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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    13/04/2009

    I due trentenni

    Filed under: — JE6 @ 17:14

    Ci sono persone che portano con sé cattive sensazioni; ma non ne soffrono, perchè le rovesciano sugli altri – spesso senza nemmeno accorgersene. Guardo la coppia che è appena salita sul vagone; lui in una specie di business casual, giacca camicia bianca e jeans, lei elegante da ufficio ma non da donna in carriera, forse una impiegata di livello medio alto in una grande agenzia di assicurazioni, o in un’azienda informatica. Avranno una trentina d’anni o poco più, sembrano di quelli che questa sera happy hour, domani palestra, dopodomani analista, fra tre giorni kebab e poi cinema, fra quattro happy hour e per il weekend vediamo se Liguria o un agriturismo in Toscana, e avanti così in una coazione a ripetere che chissà perchè tanti invidiano. Lui alterna un’occhiata al Blackberry ad una scorsa delle pagine di Repubblica, ogni tanto fa un gesto strano – si passa l’indice della mano destra sulla guancia sinistra, una specie di contropelo della barba di tre giorni. Ma quella che attira davvero la mia attenzione è lei. Sembra una di quelle donne che vive in perenne stato di tensione, come caricata a molla di paranoie, inadeguatezze e troppe puntate di Sex & the City. Dal momento in cui lei gli chiede qual è la fermata alla quale dovranno scendere e lui risponde “Porta Venezia”, lei apre la bocca e non la chiude più. La ascolto affascinato elencare l’agenda della sua giornata lavorativa, e poi quella delle serate della coppia, per poi passare a una tonnellata di fiele su una nuova collega chiaramente minorata mentale e ciò nonostante – o forse proprio per questo – di gran successo con quei deficienti del marketing, ad una considerazione acida sulla telefonata ricevuta la sera prima dalla madre – ovviamente etichettata come “vecchia rincoglionita” -, ad un’autocommiserazione professionale che occupa il tragitto tra Lotto e Amendola-Fiera. Lui, che non pare il classico sfigato succube da film di serie B, ogni tanto butta lì una mezza frase di normale buon senso, si capisce che non solo non ha voglia di discutere alle otto del mattino: soprattutto sembra sfinito dalla vacuità e dall’insensatezza delle lamentazioni che sta ascoltando, è evidente che pensa che quella nuova collega molto probabilmente non sarà soltanto una sgallettata che fa carriera facendosi scopare da tutti e sei i componenti del reparto marketing ma sarà una capace di fare bene il suo lavoro per dieci ore al giorno, che lui la palestra la scansa come una malattia infettiva, che la madre di lei è una donna normalissima che vuole bene alla figlia e che ha le normali fissazioni di una settantenne. Soprattutto è chiaro, chiarissimo che lui desidererebbe solo un sorriso, o in alternativa un po’ di silenzio. Mentre ringrazio Dio o chi per lui per il non dover condividere nemmeno mezz’ora del mio tempo da single con una così perfetta esemplare di quelle che i giornali che ti spiegano come vivere alla grande chiamano thirty-something, il treno entra nella stazione di Cairoli, e come ogni mattina si riempie del profumo delle brioches calde vendute dal bar del mezzanino. E lì, in quel momento, proprio quando il treno è ormai fermo e le porte del vagone si stanno per aprire, accade il miracolo; lui la guarda, rimette il Blackberry nel taschino della giacca, e con la massima tranquillità le dice, a voce abbastanza alta perchè lei lo possa sentire e capire “Beh, sai cosa c’è? Vaffanculo”. Ed esce, e mentre esce è come se la gente lo facesse passare, come una specie di picchetto d’onore, come le acque del Mar Rosso davanti a Mosè. Io vorrei alzarmi e corrergli dietro, arrivare tardi in ufficio pur di toccargli la spalla e dirgli bravo, bravo cazzo, andiamo che ti offro un caffè, ma lui probabilmente mi guarderebbe con un’aria un po’ triste e non mi risponderebbe perchè non dev’essere uno che ama litigare, e così io mi limito a guardare lei che rimane impalata e basita, che ricaccia le lacrime di rabbia e frustrazione e sorpresa, che lo maledice in silenzio per tutti i dieci minuti che ci vogliono da Cairoli ad arrivare a Porta Venezia, cinque fermate di sofferenza e vergogna – e però, bella mia, sai come si dice, chi semina vento raccoglie tempesta, prova a chiedere a tua madre se se lo ricorda questo proverbio, la prossima volta che ti telefona.