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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    14/10/2013

    Greetings from Chicago 2013 – Easy like a Sunday morning

    Filed under: — JE6 @ 14:00

    Esco presto, è una giornata magnifica, il cielo di un blu irreale, e stando al sole si sente in faccia che oggi sarà estate. Cammino lento su Lakeshore Drive, taglio verso la Water Tower, costeggio il grattacielo nero del John Hancock. E’ il momento migliore della giornata migliore. Perché la domenica è il giorno più bello della settimana, in America. Almeno mi sembra. E’ l’aria che si respira, la calma con cui il paese si sveglia e porta fuori i cani e va a giocare a baseball e passeggia e si prende una tazza di caffè e gira in bicicletta con una specie di passeggino al seguito, apparentemente senza pensieri, come una vera parentesi, come un sospiro, o un respiro, una boccata di ossigeno.

    Greetings from Chicago 2013 – La scia

    Filed under: — JE6 @ 13:59

    Era da queste parti, me lo ricordo. Chissà perché avevamo fatto la rotta così a nord: guardammo giù, e non c’erano nuvole ma ghiacci, quelli della Groenlandia che stavamo sorvolando. Questa volta invece sono quattro o cinquemila chilometri di nuvole, nuvole di ogni tipo, forma, consistenza, dimensione. Si apriranno un po’ solo sopra il Canada. Così leggo, guardo un film, le solite cose che si fanno in un viaggio lungo. E quando butto lo sguardo fuori dal finestrino vedo la scia. Dev’essere stata lasciata da un altro aereo, uno che ci ha preceduto e che volava alla nostra stessa altezza, la vedo bene, chiara, è come guardare da vicino una colonna vertebrale, ha esattamente la stessa forma, solo non regge nulla se non se stessa per non so quanti chilometri, almeno dieci minuti a novecento all’ora, fino a quando si assottiglia senza sfaldarsi, e diventa sempre più fine, e poi sparisce, come se qualcosa morisse qui, a diecimila metri di altezza.

    11/10/2013

    Elimina colonna

    Filed under: — JE6 @ 15:59

    Poi arriva un giorno ti trovi a riflettere sul fatto che ottimo è il superlativo di buono, e allora l’ottimizzazione della quale ti sei riempito la bocca migliaia di volte dovrebbe essere una cosa buona, e invece.

    09/10/2013

    La terra che è caduta

    Filed under: — JE6 @ 10:31

    Era un normalissimo giorno di estate quello nel quale vidi la diga. Sapevo tutto, la storia, la terra che cade, l’acqua che salta, il rumore, il paese piallato dall’onda. Come altri posti che avevo visto non sembrava esserci nulla di tragico, anche a Dachau c’era il sole, anche intorno al buco delle torri gemelle c’erano i taxi che si muovevano portando in giro i turisti. Poi la ragazza che faceva da guida, una volontaria che molto probabilmente era una lontana parente di qualcuno che sotto l’onda era rimasto, ci disse di portarci il più possibile sotto la diga. Facemmo qualche passo avanti e alzammo tutti la testa. Era un muro immenso, e da lì sembrava altissimo, ancora più di quanto non sembrasse dalla strada che attraversa la valle. La ragazza stava alle nostre spalle, noi con gli occhi puntati verso la cima della diga, lei chissà. Sentii soltanto la sua voce che diceva “ora guardate lo spazio che sta sopra di voi, e pensate che ne avete almeno altrettanto sotto i vostri piedi; ecco, quella è la terra che è caduta”.

