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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    09/02/2007

    Pozdrowienia z Warszawy – 5. Passa la bellezza

    Filed under: — JE6 @ 00:31

    Entro in Stare Miasto, e mi fermo a guardare il vecchio Palazzo Reale. Che, a ben vedere, non sembra poi così vecchio. Leggendo uno dei pochi cartelli disponibili con la traduzione in inglese, scopro infatti che è stato praticamente raso al suolo durante l’occupazione nazista, e ricostruito tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta grazie – così si dice – alla mobilitazione degli intellettuali polacchi e ai fondi interamente raccolti tra gli indigeni e gli emigrati all’estero. Penso che, proprio come a Bucarest l’anno scorso, non ho trovato nulla (con l’unica eccezione di un cippo intraducibile, nella quale si parlava di kommunist e Chicago) che riportasse alla memoria i cinquanta e passa anni di governo comunista, mentre in quasi ogni via si trovano targhe che parlano del 1944, e di hitlerowcy rozstrzelaly 30 (40, 50) polakow. Quasi di fronte alla Biblioteca Nazionale, e a fianco di una pazzesca struttura che potrebbe essere quella del ministero della giustizia (coperta di simboli giuridici come la bilancia, e di frasi latine tradotte in polacco che ricordano quanto sia buono e giusto rispettare la legge) si trova un gruppo di statue che raffigurano i soldati polacchi della seconda guerra mondiale: chi con un fucile, chi con una bomba a mano, chi con una granata, a difesa di una terra spazzata prima da ovest verso est, e poi dalla risacca dell’Armata Rossa. E’ come se il baricentro della storia di questo paese, almeno di quello intellegibile da uno straniero come me, fosse proprio dato da quei sei anni tra il 1939 e il 1945, è come se i polacchi volessero fissare – sui muri, nelle piazze – in modo indelebile e indistruttibile il ricordo che dice “ecco, guardate cosa ci hanno fatto”. Del comunismo, però, io non trovo traccia, il che mi pare stupefacente. Ma mi viene in mente quello che mi diceva questa mattina una giovane donna con la quale avevo da poco finito di parlare di giornali e di database e di servizi postali: i nazisti sono arrivati e hanno distrutto tutto, i comunisti hanno ricostruito ma non gliene importava nulla, non gli interessava la bellezza – they were not interested in beauty. Non so, forse l’eredità della falce e del martello è proprio il grigiore di cui scrivevo prima, l’anonima tristezza di palazzi insignificanti, di architetture senza fantasia e senza passione: te la puoi prendere e puoi continuare, sessant’anni dopo, a prendertela con gli unni che vennero da Berlino, ma fai fatica a odiare chi era così burocraticamente vuoto da non riuscire a lasciare traccia di sè – in fondo, anche noi sbeffeggiamo i presuntuosi costruttori dell’Altare della Patria, ma non riusciamo a provare sentimenti nei confronti degli equivalenti capitalistici degli apparatcnik che hanno sconciato le nostre città.

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