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    13/06/2007

    Due ingiustizie, o una giustizia

    Filed under: — JE6 @ 08:19

    Ho iniziato il weekend finendo il libro di Mario Calabresi. E da quando l’ho chiuso, continuo a pensare alla domanda che percorre tutto il libro – senza rabbia, con partecipazione e lucidità: perchè a tanti terroristi è stata data voce in questi anni, perchè Franceschini e Moretti e Curcio (e Sofri, se si vuole, benchè il paragone sia parecchio stiracchiato, a partire dalla definizione di “terrorista”) sono diventati maitre-a-penser e mio padre è stato dimenticato, e come lui decine e centinaia di altre vittime del terrorismo, ed i familiari con loro?
    Faccio una premessa, che chi passa da queste parti da un po’ di tempo conosce già, e quindi cercherò di farla corta: io sono figlio di carabiniere, in famiglia ho un altro carabiniere saltato (senza lasciarci la pelle) su una bomba a Brescia, e ricordo fin troppo bene la sottile sensazione di paura che in casa provavamo quando mio padre – un comunissimo appuntato del battaglione meccanizzato di Via Lamarmora – faceva tardi la sera, e non c’erano cellulari per avvisare che l’autobus era fermo in un ingorgo lungo la circonvallazione. Capisco Calabresi come se fosse il fratello che non ho, per dire.
    Ma c’è quella domanda. Che solleva una questione pubblica partendo da una vicenda personale, e forse è proprio questo che ne rende tanto difficile la risposta. Forse Luigi Calabresi, Vittorio Occorsio, Antonio Custra non hanno avuto voce perchè non avevano niente da dire: nel senso che dicevano e spiegavano già tutto con quello che facevano, con il loro semplice essere poliziotti o magistrati, dai quali non ci si attendono proclami o weltanschauung. Forse lo spazio che è stato dato a Franceschini e Moretti e Curcio (e Sofri) non è e non è stato soltanto il frutto di una perversa applicazione dei meccanismi dello star system o dell’Auditel, e non si spiega soltanto con l’atterrita fascinazione che molti di noi provano di fronte all’abisso, ma è dipeso e dipende anche dal semplice desiderio di capire; un paio di giorni fa un amico mi ha scritto un paio di frasi piuttosto significative: “Io non sono cattivo. Ma delle ragioni di Calabresi non mi importa nulla. Di quelle di Curcio si. Voglio capire la deriva. La difesa la capisco già, è ovvia e subitanea. Quasi fisiologica. Come capire perché il corpo reagisce guarendosi. La domanda è: perché si è ammalato.”
    Ma forse non è tutto qui. Forse alcune di queste persone hanno oggi qualcosa di interessante da dire sull’oggi, ed è giusto stare ad ascoltarle. Penso a coloro che sono cambiati, che hanno fatto evolvere e crescere la loro visione del mondo, e credo che nessuno di noi ci guadagnerebbe nell’ostracizzarli: anche questa sarebbe giustizia, così come lo sarebbe rendere finalmente onore, merito e memoria a chi è morto: due ingiustizie non fanno una giustizia.

    9 Responses to “Due ingiustizie, o una giustizia”

    1. AdRiX Says:

      Il racconto della loro esperienza di allora e il capire come abbiano intepretato la realtà in modo così sbagliato, come abbiano agito, in poche parole mi interessa l’aspetto storico.
      Non credo assolutamente che abbiano da dirmi qualcosa sul mondo contemporaneo: non avevano capito granché di utile del mondo negli anni settanta, dell’interpretazione mondo attuale e del futuro non possono dare niente.

    2. floria Says:

      Il primo impulso è stato quello di dichiararmi completamente d’accordo con Adrix. Poi mi sono detta che chiunque può avere qualcosa di interessante da dire sull’oggi e sul domani. Ma quello che turba è il modo in cui queste persone si sono guadgnate la loro presunta “autorevolezza”: e spesso senza compiere piena e sincera autocritica sulle scelte sciagurate del loro passato, scelte che non di rado vengono giustificate sulla base di un contesto di presunta “guerra civile”. Il perdono è virtù cristiana per eccellenza. Se uno ha pagato, ha pagato. Ma di qui a pretendere automaticamente carisma intellettuale, ce ne corre.