    05/10/2013

    Esercizi obbligatori

    Filed under: — JE6 @ 11:12

    Ho passato tre giorni a casa, questa settimana. Di quelli con la febbriciattola strisciante (il che significa, essendo un maschio, che avevo 35.8°; ma questa è un’altra storia) e tosse e ossa rotte e quelle cose da malattia di stagione, tutte in quantità sufficiente per stroncarmi ma non abbastanza da farmi mettere a letto. Così ho passato tre giorni sul divano o alla scrivania dello studio, con un certificato medico che mi permetteva di lavorare senza dover rispondere immediatamente alle mail (e pure questa è un’altra storia) e la compagnia delle reti all news, e alla fine mi sono chiesto perché mai la gente spenda soldi in sostanze stupefacenti quando basta disporre di un paio d’ore da dedicare a, chessò, SkyTg24 – e non parliamo di una giornata intera. Perché c’è qualcosa di lisergico in quella visione: il passaggio incessante della stringa di testo – identica a se stessa per intere mezz’ore – che riassume le notizie con linguaggio da telegramma, la colonna di destra con le fotografie di dichiaranti di professione, la struttura inscalfibile titoli-pastone-rassegna stampa fino a orari nei quali i giornali di carta sono usati per qualsiasi scopo che sia diverso dalla lettura; persino in un giorno che a dar retta ai socialcosisti è stato denso di avvenimenti spettacolari neanche fosse un film di Emmerich la cosa affascinante era la calda e familiare prevedibilità di tutto quello che accadeva, come negli esercizi obbligatori di un programma di ginnastica o di pattinaggio artistico – prima un doppio axel poi il triplo toe loop, adesso Cicchitto poi un peone del PD e a seguire il meno occupato a twittare tra quelli del M5S. Credo di aver sentito la stessa dichiarazione di Formigoni una quindicina di volte. Credo, perché in effetti ne ho perso il conto. Sono arrivato alla fine della giornata che mi sentivo come quando hai ripetuto una parola per cento volte, fino a farle perdere il senso e a ridurla a un puro ammasso di suoni inarticolati. E’ stato allora che mi sono ricordato di un pezzo di David Foster Wallace, un pezzo de “Il re pallido”, che è fondamentalmente un libro sulla noia, su come ci si vive dentro, come ci si acconcia non a subirla ma a viverci insieme, l’ho ripreso e me ne sono andato a letto con la sua stessa domanda, che – me ne rendo conto – per certi versi sembra fatta da uno che crede alle scie chimiche e che però mi pare dica molto di cosa siamo diventati, e cosa siamo.

    Per me, almeno a posteriori, la domanda veramente interessante è perché la noia si dimostri un impedimento così efficace all’attenzione. Perché ci sottraiamo alla noia. Forse perché la noia è intrinsecamente dolorosa; forse da qui traggono origine espressioni come «noia mortale» o «noia straziante». Ma potrebbe non essere tutto. Forse la noia è associata al dolore psichico perché una cosa noiosa o nebulosa non fornisce abbastanza stimoli capaci di distrarre da un altro tipo di dolore più profondo che è sempre lì, sia pure in secondo piano, e la maggior parte di noi impiega quasi tutto il suo tempo e le sue energie per distrarsi e non sentirlo, o almeno non sentirlo direttamente o con la piena attenzione. Devo ammettere che il tutto è un po’ confusionario e che è difficile parlarne in astratto… ma di sicuro dev’esserci qualcosa dietro non solo la musichetta nei posti noiosi e monotoni ma addirittura la Tv nelle sale d’attesa, alle casse dei supermercati, ai gate degli aeroporti, tra i sedili posteriori dei Suv. Walkman, iPod, Blackberry, cellulari che si attaccano alla testa. Questo terrore del silenzio senza poter fare niente che distragga. Non riesco a pensare che esista qualcuno davvero convinto che dietro la cosiddetta «società dell’informazione» di oggi ci sia solo l’informazione. Tutti sanno che c’è sotto qualcos’altro.

    04/10/2013

    Tu che dici?

    Filed under: — JE6 @ 09:11

    Sei andato a vedere X?
    No.
    Guarda, vacci perché vale davvero la pena. Poi c’è una delle due protagoniste che è una roba.
    Ok, prendo nota.
    Va bene. Ah, ieri hai visto Y?
    No.
    Eh ma guardalo, mica te lo puoi perdere.
    No?
    Ma no, ma ti pare, ne parlano tutti.
    Sì, quello lo so.
    Vabeh. Il season finale di Z, quello te lo sei tirato giù?
    No.
    Diosanto, ma dove vivi?
    Boh, tu che dici?

    03/10/2013

    Nella bolla

    Filed under: — JE6 @ 18:00

    Nel momento in cui lui le si avvicina è come se cambiasse il tempo, quello atmosferico. Lei spegne il sorriso che ha tenuto fino a pochi secondi prima, volta appena il viso per ascoltare quello che lui le dice avvicinandole la bocca all’orecchio, e tutt’intorno si avverte una specie di freddo conto terzi. Lui le dice un paio di frasi, con quell’aspetto di uno che parla facendo finta che quello che sta dicendo non abbia niente alle spalle, e lei risponde con una serietà che dissimula a stento un misto di ira e freddezza e disgusto e compassione. Intorno la vita va avanti come se niente fosse. Loro restano in quella bolla per trenta, quaranta secondi, forse un minuto. Poi lui la saluta, lei risponde con un ciao che potrebbe essere rivolto a un sasso, la bolla si rompe e tutto finisce, o è rimandato a domani, o a chissà quando.