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18/03/2013
E’ vero, non ce ne dovrebbe essere bisogno: ci si dovrebbe arrivare prima, per conto proprio e senza esservi costretti dalle circostanze: ma se ne fossimo capaci, come potremmo allora ridere di noi stessi. Eppure è soprattutto quando ti trovi a vivere – per poco, un battito di ciglia – in un paese a libertà condizionata e vigilata che ti rendi conto di quel che hai a casa, qualcosa di indefinibile essendo fatto di migliaia di cose grandi e soprattutto piccole e che non sai come altro chiamare se non libertà: che in sé comprende la possibilità di non vederle, quelle cose, di non vederle una per una e tutte nel loro insieme, la possibilità di non apprezzarle, di non farne uso e persino di disprezzarle. E’ in quel momento che realizzi che il brutto non è la fatica: è lo spreco.
(Feat. Perturbazione, “Del nostro tempo rubato”)
17/03/2013
C’è un momento, che arriva senza preavviso e ti lascia interdetto, nel quale ti ritrovi a fare delle cose normali dentro a quella parentesi – per alcuni più lunga, per altri più corta: e questi sono coloro che vivono maggiormente in un’altra dimensione – che si chiama stage, o market screening, o missione, o temporary relocation. E’ il momento nel quale giri un angolo senza pensarci sopra perché ormai sai i nomi delle vie e dove stanno i punti cardinali della città e della tua zona, è il momento in cui vai dal barbiere, e quando esci compri un po’ di frutta – mele, e pesche, è il momento in cui la domenica diventa quel misto di abitudine e ansia e attesa che hai imparato così bene a conoscere. E’ il momento di una vita precaria nei tempi ma stabilizzata nelle forme, quelle piccole cose – la posizione degli interruttori, la banchina della metropolitana, la sera davanti al televisore – che, se ti sforzi un po’ per crederci, fanno casa: o quasi.
16/03/2013
Il fotografo si inginocchia e fa segno agli sposi – un po’ più a destra, tu avvicinati a lui, alza la testa. Alle sue spalle stanno tre bambine, avranno cinque o sei anni, e sono belle come i piccoli cinesi, e come in ogni parte del mondo. Guardano affascinate il vestito della sposa, questa macchia bianca dentro la più grande macchia verde che è Xujihaui Park con il suo lago rinsecchito, le passeggiate sopraelevate e il playground sponsorizzato Adidas. Tengono gli occhi fissi sul viso da bambola della ragazza, sui capelli pettinati con cura, sulle scarpe lucide. Dopo qualche scatto il fotografo fa capire che va bene così, che si può andare o magari spostarsi da qualche altra parte, lo sposo offre la mano alla moglie e lei gli si affianca cercando di non sporcare quel vestito che chissà in quale soffitta o cassapanca andrà a finire tra qualche ora. Dal bouquet della ragazza cade un fiore, uno solo, di un rosa forte e screziato: le bambine fanno un primo passo, timido, poi capiscono che nessuno ci ha fatto caso e allora corrono sul quel fiore, una delle tre lo prende in mano e le altre due la guardano invidiose ma solo per un secondo perché quella che sta tenendo il fiore tra due dita della mano destra con la sinistra prende un petalo e lo dà all’amica e poi ne prende un altro e lo dà all’altra bambina e adesso sono tutte e tre così, con un petalo rosa in mano che si guardano e ridono, e corrono verso una pozza d’acqua che sta lì vicino, si piegano sulle ginocchia accucciandosi come solo i bambini sanno e possono fare e fanno cadere, tutte e tre nello stesso momento, il proprio petalo nell’acqua, dove adesso si ricompone il fiore caduto dal bouquet di una sposa di marzo a Xujihaui Park.
15/03/2013
Se ci pensi, è l’adattamento a quattro cilindri delle politiche di controllo della popolazione per le quali questo paese è famoso nel mondo: un figlio a coppia e non di più, se la coppia è fatta da due figli unici allora è consentito fare il secondo, se non hai i requisiti ma hai i soldi puoi assecondare la tua fertilità, purché paghi una cifra che va nelle casse dello stato a mo’ di indennizzo. Qui i figli e lì le macchine, ma lo schema è lo stesso – lo stato contraccettivo, che lotta contro la sua stessa crescita, e che quando non ce la fa batte cassa.
