Greetings from New York ’10 – L’arpa
Cammino per gli otto isolati della High Line seguendo le piante e i binari della vecchia linea ferroviaria, costruita sopraelevata per evitare lo stillicidio di incidenti mortali che i treni causavano muovendosi nel traffico del Meatpacking District. Ci sono il caldo sopportabile del tardo pomeriggio, il sole che si abbassa sull’Hudson, le ragazze vestite leggere che iniziano ad affollare i locali dove una volta si macellavano i vitelli e oggi si bevono cocktail. Incrocio due suonatori di sassofono, un ragazzo seduto all’indiana che prova un arpeggio alla chitarra mentre la fidanzata lo guarda e risponde al telefono, un uomo che imbraccia un trombone. Dalle parti della Diciottesima vedo arrivare una ragazza alta e magra, che pare presa da un quadro del Botticelli, i capelli rossicci, un vestito semplice e lungo, dei lineamenti che la farebbero dire irlandese. Regge una piccola arpa, e la suona mentre cammina, e mentre suona si accompagna con la voce, e mentre canta sorride come se il mondo fosse fatto giusto dalle sue labbra, dal sole e dall’arpa. All’incrocio con la Decima Avenue i taxi scattano a cercare clienti.