< City Lights. Kerouac Street, San Francisco.
Siediti e leggi un libro

     

Home
Dichiarazione d'intenti
La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

Talk to me: e-mail

  • Blogroll

  • Download


    "Greetings from"

    NEW!
    Scarica "My Own Private Milano"


    "On The Blog"

    "5 birilli"

    "Post sotto l'albero 2003"

    "Post sotto l'albero 2004"

    "Post sotto l'albero 2005"

    "Post sotto l'albero 2006"

    "Post sotto l'albero 2007"

    "Post sotto l'albero 2008"

    "Post sotto l'albero 2009"

    "Post sotto l'albero 2010"


    scarica Acrobat Reader

    NEW: versioni ebook e mobile!
    Scarica "Post sotto l'albero 2009 versione epub"

    Scarica "Post sotto l'albero 2009 versione mobi"

    Scarica "Post sotto l'albero 2010 versione epub"

    Scarica "Post sotto l'albero 2010 versione mobi"

    Un po' di Copyright Creative Commons License
    Scritti sotto tutela dalla Creative Commons License.

  • Archives:
  • Ultimi Post

  • Quando sarà finita
  • 13D
  • Mille, mille e cento metri
  • Deflated
  • Lungo il fronte
  • Dentro la circonvallazione
  • Dito, luna
  • “E non dire di quelli che sono morti sulla via di Allah: ‘Sono morti’. No, sono vivi ma tu non li senti”
  • Ieri
  • “Aspetto”
  • December 2009
    M T W T F S S
     123456
    78910111213
    14151617181920
    21222324252627
    28293031  

     

    Powered by

  • Meta:
  • concept by
    luca-vs-webdesign

     

    19/12/2009

    Il principe che cantava ai giurati

    Filed under: — JE6 @ 21:28

    Se nel ’46 i nostri nonni fossero stati meno stufi di tutta la baracca, oggi ci potremmo godere una sana monarchia da operetta, e il principe che va a cantare al Festival di Sanremo ci sembrerebbe del tutto coerente con l’improbabile soggetto preso di peso da un film con Fred Astaire.
    Corriere.it

    L’uomo che racconta le barzellette

    Filed under: — JE6 @ 17:22

    L’uomo che racconta le barzellette non sta mai zitto. Apre la bocca quando si sveglia e la chiude quando si addormenta, e tra i due momenti della sua giornata inanella una sequela infinita di battute, aneddoti, frasi a effetto – e barzellette. Ha ormai passato l’età per la pensione, e siccome ne ha viste tante, tante ne ha da raccontare: di barzellette, e di storie. Ha sempre una storia da raccontare, un cliente di Pordenone, un cugino della moglie di Melegnano, un direttore tecnico di venticinque anni fa, un’automobile che come quelle non se ne fanno più. Ha sempre qualcosa da insegnare, anche quando dice che lui alla sua età non ha ancora smesso di imparare. Vive nella sua galassia personale, costantemente sopra le righe come un clown e le sue scarpe lunghissime e il suo naso rosso finto, confonde i nomi, importuna le cameriere, colleziona gaffes. Per molti è “un mito”, per qualcuno è divertente come una foglia di ortica; poi c’è un momento nel quale chi vuole può vederlo per quello che è, quando cammina lungo il vialetto che porta al parcheggio e si stringe nel cappotto e mostra tutti gli anni che ha, e risponde al saluto con un “ciao” tanto normale che in bocca a lui sembra quasi dimesso e triste. Basterebbe toccarlo con un dito per far cascare prima la maschera e poi tutto il resto, ma in fondo sarebbe una inutile crudeltà: e allora gli si chiede se è di fretta, se ha cinque minuti di tempo per un caffè.

    18/12/2009

    Thank you so much

    Filed under: — JE6 @ 09:28

    Un veloce ma sentito ringraziamento a tutti coloro che hanno parlato del Post sotto l’Albero, release 2009. Fra tutti cito l’articolo di Achille su Apogeonline, che riassume come meglio io non avrei potuto fare la storia e soprattutto lo spirito di questa cosina piccola che è il PslA.
    Apogeonline

