le ammiro molto. Sono quelle che stanno in silenzio. Sono quelle che incassano. Sono quelle che trovano nelle parole degli altri, quelle che gli altri gli riversano nelle orecchie e sulla pelle, anche dei gran pezzi di sé stesse: ma non li possono raccontare, perché già altri lo stanno facendo. Sono quelle che tacciono, per forza e per scelta. Sono quelle che a un certo punto devono dire qualcosa, sapendo che quel qualcosa molto probabilmente non verrà nemmeno sentito, altro che ascoltato. Sono quelle che proteggono, rimanendo esposte a ogni intemperia, a ogni perturbazione. Sono quelle che ognuno vorrebbe averne una. Sono quelle che nessuno vorrebbe essere.