< City Lights. Kerouac Street, San Francisco.
Siediti e leggi un libro

     

Home
Dichiarazione d'intenti
La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

Talk to me: e-mail

  • Blogroll

  • Download


    "Greetings from"

    NEW!
    Scarica "My Own Private Milano"


    "On The Blog"

    "5 birilli"

    "Post sotto l'albero 2003"

    "Post sotto l'albero 2004"

    "Post sotto l'albero 2005"

    "Post sotto l'albero 2006"

    "Post sotto l'albero 2007"

    "Post sotto l'albero 2008"

    "Post sotto l'albero 2009"

    "Post sotto l'albero 2010"


    scarica Acrobat Reader

    NEW: versioni ebook e mobile!
    Scarica "Post sotto l'albero 2009 versione epub"

    Scarica "Post sotto l'albero 2009 versione mobi"

    Scarica "Post sotto l'albero 2010 versione epub"

    Scarica "Post sotto l'albero 2010 versione mobi"

    Un po' di Copyright Creative Commons License
    Scritti sotto tutela dalla Creative Commons License.

  • Archives:
  • Ultimi Post

  • Call the call a call
  • Dopo l’incidente
  • Play around it
  • Generale la guerra è finita
  • Dove è un lusso la fortuna c’è bisogno della luna
  • Esperienza
  • Guardando gli spettatori
  • Appena
  • Aspettando
  • La fine di un giorno
  • May 2009
    M T W T F S S
     123
    45678910
    11121314151617
    18192021222324
    25262728293031

     

    Powered by

  • Meta:
  • concept by
    luca-vs-webdesign (contact)
     

     

    21/05/2009

    Greetings from Ljubljana ’09 – Come in spiaggia

    Filed under: — JE6 @ 23:50

    Ha fatto caldo, molto caldo per tutto il giorno. Ma arriva la sera, e con quella anche un filo di vento fresco. Sarà quello che porta in strada migliaia di persone: mai vista così tanta gente in giro per Ljubljana – e neanche a Milano, se dovessi dire la verità. Pare di stare a Madrid, o a Barcellona, ed è una sensazione strana, come quella che danno la neve sul Sahara, o il sole a Loch Ness. Non ho voglia di andare a mangiare, così mi perdo un po’ in giro dalle parti del Parlamento e dell’Accademia di musica; decido di non salire al castello come ho fatto le altre volte, ma di restare in mezzo alla gente sulle rive del Ljubljanski; mi fermo su uno dei ponti che attraversano il fiume, ad ascoltare una brass band che suona dei pezzi che sembrano scritti da Bregovic e arrangiati da Henry Mancini e per un po’ sono tutti allegri, fino a quando attaccano un pezzo lento che si capisce essere diverso da tutti gli altri, dev’essere una canzone tradizionale o qualcosa di simile perchè i due signori che mi trovo a fianco appoggiati alla balaustra del ponte ad un certo punto iniziano a canticchiare seguendo la melodia e sembra che cantino qualcosa che viene dalla loro infanzia. Ad uno degli estremi del ponte c’è un uomo con un microscopico banchetto di frutta e verdura, e mentre tutti seguono la musica e battono le mani e vanno a buttare spiccioli nella custodia del sax tenore lui rimane assorto a guardare non so cosa, un sedano forse, e non si potrebbe immaginare un contrasto più forte. Nessuno si muove fino a quando la band non ha finito, nemmeno il bambino che ha avuto paura di rompere il semicerchio per andare a buttare le sue tre monete insieme alle altre che sono l’ingaggio della serata di questi otto ragazzi. Cammino in mezzo alle decine di tavolini che riempiono le due rive, mi fermo a mangiare un sandwich, mi siedo in un altro pub a fianco di un signore che mi spiega che lui e i suoi colleghi si ritrovano ogni giovedì che Dio manda in terra per farsi un paio di birre, e lo fanno dal 1972, e me lo dice con un certo orgoglio che in quel momento mi sembra giustificato. Ascolto un trio blues fare una versione discreta ma troppo corta di “Cocaine”, compro un gelato, mi fermo in mezzo alla piazza davanti alla cattedrale, leggo “Ave Maria Gratia Plena” e mi viene in mente che a Londra ho visto una Ave Maria Road dalle parti di St. Paul, cerco di capire questa strana sensazione che ho fin dal primo pomeriggio, e forse la sensazione è quella di essere in vacanza – sembra che siamo tutti, io e Riko e Daniel e Borut e Dusko e le altre diecimila persone che in questo momento passeggiano, bevono birra, si baciano, telefonano, comprano un ventaglio, tutti siamo in vacanza. C’è proprio quest’aria, quella che si respira nei posti di mare anche se qui ogni anno butta giù un metro di neve, l’aria sospesa delle cose finite e delle cose non ancora iniziate, come se fosse venerdì sera, come se fosse estate.

