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09/03/2013
L’altro giorno nell’ufficio che mi ospita per questi due mesi arriva un ragazzo nuovo. Cinese. Fa le solite quattro chiacchiere col general manager, gli viene fatta vedere la sua scrivania, poi viene presentato – ciao, ciao, benvenuto. Come ti chiami? E lui dice il suo nome, che è ovviamente un nome cinese, e si capisce che rimane ad aspettare qualcosa che sa che arriverà presto: una specie di battesimo. I ragazzi italiani scambiano due parole, valutano l’assonanza, e poi stabiliscono: va bene, facciamo che ti chiami Luigi – e lui, tutto contento, allright, thank you, I like Luigi, e adesso si presenta così, anche ai clienti, I’m Luigi, nice to meet you. Funziona così, qui: i cinesi che in qualche modo hanno a che fare con gli occidentali si danno o ricevono un nome occidentale, che non è mai la traslitterazione del loro nome cinese: già che ci sono, se ne scelgono uno che gli piace. Conosco una Sherry e una Shirley,l’amico di un collega che fa il buttadentro al Fake Market sul biglietto da visita ha stampato bel grosso Jacky, ho fatto appuntamenti di lavoro con una serie di Jenny, Lynn e Michelle tutte rigorosamente cinesi, ieri sera ero a cena con un Warren, un Maurice e un Carlos e la responsabile di sala del ristorante dove mi hanno portato a mangiare si chiama Paola: perché il ristorante è italiano. A pensarci è bello, il nome è una di quelle cose che ti ritrovi per tutta la vita senza poterlo cambiare, come il colore degli occhi, e si accetta più facilmente una plastica al naso che un passaggio da Roberto a Tommaso, quella è roba da eccentrici: invece sei adulto, magari il tuo nome non ti piace, ti guardi allo specchio e quell’Alessia non te lo senti cascare bene addosso, se mi tingo i capelli perché non mi posso cambiare il nome? Luigi prima o poi cambierà lavoro, magari verrà assunto da un’azienda francese e allora chissà, forse deciderà di non aspettare il battesimo dei suoi colleghi e si presenterà come Louis, o forse si sarà stufato e vorrà essere Michel, o Gerard, o Jean-Jacques – uno, nessuno e centomila.
08/03/2013
Mi sento abbastanza italiano da non essere sicuro che la famose arte di arrangiarsi sia davvero e solo e unicamente una dote, però non posso nascondere che la fantasia che i cinesi mettono nella lotta quotidiana contro il sistema ha qualcosa di affascinante. Cerco di leggere il giornale tutti i giorni, e ogni volta c’è una storia che dà l’impressione che questo paese sia una specie di enorme telo elastico, con il governo a tirare da una parte e un miliardo abbondante di suoi sudditi a tirare dall’altra, l’uno che mette regole e gli altri che si industriano a sfuggirle. Per dire: da poco è stata approvata una legge che impone una tassazione del 20% sulle plusvalenze derivanti dalla vendita di una seconda casa – la misura è pensata per cercare di calmierare i prezzi del mercato immobiliare nelle grandi città e in particolare nelle megalopoli come Shanghai, Beijing e Guangzhou. Detta così pare una cosa sensata e pensata a modino, e invece le pur occhiute autorità si sono trovate a fronteggiare un’inaspettata epidemia di divorzi senza precedenti, al ritmo di migliaia al giorno, un flusso legittimo e inarrestabile di coppie che si separano per poter intestare una casa a ciascun ex coniuge, rivenderne una senza subire i danni della tassa perché a quel punto l’abitazione è una prima e non una seconda casa e poi, con calma, eventualmente risposarsi; hanno intervistato un funzionario e quello ha allargato le braccia, ce ne sono che vengono qui dicendo sa com’è, non ci vogliamo più bene, ma ce ne sono altri che non si vergognano a dirmelo, guardi noi non vogliamo smenarci dei soldi, io firmo le carte, loro divorziano, io non posso dirgli niente, non prendiamo i soldi delle tasse e i prezzi delle case continuano a salire, non so se ci abbiamo fatto un grande affare – cosa volete che vi dica, ho chiuso il giornale e volevo alzarmi in piedi, da solo in mezzo al Jamaica Blue, e fare la ola.
07/03/2013
Qualche giorno fa ho scaricato sul telefono un’app chiamata Shanghai Air Quality Index. I dati li fornisce il consolato americano in città, e in tanti pensano che siano più affidabili di quelli rilasciati dalle autorità cittadine. Ogni tanto la guardo, la legenda parte dal verde, passa al giallo, poi all’arancione, al rosso e infine al viola. Ricordo un arancione in una giornata piuttosto eccezionale di cielo azzurrissimo e aria tesa, e poi una lunga, eterna teoria di rosso e viola. Per tutto oggi la foschia che di solito copre la città è stata più densa del solito, si faceva fatica a vedere la punta dei grattacieli più alti; ho passato quasi dieci minuti ad un incrocio – uno di quelli giganteschi delle intersezioni di grandi vie di scorrimento, stavo a Gubei Lu e i taxi non arrivavano mai e quando finalmente sono riuscito a sedermi sul sedile di una delle migliaia di Volkswagen che portano la gente da una parte all’altra della città a cinque euro per mezz’ora ho chiuso gli occhi, ho sentito la gola che bruciava, il cerchio alla testa della mancanza di ossigeno, poi ho riaperto gli occhi, ho guardato lo schermo del telefono, una striscia viola lunga un giorno con la scritta “Very unhealthy”, ho richiuso gli occhi e ho pensato che di quell’app non avevo poi così tanto bisogno.
