Dinosauri sorridenti
A me piacciono i concerti di certi dinosauri del rock. Non solo – e già sarebbe sufficiente – perché bastano due canzoni, e quelle valgono tutta la discografia passata e futura degli indie e dei gruppetti à la page. Ma per quell’aria rilassata che hanno oggi sul palco, quel non aver più bisogno di dimostrare, quello stare lì – certo: ben pagati – a fare quel che sanno fare e che gli piace fare, suonare e cantare e farsi adorare dalla gente. Ci sono sere che la gente sta lì ad ascoltarli con una specie di sorriso sulla bocca, le mani in tasca ogni tanto levate verso il cielo a tenere il tempo oppure ad applaudire, e l’aria non più rovente dell’estate che passa addosso alla temperatura perfetta, sere che tutto si depura dall’eccitazione, che guardi Dolores O’Riordan sorridere come una bambina, o Lou Reed togliersi dalla voce ogni residuo di rabbia e sofferenza e maledettismo, sere che ti pare di stare là, in riva al fiume nel centro della città vecchia, di fronte a quel locale illuminato di un porpora dolce, che è arrivato venerdì sera, che è estate.