    14/12/2009

    Come un film in bianco e nero visto alla tivù

    Filed under: — JE6 @ 22:24

    Percorro la litoranea cercando di intravvedere il mare, ma è tutto talmente buio che l’unica sua traccia è la lunga striscia blu che si muove sul navigatore della macchina. Pensioni, tre stelle, alberghi meublé, ristoranti chiusi, una farmacia, parcheggi vuoti, i negozi di souvenir con le serrande abbassate. Il mare d’inverno. Lascio in camera la valigia della prossima settimana, ghiaccio sul balcone in cerca di un segnale abbastanza forte per fare due telefonate, mi rimetto in macchina. Il centro. Ci dev’essere qualcosa in centro, mi dico. Salgo sulla collina, parcheggio, guardo il tabellone metallico dei necrologi – è mancato all’affetto dei suoi cari – e le finestre appannate di una palestra, da una pasticceria esce una coppia con un bambino piccolo che piange. Dalla balaustra si vede il mare, là sotto, e un sacchetto di plastica, o forse un palloncino, incastrato tra i rami di un albero. Aspetto una chiamata, o un messaggio, e lo faccio invano. Torno sulla litoranea. L’osteria potrebbe essere un ristorante cinese della periferia di Milano, spaghetti alle vongole e Enrico Papi su Italia 1. Arriva la telefonata, si rimanda tutto a domani mattina. Attraverso la strada, c’è un cancello aperto. Vedo finalmente le onde, che non sono quelle di Ruggeri ma quelle di De Gregori – dal profondo del nero del mare -, c’è un vento gelido che spazza la spiaggia, ballano le foglie delle palme, qualcuno chiude un’imposta. La ragazza della reception sorride – ha mangiato bene? -, io chiedo un caffè, faccia buon riposo, ci vediamo domani mattina.

    13/12/2009

    And… we’re back! (PslA strikes again, 2009 version: “Hop Hop Hop”)

    Filed under: — JE6 @ 18:53

    Ogni tanto penso che diventiamo adulti solo per per poter giocare seriamente, perché c’è un gusto tutto particolare nel fare i cialtroni in giacca e cravatta. E’ per quello che ogni anno inizia un minuetto fatto di inviti, di solleciti, di sms, di autocandidature, di c’è-ancora-posto e quando-è-la-scadenza-per-la-consegna, di suppliche e lamentele e tutto il resto: per mettere insieme questa cosa che – forse – avrete il coraggio e la tempra di leggere fino in fondo. E’ un lavoraccio, che però vale la pena fare, vale la pena mettere in piedi un teatrino che coinvolge decine di trenta-quaranta-cinquantenni se in una sera di dicembre arriva una mail che dice “grazie per avermi fatto scrivere dopo dieci anni”. Il PslA è un regalo di regali, si fa il proprio e se ne ricevono molti altri in cambio: quando lo si riceve si sorride, si fa un inchino, gli si dà  un’occhiata: a volte lo si legge, a volte no, a volte lo si ricicla e lo si fa avere al vicino noioso o all’amica con la quale si vuole fare bella figura. Il PslA ha una sola, vera, grande dote: è gratuito; e in tempi di crisi, buttala via.

    E’ passato un altro anno, ma i motivi per cui voglio bene al Post sotto l’Albero non sono cambiati. Così li riprendo dal post dell’anno scorso, aggiungendo qualcosa:

    Mi piace perché è una piccola tradizione; quando è nato un blog lo avevamo in cento, adesso siamo ancora in cento perché tutti gli altri sono passati ai socialcosi. Siamo quelli che scrivono più di 140 caratteri, e sembriamo una setta di massoni ottocenteschi: insomma, siamo diventati vintage in sei anni.

    Mi piace perché è una cosa seria fatta per gioco.

    Mi piace perché è un gioco fatto seriamente.

    Mi piace per quello che gli sta dietro, gli inviti che partono quando in Sicilia si fa ancora il bagno in mare, le prese in giro, i solleciti accorati, le contrattazioni sulle date di consegna, i “c’è ancora posto?” e i “ma non c’era un’altra settimana di tempo?”, le mail di accompagnamento che dovrebbero essere pubblicate per quanto sono belle ma in fondo è meglio che restino così, private.

    Mi piace perché è cocciutamente artigianale, con la sua copertina a base di clip art di Word, i suoi refusi, la sua impaginazione arbitraria e incerta.

    Mi piace perché non è una cosa mia, ma di tanti, e questo mi fa ricordare quando qui scrivevamo non per metterci in mostra cercando un lavoro o una vetrina o un quarto d’ora di celebrità , ma per l’urgenza e il divertimento e il piacere di farlo – e mi piace illudermi che almeno una volta all’anno questo sia ancora possibile.