Il resto – storie di targhe, contraccettivi e rivoluzioni – lo trovate qui, su Left Wing.
14/03/2013
Mi mancano ancora una trentina di metri all’incrocio tra Nanjing West e Jiangning quando lo vedo. E’ un rettangolo luminoso grande, come quelli che stanno in Times Square a New York, sta sopra l’ingresso del Westgate Mall. Quante volte ci sarò passato davanti da quando sono qui? Trenta, cinquanta? Com’è possibile che ci faccia caso solo ora? Non lo so, forse è solo che è una mattina scura di pioggia appena terminata e una macchia di colore alta dieci metri e larga cinque non puoi non notarla. Guardo le immagini, sono una specie di lungo spot pubblicitario per il Jing’an District, che è la zona nella quale vivo, stavo per scrivere quartiere ma quella è una parola che ha senso da noi, che ha dentro un’idea di luogo delimitato, con confini precisi, e abbastanza piccolo da essere un paese, la Falchera, San Giovanni, il Gallaratese, ma solo a Jing’an vivono più di trecentomila persone, è una città in sé. Non capisco le scritte che passano sullo schermo, ho l’impressione che dicano qualcosa come “quanto si vive bene qui”, ecco la coppia con un bambino sorridente, le case nuove e scintillanti, le strade sgombre e poi il verde, un verde forte, quasi fosforescente eppure caldo a differenza di quello del semaforo che tra poco ci consentirà di passare, il rettangolo sopra l’ingresso del mall diventa una collina erbosa come quelle dell’Alpenstrasse, tra un grattacielo e l’altro ci fanno vedere un prato lunghissimo che no, non è il Jing’an Park, questo è enorme, è un prato grande come la Cina, fatto per sdraiarsi e guardare il cielo. Sento un fischio, una delle due assistenti al traffico che regolano l’incrocio stende il braccio, forza gente, adesso potete passare, dai che è verde, e che dura poco.
13/03/2013
Ci sono sere che si fa tardi in ufficio, e nonostante questo nessuno ha voglia di tornare a casa, forse perché i posti dove viviamo case lo sono ma non fino in fondo, per tutti c’è un fondo di provvisorietà che li rende posti dove andare a dormire, a riposarci, ma non proprio a vivere – ed è così anche per quelli che io sull’Italia ci ho messo una croce sopra, figurati per chi sa di rientrare fra uno o tre mesi. Così si cerca un posto per bere qualcosa e il problema è trovarne uno che abbia sei sgabelli e un tavolo, poi si sta lì, a fare quattro chiacchiere, la realtà è che questa, fino a quando non si prendono delle decisioni definitive o almeno a lungo termine sul futuro, è una vita da naufraghi e i colleghi sono le ciambelle di salvataggio, poi quando si riuscirà a toccare nuovamente terra allora chissà. E’ l’ultimo giorno di lavoro di una dei sei; si dicono le solite cose, un po’ scherzando e un po’ no, come farete senza di me, vedremo di sopravvivere, quando ritorno usciamo a cena. Improvvisamente, e senza un motivo, si fa silenzio, perché il locale si è svuotato e i sei sono come le stelle del Roxy Bar, ognuno col suo viaggio ognuno diverso e ognuno in fondo perso dentro i fatti suoi. Uno dei sei, non importa chi, mormora mah, mi sa che mi toccherà diventare grande, che in altre situazioni è una frase che si presterebbe ad amichevoli prese in giro, sarebbe anche ora, siamo diventati tutti filosofi stasera, dovresti bere di meno, e invece le parole scorrono ma non se ne vanno – poi si chiede il conto, si passano altri cinque minuti sul marciapiede fumando le ultime sigarette, in attesa di un taxi, allora ragazzi vi saluto, un bacio per guancia, un abbraccio con chi ha passato più tempo insieme, ci vediamo presto.