06/03/2013
Li vedo la mattina verso le nove andando in ufficio, e una dozzina di ore dopo quando torno a casa attraversando la piazza sulla quale danno quattro delle circa venti uscite della fermata della metro di People’s Square. Sono una fila di banchi come quelli usati in Italia per vendere arance, orchidee, pigotte e torte per beneficienza; sono tanti, non meno di sei o sette, dietro a ciascuno due o tre persone e sul piano di appoggio centinaia, forse migliaia di biglietti gratta e vinci. Se ne sente il richiamo da lontano, quasi tutti dispongono di un impianto di amplificazione che spara nell’aria il richiamo: qui lo fanno in tanti, negozi, grandi magazzini, a volte con un messaggio registrato, altre mettendo una ragazza all’ingresso con microfono e amplificatore che incessantemente invita i passanti a entrare – venghino signori venghino, oggi venti renminbi di sconto sui pantaloni da uomo, al secondo piano la nuova collezione da donna. Una sera mi sono fermato per guardare, accodandomi alle decine di clienti che a ogni ora del giorno si assiepano per comprare un biglietto e tentare la fortuna: ho contato nove lotterie diverse, un arcobaleno di tagliandi che a tenerli tutti in mano pare di giocare a scala quaranta. Non so quanto costi un biglietto, né quanto grande e attraente sia il montepremi, so solo che in quasi venti giorni non ho mai visto questi banchi vuoti: chissà quanto serve, per cambiare una vita a Shanghai.
05/03/2013
Si avvicinano alle statue con una monetina in mano, di solito un yuan, a volte qualche centesimo. Nella mia ignoranza non so se le quindici statue che vedo in una grande stanza del Jingan Temple siano diverse raffigurazioni del Buddha o se impersonino qualcun altro, quel che so è che i fedeli arrivano, si inginocchiano su una specie di cuscino foderato di rosso e giallo, pregano con le mosse del loro culto, e poi lasciano questa moneta davanti alla statua. Non la appoggiano, la mettono dritta, in piedi, la tengono fra le punta delle dita fino a quando non viene raggiunto l’equilibrio che serve. Poi la guardano, si allontanano piano, e la moneta resta lì fino a quando un soffio di vento o il lieve sobbalzo di un vaso appena spostato perché i fiori si mettano nel modo giusto la sposta, e poi cade.
04/03/2013
Ancora a proposito di Proust: cammino per andare a un appuntamento, lungo Nanjing Lu West scorre il solito traffico enorme e insensato. Ho appena guardato sul telefono lo Shanghai Air Quality Index elaborato dal consolato americano. Rosso lungo tutto il giorno, con un picco porpora: queste città sono talmente inquinate che il governo centrale ha detto che, se verranno fatti tutti gli sforzi pianificati, ci vorranno altri diciassette anni prima di avere aria respirabile. Passo vicino a un’aiuola, in questo tratto il marciapiede è molto largo, c’è una residenza governativa, hanno probabilmente pensato di darsi un po’ di colore, viola, e giallo screziato. Dura il metro che è lungo un passo, ma lo sento distintamente – profumo di fiori. Non faccio in tempo a rendermene conto che è già andato via. Mi fermo, torno indietro, lo cerco ancora ed eccolo, tenue ma c’è, fiori come in un vaso su un balcone, come in un parco sul lago di Como, come in tutti quei posti che insieme, ancora, fanno casa.