    Greetings from Ljubljana ’09 – Tivoli

    Filed under: — JE6 @ 23:11

    Esco dall’albergo e mi incammino lungo Celovska Cesta, andando verso il centro della città; guardo l’ingresso alla zona di Bezigrad, dove pare di entrare in un paesino degli anni Cinquanta, con le case basse e le vie strette e inspiegabilmente vuote, continuo verso Slovenska Cesta e poi decido di entrare nel parco – che poi un giorno cercherò una spiegazione al perchè i parchi di mezza Europa si chiamano Tivoli – perchè è la terza volta che vengo a Ljubljana e non ci ho mai messo piede. Sfido l’allergia, lo attraverso guardando l’erba da poco tagliata, un’erba stranamente poco verde, la collina di Sisenski hrib e quella di Tivolski vrh, la gente che si stende a prendere il sole, una ragazza di una bellezza quasi impressionante per il contrasto degli occhi verdi con i capelli castano-ramati che spinge un passeggino con a bordo due gemelli biondi e silenziosi, un gruppo di joggers e uno di gente che occupa uno spiazzo di cemento per fare stretching e tra loro spicca la macchia di una ragazza dalla pelle nera che più nera non la si può immaginare – e in quel momento realizzo che è la prima persona di colore che vedo in Slovenia nei sette o otto giorni che complessivamente ho trascorso nel paese. E’ un parco strano, Tivoli; o forse sono strano io, non so, perchè le cose non sono come sono, ma sono come le vedi.

    Greetings from Ljubljana ’09 – Riko

    Filed under: — JE6 @ 22:49

    Conosco Riko da un paio d’anni. Ci siamo visti quattro volte, e sentiti forse dieci o dodici. Alcune riunioni, tre o quattro pranzi, una sera al Casinò di Portoroz; niente di che, a ben vedere. Non ci definiamo amici, non lo siamo e abbiamo abbastanza pudore per non usare il termine in quell’accezione bieca alla quale ormai abbiamo tutti fatto l’abitudine. Però ci troviamo bene, per motivi che non saprei spiegare; e così Riko, che ha una decina d’anni più di me, una volta mi racconta che i suoi hanno deciso di concepirlo perchè suo padre stava per essere richiamato nell’esercito in vista di una possibile guerra con l’Italia, e oggi mi parla della moglie, del suo tumore, dell’operazione, della chemioterapia. Io rimango un po’ interdetto, a volte mi chiedo cos’ho che la gente mi parla delle sue cose, di cose delle quali io probabilmente non parlerei con loro perchè non ne parlerei con nessuno se non con due o tre persone al mondo, lo ascolto e gli dico in bocca al lupo, ci stringiamo la mano perchè lui deve scappare in ospedale visto che oggi la moglie torna a casa, mi dice “grazie per essere venuto, spero di rivederti presto” e mi sembra che non sia la classica frase fatta che conclude questi incontri di lavoro, “thank you for coming”. Lo guardo uscire dalla porta con il passo veloce e il giubbotto appoggiato nell’incavo del gomito, mi chiedo se e quando lo rivedrò.