    Mi piace perché c’è gente, e non poca, che racconta un pezzo di sè. E lo fa senza recitare, senza romanzare, cercando con impegno le parole giuste. Trovandole.

    Mi piace perché non ha pretese.

    Anche l’anno scorso ho scritto “non so davvero se ce ne sarà un altro”. Lo riscrivo, e non per vezzo, ma perché ogni anno cresce la sensazione del tirare la corda che fa da confine sottile tra divertimento cialtrone e molestia ridicola. Per quest’anno è andata, e all’anno prossimo ci penseremo a tempo debito. Intanto, grazie a tutti.

    [Il PslA 2009 lo trovate qui]

    Altri piccoli inequivocabili segni della decadenza del mondo occidentale

    Filed under: — JE6 @ 10:12

    Ieri ho visto uno stand che vende una sciarpa che può essere pre-riscaldata nel forno a micro-onde (il prossimo passo è il pre-riscaldamento del forno, poi la pre-accensione dell’accendigas e così via, fino al Big Bang o giù di lì).

    12/12/2009

    Come se

    Filed under: — JE6 @ 16:45

    ”                                                                                                                                                            “.

    [Ieri ho scritto una cosa – come al solito in fretta, senza rileggerla. Mi piaceva, ci tenevo, pensavo di pubblicarla qui, come quasi tutto quel che scrivo che non abbia a che fare con il lavoro. Invece, l’ho regalata. Così, qui sopra c’è uno spazio bianco: ma non è vuoto]

    11/12/2009

    L’uomo al tavolino di legno

    Filed under: — JE6 @ 15:15

    Lo guardiamo sedersi mentre ci portano le birre. Diciamo ancora quattro parole, poi, cercando di non dare troppo nell’occhio, smettiamo di parlare e lo osserviamo, perché spicca tra noi vestiti di jeans e giubbotti invernali, reduci da spettacoli teatrali di periferia e uscite di colleghi e partite di calcetto. Avrà sessant’anni, eppure non stona in questo pub irlandese; è uno di quegli uomini che si trova a suo agio in qualunque posto, da ragazzo è stato sicuramente uno sportivo e uno che ai suoi tempi avrebbero detto uno scapestrato, sembra di vederlo su una spider, figlio della vecchia borghesia milanese, quella per la quale valeva la pena venire a vivere in questa città prima che venisse invasa dalla rucola e dagli stilisti. Guardi i suoi capelli grigi arruffati con cura, i baffi folti ben curati, il maglione vecchio che sembra comprato solo due ore fa, il colletto della camicia che sporge il giusto, i pantaloni sportivi che cadono come un fuso su scarpe che sembrano un whisky di sedici anni, e dietro ci vedi libri, e studi, e amici, e viaggi, li vedi da come accavalla la gamba destra sul ginocchio sinistro, da come appoggia il palmare sul tavolino rotondo di legno scuro e non passa il tempo a guardare se si accende la luce rossa di un nuovo messaggio. Non riusciamo nemmeno a essere invidiosi, siamo solo ammirati come capita di essere davanti all’eleganza vera, quella che non si fa notare, quella che sta dentro le persone e non nei loro abiti o nei loro orologi. Quando ci alziamo abbiamo la tentazione di salutarlo, ma sarebbe stupido, non lo conosciamo, lo disturberemmo mentre sta finendo il suo bicchiere, sono cose che non si fanno. Usciamo, speriamo che non siano passati i vigili urbani.

    Un paese con la camicia aperta fino all’ombelico e i tatuaggi grandi quanto il delta del Niger

    Filed under: — JE6 @ 09:33

    “Uno dice Corona, poi sei seduto in prima sul frecciarossa e senti certe suonerie, certe conversazioni telefoniche, certe musichette a volume sempre troppo alto, che ti verrebbe voglia di dare l’ergastolo a tutti”.
    [Da un feed lucchettato di FriendFeed]

    09/12/2009

    Il cielo sopra Milano

    Filed under: — JE6 @ 08:54

    Ci sono giorni come questi che finalmente fa freddo e il respiro si condensa appena esce dalla bocca e insomma, ci sono giorni come questi che il cielo a Milano è una cosa che non riesci bene a spiegare, e l’unica cosa che puoi dire è che non vuoi mettere gli occhiali da sole per goderti tutto.