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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    27/04/2009

    Greetings from London ’09 – Leave the kids alone

    Filed under: — JE6 @ 22:40

    Sloane Avenue, verso l’una del pomeriggio. Me li vedo venire incontro a gruppi, i ragazzi in completo nero – giacca, maglione, pantaloni, scarpe, spicca solo la camicia bianca lasciata fuori dai pantaloni come per restare più liberi – le ragazze in maglione a V nero, camicia  bianca, gonna grigia sopra il ginocchio, calze e scarpe nere. Avranno quindici anni al massimo, i maschi stanno con i maschi e le femmine con le femmine, c’è solo una coppia mista che si ferma per baciarsi in mezzo al marciapiede e i passanti li schivano con un’espressione di invidia. A guardarli sembrano un incrocio tra i ragazzi de L’attimo fuggente e i bambini di Another Brick In The Wall, però più allegri, come se la divisa non desse loro fastidio, come se potessero mandare a quel paese i professori senza temere la punizione divina o quella corporale di genitori incarogniti. Fa fresco, piove, e a loro non gliene importa nulla.

    Greetings from London ’09 – Ben

    Filed under: — JE6 @ 14:13

    Entro al Courtfield per mangiare un boccone e godermi in santa pace la calma di un pub fuori orario. Mi siedo, leggo la lista, scelgo la birra. Poi mi guardo intorno. Siamo in pochi, settte o otto persone, un paio con la valigia pronti ad andare all’aeroporto, un paio con la mappa da turista-non-mi-voglio-perdere-nulla, il mio vicino che legge una rivista sorseggiando lentamente una Guinness. Poi c’è lui. Avrà una cinquantina d’anni, la camicia abbondantemente aperta sul petto a far vedere una notevole collana di pietre azzurre, un paio di pantaloni felpati neri e delle Puma bianche che hanno conosciuto tempi migliori. Sta praticamente sdraiato, il sedere su una sedia e i piedi su uno sgabello, sul tavolo un bicchiere di vino bianco che non toccherà per tutto il tempo che resterò nel locale. E’ il fratello gemello di Benny Hill, identico nel viso e nel fisico, ed è forse questo – insieme alla sconvolgente fissità del suo sguardo – ad attrarmi. Mi chiedo cosa pensa, se pensa qualcosa; faccio fatica ad immaginarmelo con una famiglia, non so perchè me lo vedo rientrare in uno di questi appartamenti piccoli e umidi del Royal Borough of Kensington and Chelsea e lì salutare una madre anziana ma ancora in buona salute, vecchia tempra di inglese. Le tre ragazze che tengono il locale non gli dicono nulla per quei piedi sul sedile dello sgabello, come se fossero abituate o come se avessero perso la speranza di essere ascoltate. Quando i due turisti escono, ha un sussulto, gli chiede dove stanno andando e dà loro un’indicazione muovendo il pollice in direzione di un incrocio. Quelli escono sotto la pioggia, e lui ritorna nel suo fisso mutismo. Ho sentito che Benny Hill è morto solo e triste, che hanno dovuto chiamare i pompieri per entrare in casa, la casa dove il suo agente lo cercava e dalla quale lui non rispondeva. Quest’uomo gli assomiglia moltissimo.

    Greetings from London ’09 – Infradito

    Filed under: — JE6 @ 10:37

    Tornerei a Londra solo per farmi la mezz’ora di metropolitana che separa Heathrow da Earl’s Court, dove mi fermo per la fiera: per guardare le cento razze che si accalcano dentri i vagoni della Piccadilly Line – quelli che basta una valigia a bloccare lo scorrimento di tutti i passeggeri, quelli dove all’inizio siamo solo noi che arriviamo dall’estero e ci riconosci dai bagagli, dagli abbigliamenti, dai passaporti che spuntano dai taschini delle giacche; quelli dove, avvicinandosi alla città – Hounslow, Boston Manor, Acton Town – vedi salire gli antichi figli di Elisabetta, rossi quadrati e slavati, dove trovi ogni esemplare umano del fu British Empire, dove puoi fantasticare sui mille incroci di razze osservando i lineamenti e ascoltando gli accenti; quelli dove, quando sei ad Hammersmith ormai tutto il mondo (esclusi forse gli Inuit) sta lì, in quel tubo stretto ormai impraticabile –  tutto il mondo, compresi questi due sciroccati con lo zaino in spalla, vestiti fino alla cintola come se dovessero scalare il K2, e dalla cintola in giù in bermuda e infradito, sprezzanti della pioggia e di qualsiasi norma igienica del mondo occidentale.