11/03/2013
Scrivere, dice quello, significa dare i nomi alle cose. Saperli dare, si intende. Io, onestamente, la metropolitana di Shanghai non la so definire; non parlo dei treni, degli avvisi, della regolazione delle entrate e delle uscite, dei controlli di sicurezza, della sua estensione: parlo della gente, della enorme, indefinibile quantità di gente che la prende e la usa ogni giorno. Non ho delle buone immagini che sappiano spiegare cosa può essere la fermata di People’s Square tra le otto e le dieci del mattino, mi vengono solo in mente le migliaia e migliaia di salmoni che guardavo risalire un torrente in Scozia dalle parti di Perth, diretti verso l’alto, verso una luce che poteva essere di morte o di riposo con le stesse probabilità, oppure la lava che scorre inarrestabile dalla cima del vulcano verso il basso, c’è la stessa idea di un insieme compatto, fluido, potentissimo e micidiale che ti prende e ti porta via. Venerdì scorso la metro di Shanghai ha portato, nelle diciotto ore e spiccioli del suo funzionamento, ottomilioniduecentoquarantaseimila persone: record all-time, nemmeno tre anni fa ai tempi dell’Expo in un solo giorno tanta gente è salita sui treni delle sue tredici linee più quella del treno a levitazione magnetica che collega la città all’aeroporto di Pudong. Otto milioni eccetera. Emilia Romagna e Puglia, messe insieme. Non so, io neanche così riesco a descriverla, la metro di Shanghai, perché otto milioni di omini io in testa non riesco a farmeli entrare, tutti insieme.
10/03/2013
Siamo in pochi, a Guilin Park. Forse perché non è così centrale e intorno la sola attrazione è un Walmart, forse perché oggi ci sono diciotto gradi in meno rispetto a ieri e non c’è gusto a stendersi sull’erba, forse perché i cinesi sono uguali a noi e di un giardino tradizionale non sanno bene che farsene, ci sono abituati. Siamo in pochi e così ogni angolo diventa tuo perché non lo devi condividere, puoi ascoltare il silenzio – che qui è merce rara – e guardare da lontano gli altri visitatori, uno che fotografa un albero fiorito, un altro che si siede nell’incavo di due rami grossi e bassi e tozzi. E’ strano, Guilin Park; credo che a guardarlo dall’alto non renda l’idea di che razza di isola sia, ci arrivi camminando lungo uno di questi lunghissimi e larghissimi vialoni che attraversano da nord a sud, o da ovest a est, la città, e intorno hai palazzi e cantieri e Family Mart e una specie di aria post-atomica fatta di inquinamento e traffico di una domenica uggiosa e di malumore. Mentre sto per uscire passo vicino a una specie di gazebo, un po’ rialzato rispetto alla stradina che sto percorrendo e che taglia uno dei diversi piccoli boschetti che macchiano il giardino, e allora li vedo, sono un uomo e una donna, non saprei dire l’età, è una cosa che con i cinesi non riesco proprio a fare, ma non sono giovani – forse una sessantina d’anni; lui si muove come se stesse danzando su una mattonella, inclinandosi prima a destra e poi a sinistra e accompagnando il movimento con le spalle, lei – che veste dei pantaloni verdi e una felpa di un rosso sgargiante – gli sta a fianco, lo guarda sorridendo, non lo bacia ma gli appoggia una mano prima sul braccio sinistro e poi sulla spalla, e un po’ sembra una bambina che ride giocando col papà, un po’ sembra una fidanzata che si diverte per una piccola, innocente bizzarria del suo uomo. Sfilo via per non disturbarli, ma non c’è pericolo, loro stanno in un altro mondo fatto dai quattro metri quadrati del pavimento del gazebo, loro due e basta in quegli abiti che tutti insieme costano quanto una caesar salad in Nanjing Lu, isola nell’isola di Guilin Park; faccio ancora qualche passo, mi volto per guardarli ancora, poi guadagno l’uscita lasciandoli alla loro domenica felice.
