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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    03/07/2011

    Mario

    Filed under: — JE6 @ 16:00

    Il viale che porta al cimitero è un pezzo di asfalto dritto come una stecca da biliardo, a destra si tiene la fabbrica e a sinistra le ville basse con il giardino ben tenuto, fino a quando esce dal paese, passa sotto gli alberi e poi supera anche quelli e tutto quello che rimane è la striscia di mezzeria sotto il sole piatto delle due del pomeriggio. Una volta passato il cancello di ferro senti solo il suono lontano di un aereo che tra poco atterrerà a Orio al Serio, e non chiedi di meglio in una giornata nella quale le sole parole che hai detto sono state “un biglietto, grazie” e “questo posto è occupato?”. La prima tomba a sinistra è uguale a tutte le altre di quel lato, un pezzo di pietra basso, scolpito grezzamente a forma di croce, incrostato di muschio rinsecchito dal tempo e dal caldo. Mario è nato il venti febbraio del millenovecentoventinove, ed è morto lo stesso giorno. Le prime quattro o cinque file, dodici croci per ciascuna, ricordano bambini, i figli dei lavoratori del villaggio operaio costruito intorno al cotonificio. Morti dopo una settimana, dopo quattro mesi, dopo al massimo tre anni. Una croce porta due nomi, due fratelli, senza data di nascita né di morte. C’è una lampadina elettrica che esce dal punto in cui i due bracci della croce si uniscono, ed è accesa. Qualche tomba è adornata da fiori di tela stinti. Mario non ha fatto in tempo a fare nulla, forse non ha nemmeno avuto il tempo di piangere: non ha giocato, non è andato a scuola, non ha nuotato nell’Adda che scorre a poche centinaia di metri in mezzo a boschi e colline e alti ponti di ferro; non è andato in fabbrica, non ha detto due parole sbagliate a una ragazza, non ha letto un libro, non ha messo da parte i soldi per una bicicletta. Mentre sto uscendo arriva una coppia di mezza età, fanno quattro passi, lei si china e accarezza una croce, lui resta ritto e le indica una tomba più distante, custodita da una pianta di fiori gialli, veri.

    [Cimitero del villaggio operaio di Crespi d’Adda]

    02/07/2011

    Andiamo avanti

    Filed under: — JE6 @ 23:37

    C’è quest’uomo, che di solito sta davanti all’ingresso del Seminario Arcivescovile di Milano, in Corso Venezia. Da lì bastano forse cinquanta secondi per arrivare in via della Spiga, in tre minuti stai in via Montenapoleone. Porta un cartello al collo, a volte ha anche uno di quei treppiedi da pittore, quelli sui quali si appoggia il quadro da dipingere, e lui ci mette sopra un altro cartello, anche quello scritto a mano. L’ultima volta che lo avevo visto – da quelle parti non passo tanto spesso – la scritta diceva “non sono comunista” e lì per lì, dopo aver tolto dagli occhi l’immagine di Veltroni, mi veniva da sorridere perché suonava come una forma bizzarra ma ben studiata di captatio benevolentiae nella città che era talmente poco di sinistra da aver accettato quasi vent’anni di Formentini-Albertini-Moratti. Oggi sono ripassato, ciondolavo facendo il turista a casa mia, e si vede che il nostro eroe si è adeguato ai nuovi tempi della politica cittadina, perché il cartello che teneva sul petto con uno spago che gli girava intorno al collo recitava “Ho sessantatre anni e non prendo alcun contributo. Andiamo avanti” – ed è da quasi dodici ore che penso a quell’ultima riga, “andiamo avanti”, che chissà cosa vuol dire, se è rassegnazione, se è siamo tutti nella stessa barca, se è datemi una mano perché non posso continuare così ancora a lungo, ma forse alla fine sono due parole che non hanno bisogno di tante analisi, andiamo avanti, e infatti se domani passate in Corso Venezia 11 mi sa che lo trovate ancora lì, e pure dopodomani, e anche martedì, un po’ come tutti. Andiamo avanti.

    01/07/2011

    Le domande scomode

    Filed under: — JE6 @ 09:01

    Alessandro Gilioli ha fatto da moderatore di un dibattito alla Festa dell’Unità del PD di Roma (sì, quello della Marilyn de noantri), che riuniva quattro soggetti del partito stesso da lui definiti “abbastanza eterodossi”. Siccome ognuno ha le sue monomaniacalità, con il rigore e l’inflessibilità che lo contraddistinguono ha chiesto prima ai quattro e poi al centinaio abbondante di persone presenti se D’Alema e Veltroni sono oggi “una risorsa o un peso per il PD”. Udite udite, sia i quattro eterodossi sia coloro che erano andati ad ascoltarli hanno tutti detto a gran voce “un peso, ma che domande”. Il nostro coraggioso intervistatore ha allora sorriso a trentadue denti, unicamente dispiaciuto del fatto che i due dinosauri non fossero lì “davanti a tutte quelle mani di elettori e militanti del loro partito che si alzavano per mandarli in pensione”; bontà sua ci tiene a precisare che il campione non va considerato statisticamente affidabile e che forse, ma forse eh, gli eterodossi vanno ad ascoltare gli eterodossi. Ciò nonostante, vogliamo forse rinunciare a un post con annessa documentazione fotografica? No, e infatti. Ora, è chiaro che questa non è che la prima tappa della nuova carriera di ardito sfrucugliatore di audience ostili, e che noi possiamo sederci tranquilli in attesa delle prossime esibizioni di capacità di fare domande scomode in luoghi altrettanto perigliosi: alla riunione del Napoli Club di Mergellina Gilioli chiederà agli ultrà quanto sta loro simpatico Adriano Galliani, all’assemblea dei delegati Fiom porrà la spinosa questione “ma secondo voi Marchionne è un bravo manager oppure il padrone delle ferriere”, e così via in un crescendo di ardimento, che raggiungerà il suo apice quando arringherà gli avventori del bar dell’Esselunga di via De Marchi chiedendo loro “liscia, gassata o Ferrarelle?”.