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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    10/07/2012

    Greetings from Beograd – No Wimbledon

    Filed under: — JE6 @ 00:24

    Ci sono ancora trentadue gradi quando, alle nove e mezza di sera, saliamo sul taxi che dall’aeroporto ci porta in Palmira Tolijatija Ulica. Niente aria condizionata sulla vecchia Fiat Marea guidata dal gemello serbo di Zio Fester, finestrini abbassati dai quali entra aria calda e un odore fatto di gomma e asfalto e plastica e scarpe e cemento e trattori. In uno dei cento deja-vu di questo lavoro mi pare di essere tornato a Bucarest, nel giugno di sei anni fa, lo stesso caldo, lo stesso lungo, enorme viale che porta verso la città, un taxi con la musica a palla – e in questo non c’è solo la radio a riempire l’abitacolo, il tassametro è stato tolto per fare posto a una tv da nove pollici che Fester guarda più spesso di quanto vorremmo. Ci fermiamo a un semaforo, le strade sono piene di gente che mangia ćevapčići a duecento dinari al piatto, Fester fa un gesto per dire madonna quanto si suda, dice “asphalt, bitum” puntando il dito verso il basso, poi indica una piccola aiuola a lato della strada e ride – “no Wimbledon here”, niente erba, noi ci impieghiamo un po’ a capire cosa vuol dire, ridiamo anche noi, Milano is not so much better, you know.

    09/07/2012

    Vino

    Filed under: — JE6 @ 14:39

    Attraverso il parcheggio. Sono le due del pomeriggio e se non fosse per i palazzi, per l’ipermercato, per la vecchia fabbrica riadattata a uffici, loft e appartamenti su misura di noi gente del terziario avanzato potresti guardare in alto e vedere il cielo azzurro come capita di rado da queste parti, e credere di essere al mare, o seduto sugli sgabelli di un’osteria delle colline di un qualche Appennino. C’è un odore strano in giro. Vino. C’è un gruppo di uomini che passano il loro tempo in questo parcheggio, seduti con le spalle attaccate agli alberi che noi malediciamo perché le foglie colano un milione di goccioline appiccicose che impiastrano i parabrezza. Non fanno niente, parlano e bevono il vino da due soldi che comprano all’Esselunga, trenta metri più in là, giusto dall’altra parte della strada. Ogni tanto ti si avvicinano, sono le otto di sera e tu stai entrando in macchina per tornare a casa, ne senti l’alito a distanza o forse è solo la suggestione di quelle bottiglie vuote abbandonate in terra che ormai fanno parte dell’arredo urbano, non si capisce mai cosa vogliono, se chiederti soldi o fare due chiacchiere, a volte si limitano ad alzare la mano e salutarti con una risata sghemba e sdentata. Ci sono giorni che mi chiedo come ci vedono, cosa gli sembriamo, forse alieni come loro paiono a noi, che non odoriamo di sudore e vino ma di deodorante roll-on e ammorbidenti esotici, in fondo è sempre questione di punti di vista.

    Solidarietà

    Filed under: — JE6 @ 09:07

    Io non ho ancora ben capito come si possa provare allo stesso tempo dolore per i pestati della Diaz e solidarietà per i pestatori. Magari qualcuno di voi riesce a spiegarmelo.

    08/07/2012

    Touché

    Filed under: — JE6 @ 11:00

    Io vorrei che leggeste questo articolo di Guia nostra. Non per l’argomento (non sarei credibile nel suggerirvelo: ho guardato qualche anno di E.R. solo per Susan Lewis, non so di quale cassetto si parli, non ho idea di come sia finito Friends, ho abbandonato The Good Wife dopo uno sbadiglio lungo quaranta minuti, non so come si chiamino i tre amici di Seinfeld, ho guardato tutto Homeland tranne gli ultimi venti minuti. La noia è un gran difetto, maledizione; almeno potessi dire di non aver perso tempo perché leggevo i classici russi e Fitzgerald, e invece nemmeno quello) ma per questo unico, splendido, crudele inciso: nessuna si senta offesa, ma andiamoci anche piano a sentirci escluse.