09/03/2013
L’altro giorno nell’ufficio che mi ospita per questi due mesi arriva un ragazzo nuovo. Cinese. Fa le solite quattro chiacchiere col general manager, gli viene fatta vedere la sua scrivania, poi viene presentato – ciao, ciao, benvenuto. Come ti chiami? E lui dice il suo nome, che è ovviamente un nome cinese, e si capisce che rimane ad aspettare qualcosa che sa che arriverà presto: una specie di battesimo. I ragazzi italiani scambiano due parole, valutano l’assonanza, e poi stabiliscono: va bene, facciamo che ti chiami Luigi – e lui, tutto contento, allright, thank you, I like Luigi, e adesso si presenta così, anche ai clienti, I’m Luigi, nice to meet you. Funziona così, qui: i cinesi che in qualche modo hanno a che fare con gli occidentali si danno o ricevono un nome occidentale, che non è mai la traslitterazione del loro nome cinese: già che ci sono, se ne scelgono uno che gli piace. Conosco una Sherry e una Shirley,l’amico di un collega che fa il buttadentro al Fake Market sul biglietto da visita ha stampato bel grosso Jacky, ho fatto appuntamenti di lavoro con una serie di Jenny, Lynn e Michelle tutte rigorosamente cinesi, ieri sera ero a cena con un Warren, un Maurice e un Carlos e la responsabile di sala del ristorante dove mi hanno portato a mangiare si chiama Paola: perché il ristorante è italiano. A pensarci è bello, il nome è una di quelle cose che ti ritrovi per tutta la vita senza poterlo cambiare, come il colore degli occhi, e si accetta più facilmente una plastica al naso che un passaggio da Roberto a Tommaso, quella è roba da eccentrici: invece sei adulto, magari il tuo nome non ti piace, ti guardi allo specchio e quell’Alessia non te lo senti cascare bene addosso, se mi tingo i capelli perché non mi posso cambiare il nome? Luigi prima o poi cambierà lavoro, magari verrà assunto da un’azienda francese e allora chissà, forse deciderà di non aspettare il battesimo dei suoi colleghi e si presenterà come Louis, o forse si sarà stufato e vorrà essere Michel, o Gerard, o Jean-Jacques – uno, nessuno e centomila.
08/03/2013
Mi sento abbastanza italiano da non essere sicuro che la famose arte di arrangiarsi sia davvero e solo e unicamente una dote, però non posso nascondere che la fantasia che i cinesi mettono nella lotta quotidiana contro il sistema ha qualcosa di affascinante. Cerco di leggere il giornale tutti i giorni, e ogni volta c’è una storia che dà l’impressione che questo paese sia una specie di enorme telo elastico, con il governo a tirare da una parte e un miliardo abbondante di suoi sudditi a tirare dall’altra, l’uno che mette regole e gli altri che si industriano a sfuggirle. Per dire: da poco è stata approvata una legge che impone una tassazione del 20% sulle plusvalenze derivanti dalla vendita di una seconda casa – la misura è pensata per cercare di calmierare i prezzi del mercato immobiliare nelle grandi città e in particolare nelle megalopoli come Shanghai, Beijing e Guangzhou. Detta così pare una cosa sensata e pensata a modino, e invece le pur occhiute autorità si sono trovate a fronteggiare un’inaspettata epidemia di divorzi senza precedenti, al ritmo di migliaia al giorno, un flusso legittimo e inarrestabile di coppie che si separano per poter intestare una casa a ciascun ex coniuge, rivenderne una senza subire i danni della tassa perché a quel punto l’abitazione è una prima e non una seconda casa e poi, con calma, eventualmente risposarsi; hanno intervistato un funzionario e quello ha allargato le braccia, ce ne sono che vengono qui dicendo sa com’è, non ci vogliamo più bene, ma ce ne sono altri che non si vergognano a dirmelo, guardi noi non vogliamo smenarci dei soldi, io firmo le carte, loro divorziano, io non posso dirgli niente, non prendiamo i soldi delle tasse e i prezzi delle case continuano a salire, non so se ci abbiamo fatto un grande affare – cosa volete che vi dica, ho chiuso il giornale e volevo alzarmi in piedi, da solo in mezzo al Jamaica Blue, e fare la ola.
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