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07/02/2015
Hai presente, sì? Charlie Hebdo, quello di jesuischarlie, quello che tre giorni dopo hai scritto un tweet vi prego trovatemene una copia pago anche le spese di spedizione, quello che intanto ci sono stati Matteo e Sergio e Angela e Abdallah e Lindsay, lo sai che dopo quel numero speciale non è più tornato in edicola, ha detto una data e poi non ce l’ha fatta, e forse ci tornerà tra qualche settimana ma chi può dirlo perché i vivi si stanno ancora chiedendo perché noi sì e quegli altri no, perché noi no e quegli altri sì, hai presente Charlie Hebdo, hai presente, sì?
28/01/2015
Ieri pensavo che sono stato tre volte a Dachau, ho visto Mauthausen, ho letto e riletto Levi, e la Arendt che racconta il processo di Eichmann, ho visto il museo dell’Olocausto di Budapest e il Binario 21 di Milano, ma alla fine forse quello che più mi ha toccato e segnato del tentativo di sapere e capire di più di quel che successe in quei campi, e perché, è stata la frase di un sopravvissuto di Auschwitz, si chiamava Teo Ducci, che una sera ebbi la fortuna di riaccompagnare a casa, eravamo all’altezza della curva di Piazzale Amendola andando verso Piazza Giulio Cesare, non ricordo bene quale fu la mia domanda ma rispondendo lui abbassò la voce e disse “ci sono delle cose successe lì dentro che nemmeno noi possiamo dire” e non credo di aver mai sentito tanto dolore e vuoto e vergogna e desolazione concentrati in un unico, brevissimo e interminabile sospiro, e poi ricordo solo che mormorai “sì, capisco”, ma non era vero, non potevo capire, e non posso nemmeno adesso, e non può nessuno.
26/01/2015
Ci dev’essere stato un momento in cui qualcuno ha deciso che dire le cose come stanno, che chiamare la gente col loro nome non era solo giusto, ma consigliabile e doveroso, una specie di obbligo morale, di forma di rispetto e di omaggio della verità. Ci dev’essere stato un momento in cui qualcuno si è messo a pensare che Tucidide avrebbe dovuto far pronunciare agli Ateniesi che scuotono la testa di fronte ai Melii non la sublime battuta “mentre ci rallegriamo per la vostra ingenuità, non vi invidiamo la follia”, ma qualcosa di più terra terra, di più pane al pane, qualcosa come “Dio, quanto siete stronzi”. Ci dev’essere stato un momento così, che avrebbe poi portato un pubblico ministero a definire un imputato, in un’aula di tribunale, un incauto idiota, un momento nel quale avremmo pensato bene di buttare a mare qualche migliaio di anni di diplomazia e educazione e buone maniere, quelle che fanno dire le cose più dure e gli insulti più sanguinosi senza perdere né il rispetto per gli altri né – soprattutto – quello per se stessi, pensando che così saremmo stati più umani, più veri.
16/01/2015
Oh, magari mi sbaglio. O, invece, magari avete avuto anche voi la stessa mia impressione, e cioè che dei morti di Parigi quelli sotto i riflettori, quelli che ci ricordiamo e ci ricorderemo sono i giornalisti e i vignettisti e il direttore di jesuischarlie (e forse il poliziotto ucciso in strada, perché hai voglia a guardare The Wire e Die Hard, c’è sempre un giorno in cui è la realtà a superare la finzione). E’ come se questi fossero morti per un buon motivo, un motivo nobile – la libertà di espressione, l’Illuminismo, liberté egalité fraternité – e quegli altri, quelli del supermercato, solo per la sfiga di essere al posto sbagliato nel momento sbagliato, perché poi non è che Coulibaly è andato a guardare se i maschi erano circoncisi. Che poi forse è un po’ anche così, ma in fondo io penso che quella gente sia morta tutta per lo stesso motivo, non perché facevano paura ma perché erano odiati e davano fastidio per il solo fatto di esserci e di stare al mondo da infedeli: e, in un certo senso, quasi spero che sia così, spero che quelle morti abbiano tutte lo stesso valore, e tutte lo stesso senso e la stessa insensatezza, e la stessa dignità.
15/01/2015
E come quando si ripete una parola cento volte di fila fino a farla diventare una semplice sequenza di suoni senza significato, questa superficiale e insensata festa della cosiddetta libertà di espressione a base di io-sono durerà fino al giorno vicino in cui ci guarderemo in faccia con l’espressione del cinghiale che fissa gli abbaglianti e di fronte all’ennesimo hashtag balbetteremo un bavoso “eh?”.