    3. Squonk Says:

      Beh, io parlo di un “carisma intellettuale” guadagnato sul campo. Fra Adriano Sofri e Toni Negri o Oreste Scalzone, tanto per fare degli esempi abbastanza noti, vedo una profonda differenza. Magari mi sbaglio, non so.

    4. sasaki Says:

      Non concordo sul fatto che non abbiano capito gli anni ’70. Che ci piaccia o meno gli “anni ’70” sono stati quelli, non “anche quelli”, solo quelli. Il resto è stato enorme contorno. L’hanno così capito, quel che ancora stava in divenire, che pure l’hanno realizzato. E’ che come in ogni lotta c’è chi vince e chi perde (raramente si va in pari) e loro hanno perduto. Ma non è stato un contrappeso ideologico popolare superiore e contrario a decretarne la sconfitta. Fu più che altro una noia strinsciante e l’ignavia tipica di un popolo che di lì a quattro anni (vuoi per contrappasso) s’è inventato la Milano da Bere. Non dubiterei di un’idea io. Né la vorrei incassellare nella matrice del bene e del male. Del giusto e dello sbagliato. A modo mio preferisco assorbire un insegnamento che trovo assai più profondo: l’intelligentia non muove le masse, e se sì non le nostre… ma se proprio, comunque non per sempre. E si resta soli, poi. Con la propria colpa.

      ps. mi pare di riconoscere la frase riportata, sono onorato Sir. 😀

    5. AdRiX Says:

      A me pare che invece non avessero capito un bel niente. Tra i vari errori marchiani, pensavano lo Stato avesse un “cuore”, un nodo che muovesse tutto, e non ce l’ha, essendo organismo enormemente più complesso, robusto e ridondante di quanto supponessero. E non li ha sconfitti l’ignavia, li ha sconfitti anche gente come Guido Rossa che per combatterli ci ha lasciato la pelle. Io credo che semplicemente non capissero e non capiscano le persone, sia come individui che come aggregato sociale.

      Un’ultima considerazione: secondo me Adriano Sofri con quelli là non c’entra proprio niente, non capisco cosa ci faccia nemmeno nel post.

    6. Squonk Says:

      Onestamente, io non lo so se quelle persone avevano capito o meno il periodo nel quale vivevano. Forse ci erano riusciti limitatamente a quella parte di mondo che frequentavano, o nella quale si erano isolati: io non c’ero, nel senso che ciò che so di quel periodo lo so per approfondimenti successivi, e come tali filtrati dal tempo e dalle persone. Leggendovi, AdRiX e Sasaki, mi verrebbe da dire che avete ragione tutti e due, ma temo che la cosa non sia possibile.
      Last but not least: cosa c’entra Sofri. Beh, basta dire “Calabresi” per dire “Sofri”. E non si può dimenticare che Sofri è stata una personalità di spicco di quegli anni. Non vorrei che si fosse inteso che lo considero un terrorista come Curcio, Franceschini e Moretti: se le parole hanno un senso, Sofri non lo era di sicuro. Ma non si può negare che lui oggi è una persona che “ha voce”, ed è questo il punto sul quale Calabresi insiste, sebbene senza fare il suo nome. Io credo che “abbia voce” con merito, ma la discussione sul suo ruolo sociale non può essere molto diversa da quella che si fa per altre persone citate nel post e nei commenti, io penso.