03/03/2013
Non so da dove arrivano, né chi li porta, con quali mezzi, a che ora del giorno o della notte. So che ogni tanto li vedo, seduti su un marciapiede vicino al pub dove ogni tanto mi fermo mentre ritorno a casa oppure alle spalle del teatro dell’opera. Hanno facce stanche, a volte inebetite, siedono accanto a grandi sacchi di plastica o di tela, talvolta su valigie stremate quanto loro. In quei sacchi e in quelle valigie sta tutto quel che hanno: che è poco, come dicono i loro vestiti, le loro scarpe e i loro occhi. Sono migranti, e qui a Shanghai – come in tutte le grandi città cinesi – rappresentano una figura sociale ben definita, e di dimensioni terrificanti: secondo le ultime rilevazioni pubblicate nell’ultimo anno poco meno di nove milioni e mezzo di persone sono arrivate qui dalle aree rurali per passarci almeno sei mesi continuativi. Nove milioni e mezzo. Di tutte quelle che incontri, più di una persona su tre (la città ne contiene oggi ventiquattro milioni) è, appunto, un migrante: qualcuno che ha lasciato il suo paese ed è venuto qui a cercare lavoro. Lavoro a basso prezzo nella città più cara del paese, dove il comune mette mensilmente all’asta le targhe delle macchine di futura immatricolazione e a gennaio si sono pagati fino a ottantaseimila reminbi, grosso modo undicimila euro, per poter far circolare le proprie quattro ruote. Sono contadini, vengono da ogni dove, si adattano in ogni dove, parlano dialetti che nessuno capisce ad eccezione dei conterranei sui quali contano come primo appoggio per sopravvivere ad una megalopoli che spesso intimorisce pure noi occidentali, guardano smarriti il traffico feroce, tossiscono per l’inquinamento fuori da ogni loro esperienza, a volte muoiono senza che nessuno se ne accorga. C’è una Shanghai dickensiana (ma lo stesso si potrebbe dire per Beijing, Shenzhen, Guangzhou e decine di altre città) fatta di milioni di persone senza nome che in pochi mesi si bruciano i risparmi di una vita solo per sopravvivere nella megalopoli. Sono sempre di più quelli che capiscono che il sogno può essere un incubo, e tornano a casa: dove però spesso non hanno più la terra, né la casa che gli è stata espropriata durante la loro assenza. A guardarla dall’alto, la Cina sembra un reticolo di enormi formicai. Vicino ad alcuni di questi qualcuno, più o meno inconsapevolmente, ogni tanto avvicina un fiammifero, e allora tutto può succedere.
02/03/2013
Qui a Shanghai se non piove vado a lavorare facendomi una camminata di una mezz’ora. Lo so, l’inquinamento e tutte quelle cose lì: ma di norma vivo a Milano, mi sa che i polmoni li ho già ben foderati di polveri sottili, quindi tanto vale. Ma non divaghiamo: facendo questa passeggiata passo due volte al giorno davanti a un cantiere. Sta su Nanjing Lu West, che è una via ricca, piena di negozi lucenti e costosissimi, e grattacieli vetrati e alberghi a cinque stelle. A due passi dal Fake Market, del quale ti racconterò magari un’altra volta, c’è appunto questo cantiere. Si vedono le basi delle gru, e le ruspe. Non è difficile immaginare cosa ci sarà tra sei mesi in quello che adesso è un gran rettangolo di terra smossa: una decina di negozi lucenti e costosissimi, o un grattacielo vetrato, o magari un albergo a cinque stelle.
Il resto della storia, più un’altra manciata di righe su ruspe e cimiteri sta qui, su Left Wing, insieme alla risposta del Direttore.
28/02/2013
Faccio il conto degli italiani con i quali ho avuto a che fare negli ultimi giorni. Una quindicina, grosso modo. Colleghi, clienti, gente con la quale parli davanti alla macchinetta del caffè o nella hall di un albergo – da quanto sei qui, adesso parto per Melbourne, proviamo a sentire il nostro headquarter di Singapore. Faccio il conto di quanti hanno parlato delle elezioni: quattro, dei quali tre per dire che erano un buon motivo, del quale non avevano peraltro nessun bisogno, per confermarsi nell’idea che percaritadiddio, di tornare non se ne parla proprio. Il quarto aveva nella voce solo sconforto. Ma gli altri, ecco, sono gli altri che mi incuriosiscono. Quelli con i quali passo la maggior parte del tempo, gente giovane venuta in Cina per studiare e che poi ha trovato un’occasione di lavoro, e qui ha deciso di restare. Hanno nostalgie proustiane, sentono la mancanza di una spiaggia, della pennichella del sabato pomeriggio, di un angolo in riva al Po, persino di un pranzo in famiglia: non gli manca il loro Paese, quello con la maiuscola, lo sentono come una cosa distante da loro, anzi non lo sentono nemmeno. Elezioni, hai detto? Ah sì, ho sentito. Sai, mi sa che prendo un paio di giorni, li attacco al weekend, in quattro ore sei in Thailandia, ho bisogno di un po’ di riposo.
26/02/2013
(…) Avevo letto la storia qualche settimana fa in un libro di Yu Hua, “La Cina in dieci parole” (lo so, il titolo è quello che è, fa un po’ “Come essere felici in una settimana”, ma ti assicuro che il contenuto era migliore). Pare che il Grande Timoniere, in una delle sue alzate d’ingegno che tanto ce lo fanno rimpiangere, un giorno abbia deciso che tutte le città cinesi al di sotto di una certa latitudine erano, proprio per quella ragione, di per sé “calde”: e quindi non c’era bisogno di dotare le abitazioni degli opportuni impianti di riscaldamento.
Il resto lo trovate qui, su Leftwing, che è qualcosa che dovreste leggere comunque, e che molto gentilmente ospita qualche letterina da Shanxi Lu North. Le cose migliori, di solito, sono le risposte del Direttore.
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