08/12/2014
Mi arriva una mail di auguri. Manca ancora una vita al primo di gennaio, ma sono tedeschi: la programmazione, Christmas season begins, quelle cose lì. Una mail gentile, compita, che mi augura un fantastico inizio dell’anno che verrà. Poi rileggo, c’è qualcosa che non torna, eccolo lì: hanno scritto 2014 al posto di 2015. We wish you a great start to a wonderful 2014. Il refuso. Sono tedeschi, ma sbagliano anche loro: a volte perde pure il Bayern Monaco, in fondo. Oppure no, non è un errore, sono tedeschi, mica sbagliano. Vuoi vedere che l’hanno fatto apposta: dai, torna indietro, vedi se butta meglio, hai visto mai, ah ah ah. Forse dovrei farmi vedere. Da uno bravo.
02/12/2014
Ora, certo che vedere Salvini nudo con cravatta verde è una cosa da labirintite cronica; epperò, pensate se ci toccava con l’Umberto.
02/11/2014
Ci sono nomi, e fatti, date, episodi, che hanno la prodigiosa e tremenda capacità non solo di riportare indietro il calendario ma anche di riportare tutti allo stadio zero dello sviluppo della propria capacità di tenere in considerazione l’ipotesi che ci stia sfuggendo qualcosa, che gli altri possano avere un briciolo di ragione, che le cose non siano definibili e giudicabili solo in base ai nostri pregiudizi. Piazza Fontana, l’assassinio di Moro e quello di Falcone, il G8, la morte di Stefano Cucchi. E si limitasse a questi, la lista. Un paio di volte all’anno c’è un anniversario o una sentenza di tribunale che fa riemergere, pavlovianamente, ciascuno nello stereotipo di se stesso, quello law-and-order e quell’altro che davanti a una divisa vede rosso, uniti dall’incoercibile bisogno di psicanalizzare per poi scrivere diagnosi e terapia consigliata su un qualche social network e dall’incosciente ostinazione nel giudicare il mondo a partire dall’approfondita conoscenza del proprio microcosmo, io perché ho il padre carabiniere e lui perché di manganellate se ne è prese eccome da giovane e l’altra perché il fidanzato di mia cugina mi ha detto che: non ci stanchiamo mai, prima di tutto di noi stessi e poi della generale inutilità delle nostre discussioni su questi temi, siamo forse disposti a cambiare opinione sul nuovo gusto del Philadelphia ma non certo sulla psicopatologia dei poliziotti, siamo forse inclini a chiedere consiglio su tipo e dimensione del bagaglio a mano utilizzabile con le low-cost ma la nostra ricetta su come Dare e Ottenere Giustizia è scolpita nella pietra per tutti i secoli dei secoli, e la prossima camera di consiglio è lì che ci aspetta per poterne dare prova.
31/10/2014
Poco fa, alla notizia che Paolo Gentiloni – evidentemente dotato del dovuto standing e delle numerose e importanti conoscenze internazionali necessarie per essere all’altezza del ruolo – era stato nominato ministrodegliesteri un caro amico, nonché il più lucido nell’analisi politica tra le mie conoscenze ha scritto che povero cristo il presidente, così anziano e quante gliene stanno facendo ingoiare. Non del tutto infondata come considerazione, ma il fatto è che ci sono dei ruoli – e il presidente è uno di questi – che sono corresponsabili per definizione: vuoi perché alla fine la firma la mettono, e senza pistola alla tempia, vuoi perché sono rappresentativi: e non delle maggioranze o delle minoranze, ma degli enti, degli organismi nel loro insieme. Poi certo, sì: a ciascuno il suo, come onori e come onerì: ma quanto di quel che nominalmente è altrui non è anche un po’ nostro, al netto del “eh, ma qui mica siamo in azienda, dove l’amministratore delegato risponde per tutti”?
17/10/2014
Io, sinceramente, l’unica speranza che ho è che su queste bozze intervenga un editor, ma uno bravo. Perché altrimenti vale quanto ha scritto ieri Mario Seminerio (l’analisi dei punti principali leggetela da lui, che sa quello che scrive e come lo si scrive), e bon, arrivederci.
Quindi, riassumendo: questa gente vuole tutto ed il contrario di tutto. Vuole che i sudditi consumino, per edonismo o per fame, e di conseguenza sblocca il Tfr (e la previdenza complementare), ma tassa tutto ad aliquota marginale, depotenziando in modo definitivo l’impatto della misura. Poi, questa gente vuole tassare a sangue i risparmiatori, appena respirano, dopo aver attuato una operazione “culturale” di pura depravazione, che arriva a definire “rendita” il risparmio previdenziale (e qui vergognati, Renzi, per quella slide. Ma tanto, se ne sei capace). A questo fine si raddoppia la tassazione sul risultato di gestione annuale dei fondi pensione, azzoppando il montante futuro. Epperò questa gente vuole anche stimolare gli agonizzanti investimenti, ignorando che il risparmio di oggi determina investimenti domani. Se ammazziamo il risparmio oggi, niente investimento domani. E invece no, non ci arrivano. Quando un paese riesce a produrre simili aberrazioni, è giusto che vada incontro al proprio destino. Altro da aggiungere non vi è.
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