    7. Ricambi Originali Says:

      Premessa: non difendo Né attacco nessuna delle due parti. Molti dei terroristi che vengono citati erano “intellettuali”, gente che aveva studiato, e sono poi diventati terroristi (molti di loro proprio a causa dei loro studi). Esistono, e molti di loro sono in galera, centinaia di terroristi (delle piu’ varie derivazioni) che non vengono mai intervistati, né scrivono libri: non erano intellettuali né maitre-a-pénser prima, non lo sono diventati dopo.
      Alcuni di loro proponevano analisi della società in parte originali (anche se sbagliate, terribilmente sbagliate a guardarle ora) e continuano a fare questo lavoro di analisi. Insomma, alcuni di loro hanno gli strumenti culturali per analizzare in modo pieno e approfondito la loro esperienza.
      Quante mogli/figli di vittime del terrorismo avevano gli strumenti per farlo? Alcuni di loro l’hanno fatto, e qui entrano altre questioni. Da storico, infatti, mi sembra più rilevante capire chi ha preso in mano una pistola per un’ideologia diversa, piuttosto che chi l’ha fatto per avere uno stipendio difendendo la società in cui viviamo. La società difesa dai carabinieri, poliziotti, ecc la conosciamo (almeno in parte): quella immaginata dagli altri, no.
      Anche dal punto di vista mediatico, l’interesse suscitato da parte dei terroristi (pentiti, non pentiti, evasi, ecc ecc) è ovviamente maggiore di quanto possa essere quella dei parenti delle vittime che perdonano o non perdonano: le loro storie di dolore subìto, non bucano lo schermo, e non sembrano diverse l’una dall’altra, un giorno dopo l’altro. “l’epopea” del terrorista che uccide, cambia, si redime, è più dinamica, spettacolare.

    8. b.georg Says:

      il rischio infatti è mettere assieme cose che non ci stanno. Curcio, Sofri e Negri stavano allora su posizioni del tutto diverse tra loro (ad esempio la notazione di Adrix secondo cui “ritenevano che lo stato avesse un cuore” va bene per Curcio, ma non c’entra nulla né con Sofri né con Negri. Chi conosce un po’ di storia dei processi e delle persone, sa anche che quest’ultimo non è mai stato un ideologo del terrorismo).

      Quanto al carisma o all’autorevolezza, dipende, immagino, da quel che uno dice e da quanti lo ascoltano e lo reputano interessante. Sofri dice oggi cose ragionevoli ed è molto ascoltato nella sinistra riformista, ma la sua matrice non è mai stata nel marxismo ortodosso, anzi: già ai tempi anzi era alquanto eterodosso.
      Negri è odiato in italia (per via della favola di cui sopra che lo faceva capo occulto delle br, che semmai cercavano di farlo fuori), e pare dire cose alquanto irragionevoli – peraltro quasi nessuno qui da noi ne legge i libri, che pescano più in Spinoza che in Marx… In compenso è il filosofo politico italiano vivente più letto e tradotto al mondo, studiato negli atenei USA al pari di Gramsci, probabilmente anche di più negli ultimi anni per via delle sue tesi – certamente opinabili, ma di certo non superficiali – sulla globalizzazione.
      Dell’attività attuale di Curcio – a quanto ne so soprattutto editoriale – non conosco molto, ma mi viene da dire che sia quello le cui posizioni di un tempo si sono rivelate più caduche, del tutto prive di elementi significativi nella lettura dell’oggi (probabilmente perché ne erano prive anche allora).
      Gli altri imo erano semplici militanti allora e sono oggi militanti pentiti, e l’interesse per quel che dicono è al massimo testimoniale.

    9. egine Says:

      Una cosa vorrei ricordare a Sasaki, c’è stata una lotta armata, combattuta da una sola parte, contrastata dallo stato, tutto questo la maggioranza del paese l’ha subito, quei pochi disperati, degli anni che vivevano non hanno capito nulla, le loro analisi noiose, mortalmente noiose verrebbe da dire, si sono rivelate fallimentari, è singolare che a causa di un mancato supporto popolare venga addebitato a quest’ultimo l’invenzione della milano da bere, mi sembra impossibile pensare che Curcio, Franceschini per non parlare del patettico Scalzone, possano dare un aiuto alla modernità di questo paese, Adriano Sofri non è mai stato terrorista, e degli eccessi che ha compiuto ha fatto più volte ammenda e di più paga con la galera, non vedo come la strada del libro possa convergere con il percorso di Adriano Sofri, è semplicemente cosi.

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