    07/07/2012

    Dieci passi (Erase and)

    Filed under: — JE6 @ 21:50

    Ci vogliono dieci passi, uno più uno meno, per tornare dalla rete alla riga di fondo. Ha appena sbagliato una volée, ha appena visto la palla del passante incrociato tirato dall’avversario sfilare a tre centimetri dalla testa della sua racchetta e cadere lì dove per una lunghissima frazione di secondo ha sperato che non atterrasse. La telecamera lo punta mentre percorre quei dieci passi. E’ durante quei pochi secondi che riconosci
    quello che ce la fa, e quello che no. Quello che ce la fa ha gli occhi vuoti, l’espressione indifferente al punto di essere assente; ha già dimenticato, è andato oltre. E’ già pronto per il prossimo servizio, per la prossima risposta. Non importa quale sarà il risultato finale, ce l’avrà fatta comunque. Erase and fast forward. Quello che non ce la fa, invece, quello ha gli occhi che parlano. Glielo leggi dentro il dramma. Dove ho sbagliato, non sono abbastanza forte, dovevo stare un passo più avanti, più a destra, piegare di più il polso, perché non ce la faccio, perché sono così stupido. Sembra pronto anche lui per il prossimo servizio o la prossima risposta. Sembra, ma invece no. Erase and rewind. E’ una partita di tennis, ma non solo. E’ una maledetta immagine della vita di tutti i giorni, con quelli che ce la fanno subito, quelli che ce la fanno impiegandoci mesi o anni, e quelli che non ce la fanno per niente. A volte è meglio cambiare canale, si soffre di meno.

    06/07/2012

    Bolle di sapone

    Filed under: — JE6 @ 09:01

    Mentre passo davanti al suo ufficio mi fa segno con la mano, entra, chiudi la porta. Entro, chiudo la porta, mi siedo. Allora, mi dice, secondo te ce la facciamo, capisco dove vuole andare a parare e gli dico certo che sì, dammi qualche mese di tempo, dammi un paio di persone e ce la facciamo, va bene, allora iniziamo a parlare di persone, prima quelle e poi altre perché funziona così, le persone sono come le ciliegie, inizi con una e attraverso i fili della ragnatela, hai presente i sei gradi di separazione no?, finisce poi che le tocchi tutte, pure quelle che non vorresti, quelle che immagini e tanto ti basta, non vuoi sapere tutto anche se l’informazione è potere, le tocchi tutte e alla fine della giornata, un secondo dopo aver spento la televisione, quando per vizio rimetti insieme i pezzi delle diciotto ore precedenti non fai altro che realizzare quello che dovresti aver imparato tanto tempo fa, che della gente si dovrebbe sapere il meno possibile, proprio lo stretto indispensabile, nome cognome professione e/o indirizzo e morta lì, le persone dovrebbero essere bolle di sapone, che vanno nella stessa direzione ma restando a distanza, poi lo vedi che quando si toccano si rompono, allora tanto vale.

    04/07/2012

    Imperdonabile

    Filed under: — JE6 @ 08:25

    Mia nonna diceva che solo chi non fa non sbaglia. Lo dicono tutte le nonne, credo. Non c’era indulgenza in quella frase: solo il semplice, necessario farsi una ragione del non essere perfetti – lei, io, tu, chiunque. No, non c’era indulgenza, mia nonna aveva passato una vita abbastanza difficile da togliergliela quasi del tutto. Buonsenso, empatia, compassione, anche se lei non avrebbe mai usato parole del genere, perché possedeva il vocabolario limitato di una donna analfabeta cresciuta nella Sardegna nuragica del primo Novecento. Io sono abbastanza convinto che mia nonna non avrebbe mai, mai pensato che l’errore di un impiegato di una scuola al quale salta il nome di un ragazzo nella compilazione dell’elenco dei promossi fosse imperdonabile perché avrebbe trovato quel giudizio sbagliato, perché avrebbe pensato – anche se con le sole cinquanta o cento parole del suo vocabolario limitato – che un’azione non devi considerarla solo alla luce di quanto produce come conseguenza, ma devi cercare di giudicarla in sé. Io credo che mia nonna avrebbe pensato questo, e io – il nipote laureato che legge e viaggia e ha una cultura – sarei stato d’accordo con lei.

