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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    03/02/2006

    Eclipse

    Filed under: — JE6 @ 09:24

    A volte, le buone notizie arrivano camuffate da telegrammi che annunciano una morte. Non ci saranno più album dei Pink Floyd, e per noi resterà sempre The Great Gig In The Sky.
    Repubblica.it

    01/02/2006

    Vado a vivere in campagna?

    Filed under: — JE6 @ 09:27

    Non mi è infrequente la sensazione che molti articoli di Michele Serra siano appesantiti dalla necessità di fare il sociologo ogni giorno e per venti righe. Ciò nonostante, mi pare che la constatazione dell’incarognimento della vita in provincia, che ancora molti si ostinano a considerare come antidoto allo stress e alla spersonalizzazione della vita cittadina, sia piuttosto condivisibile. Ogni volta che mi stacco da Milano e vado, appunto, in provincia, mi viene da pensare “ecco, qui sì che si vive bene”; ma, come si sa, l’erba del vicino è sempre più verde.
    Repubblica.it

    31/01/2006

    Un grande partito dietro le spalle

    Filed under: — JE6 @ 12:09

    Dice Romano Prodi: sui temi cardine o si trova una soluzione oppure io non ci sto. Ma non perché sono un eroe. Ma perché non ho padroni e avendo il lusso di non avere un partito dietro di me ho il dovere morale di farlo e il lusso di poterlo fare.
    Ora, o mio lider, sostenere che lei non abbia un partito dietro di sè mi pare un’affermazione fortina. Non ne ha uno suo, vero (e lasciamo stare le malignità sui prodiani trasversali), ma quella decina o quindicina di formazioni politiche che hanno deciso – più o meno a malincuore – di considerarla come loro condottiero verso le magnifiche sorti e progressive, cosa sono se non partiti?
    Repubblica.it

    30/01/2006

    Efficienza

    Filed under: — JE6 @ 15:21

    Un tempo, quando lo splendido quasi-quarantenne che scrive era bambino, giocare significava divertirsi, o, al massimo, distrarsi. Oggi, stando ai manager di Sony Entertainment (gente che, immagino, sull’argomento la sa lunga), giocare significa impiegare efficientemente il tempo, per minimizzare la sensazione di frustrazione derivante dall’apparente mancata ottimizzazione del tempo stesso.
    Suppongo che tra un paio d’anni, per mia figlia giocare significherà lavorare, e allora per me sarà facile dire che si stava meglio quando si stava peggio (e le mezze stagioni, e i treni in orario, insomma ci siamo capiti).
    Repubblica.it

    Lettere dall’aldilà

    Filed under: — JE6 @ 08:01

    Questa notte – giuro – ho sognato di essere Keith Haring.
    The Keith Haring Show

    27/01/2006

    Mamma, vai a fare il provino

    Filed under: — JE6 @ 11:42

    Ma io dico, non bastava lo scempio del rifacimento di CSI (Las Vegas, s’intende) chiamato RIS? Non bastavano le sitcom farlocche brutte copie di quelle americane (su RaiUno, alle sei di mattina, sta girando la replica di una vecchia cosa fatta da Roberto Citran e Mariella Valentini, dove l’unica cosa buona sono le tette della Valentini medesima)? Che bisogno c’è di mettersi in ballo con le casalinghe disperate all’amatriciana?
    Il Tempo

    26/01/2006

    Meglio Gomorra, forse

    Filed under: — JE6 @ 10:50

    Magari in luoghi più piccoli rispetto alla metropoli nella quale vivo, la gente vive e vede le cose diversamente. Ma mi chiedo se un abitante medio di un medio capoluogo di provincia italiano può seriamente pensare alla città nella quale vive in termini di Sodoma e Gomorra. Io non ci credo, eppure lo scrive il Corriere.
    Corriere.it

    25/01/2006

    Venghino, signori, venghino

    Filed under: — JE6 @ 10:26

    ti dirò. domenica la fiamma è passata per la mia città. ora, io credo di essere una persona mediamente civile e tollerante. ma dopo le ragazze pon-pon che distribuivano bandierine, dopo i ragazzini in motoretta che distribuivano gadget, dopo il camioncino discoteca che scaldava la piazza, dopo i camion urlatori che scaricavano bandierine, gadget e lattine di bibita nel casino più totale e l’estasi della gente che mi stava intorno… beh, guarda, mi sarei avventato io stesso sulla fiamma per far finire quel delirio assurdo.
    e forse i disobbedienti esagerano e si fermano al dito perdendo di vista la luna. ma magari è tutto l’insieme ad aver perso di brutto la misura. è una brutta gara a dare il peggio di sé.

    Ho seguito un due-tre volte il Giro d’Italia (Mortirolo, Cuvignone), e confermo quello che scrive Sergio Maistrello nei commenti al post di ieri. E’ tutto splendido – la gente, le tende, il vino, le risate, la pioggia, il sole – fino a quando non arriva la famigerata carovana-del-giro. Un circo Barnum molto simile a quello descritto da Sergio, che si snoda per un paio d’ore, fino a pochi minuti prima dell’arrivo dei ciclisti. Una cosa che ti fa passare ogni poesia, una Disneyland della quale le migliaia di persone assiepate in attesa della maglia rosa non sentono alcun bisogno.
    Provi poi a ragionarci sopra, ti dici che le Olimpiadi, il Giro, i Mondiali di calcio stanno in piedi perchè ci sono i soldi della televisione, degli sponsor, del merchandising; ti dici, insomma, che quell’orgia di decibel e colori non è altro che il prezzo che stai pagando per vedere lo spettacolo. Sai che è vero, ma ti chiedi se il tutto non potrebbe essere meno pesante, invadente, urlato. Si chiama senso della misura, e forse lo abbiamo perso tanto tempo fa.

    23/01/2006

    Non lasciate i lavori a metà

    Filed under: — JE6 @ 22:11

    A certa gente manca davvero il senso della misura. Se Pappalardo e Zequila si fossero presi a pugni, magari Domenica In la sospendevano a tempo indeterminato.
    Repubblica.it

    Peaches and Diesel

    Filed under: — JE6 @ 12:05

    Ho sempre provato compassione mista a divertimento, nel leggere i nomi di certi attori o giocatori di basket americani (per tacere dei nobili più o meno decaduti del Belpaese): DelRoy, LeBron, cose così.
    Ma di fronte a Peaches Peaches Honeyblossom Michelle Charlotte Angel Vanessa, Fifi Trixabelle, Heavenly Hiraani Tiger Lilly e Kal-el ho capito che l’abisso si è già aperto, che ci sono genitori i quali, al momento di battezzare i figli, ricorrono ad un qualche generatore di nomi stronzi (vantandosene, probabilmente) e che la battaglia della signorina Peaches Geldof va sostenuta come quella di una novella Jeanne d’Arc, nel nome – appunto – di tutti i Jack Smith e i Mario Rossi della terra.
    Corriere.it