    01/07/2012

    Niente

    Filed under: — JE6 @ 17:23

    Ora, io ho trentatré anni, e sento di aver già vissuto tanto e che ogni giorno passa sempre più velocemente. Ogni giorno sono costretto a compiere una serie di scelte su cosa è bene o importante o divertente, e poi devo convivere con l’esclusione di tutte le altre possibilità che quelle scelte mi precludono. E comincio a capire che verrà un momento in cui le mie scelte si restringeranno e quindi le preclusioni si moltiplicheranno in maniera esponenziale finché arriverò a un qualche punto di qualche ramo di tutta la sontuosa complessità ramificata della vita in cui mi ritroverò rinchiuso e quasi incollato su di un unico sentiero e il tempo mi lancerà a tutta velocità attraverso vari stadi di immobilismo e atrofia e decadenza finché non sprofonderò per tre volte, tante battaglie per niente, trascinato dal tempo. È terribile. Ma dal momento che saranno proprio le mie scelte a immobilizzarmi, sembra inevitabile, se voglio diventare maturo, fare delle scelte, avere rimpianti per le scelte non fatte e cercare di convivere con essi. Non così sulla lussuosa e immacolata m.n. Nadir. Nella crociera extralusso 7NC, io pago per ottenere il privilegio di consegnare nelle mani di esperti professionisti non soltanto la responsabilità della mia esperienza ma anche dell’interpretazione di questa esperienza: per esempio il mio piacere. Il mio piacere verrà efficacemente e saggiamente gestito per sette notti e sei giorni e mezzo, proprio come mi è stato promesso nella pubblicità della crociera. Anzi, come qualcosa che, in qualche modo, era già un fatto compiuto nel momento in cui leggevo la pubblicità, con il suo imperativo di seconda persona plurale, che rende il tutto non una promessa ma una vera e propria profezia. A bordo della Nadir, così come annuncia pomposamente la brochure a pagina 23, farò (caratteri in oro): «…qualcosa che non fate da molto, moltissimo tempo: Assolutamente Niente». Quanto tempo è che non fate Assolutamente Niente? Per quanto riguarda me, lo so con precisione. So con precisione quanto tempo è passato dall’ultima volta che ogni mio bisogno è stato esaudito senza possibilità di scelta da qualche forza esterna, senza che dovessi farne richiesta o addirittura ammettere di avere alcun bisogno. E anche quella volta galleggiavo nell’acqua, in un liquido salato, e caldo, ma poi nemmeno troppo – e se per caso ero cosciente, sono sicuro che non avevo paura e che mi stavo divertendo un sacco e che avrei spedito cartoline dicendo a chiunque «vorrei che fossi qui». [David Foster Wallace, “Una cosa divertente che non farò mai più”]

    Stavo lì sul divano, che è il posto dove sarei stato anche se non mi ritrovassi sconciato dal mal di schiena perché fuori ci sono millemila gradi, e che è il posto dove avrei comunque avuto bisogno di stare perché semplicemente sono stanco e comincio a capire il concetto di letargo come recupero e accumulo di energie, e leggevo questa parolina – niente – che mi sembrava seducente e pericolosa al tempo stesso perché non so a voi ma a me il non fare nulla, completamente nulla mi mette a disagio, ma come nulla, perché butti via il tuo tempo che di vita ne hai una sola, ti pare che la si possa passare a dormire, oppure a guardare bovinamente la televisione, fatti una doccia, vestiti, esci, fai qualcosa. In un altro pezzo del libro DFW raccoglie le mille giustificazioni che i passeggeri della nave da crociera sulla quale è imbarcato adducono per spiegare perché si trovano lì, in un posto nel quale la brochure con i caratteri in oro promette loro che non faranno niente, assolutamente niente, e non c’è uno che non tiri in ballo, proprio come ho fatto io con il mal di schiena e il caldo e la stanchezza e le cavallette, un motivo serissimo e gravissimo che giustifichi il perfetto fare niente (e poco importa che una settimana dopo tutti saranno infinitamente più stanchi perché il niente organizzato è semplicemente una successione infinita di cose da fare sollecitate da animatori prezzolati); e insomma allora ho spento il Kindle, e per un breve minuto, quello che mi separava dalla ripresa dei sensi di colpa, ho desiderato credere nella reincarnazione, quella che in una prossima vita mi avrebbe trasformato in un plantigrado, che fino a quando non ha fame se ne sta felicemente sdraiato sulle zampe a guardare il cielo, e quando arriva il momento giusto se ne va in una caverna a dormire, senza fare niente per sei mesi, con l’anima candida e lo stomaco che gli dice va bene, adesso è l’ora di alzarsi, ma se i crampi non sono forti puoi stare ancora lì, tranquillo, beato.

    Ha da passa’ ‘a nuttata

    Filed under: — JE6 @ 09:44

    E ora tutto quello che rimane da fare è dribblare le figure retoriche, le articolesse, gli editoriali, i paragoni arditi, tutto quello che rimane da fare è arrivare a domani mattina.