< City Lights. Kerouac Street, San Francisco.
Siediti e leggi un libro

     

Home
Dichiarazione d'intenti
La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

Talk to me: e-mail

  • Blogroll

  • Download


    "Greetings from"

    NEW!
    Scarica "My Own Private Milano"


    "On The Blog"

    "5 birilli"

    "Post sotto l'albero 2003"

    "Post sotto l'albero 2004"

    "Post sotto l'albero 2005"

    "Post sotto l'albero 2006"

    "Post sotto l'albero 2007"

    "Post sotto l'albero 2008"

    "Post sotto l'albero 2009"

    "Post sotto l'albero 2010"


    scarica Acrobat Reader

    NEW: versioni ebook e mobile!
    Scarica "Post sotto l'albero 2009 versione epub"

    Scarica "Post sotto l'albero 2009 versione mobi"

    Scarica "Post sotto l'albero 2010 versione epub"

    Scarica "Post sotto l'albero 2010 versione mobi"

    Un po' di Copyright Creative Commons License
    Scritti sotto tutela dalla Creative Commons License.

  • Archives:
  • Ultimi Post

  • “Al Corvetto”
  • Dare casa alle cose
  • Il criterio mancante
  • La vita degli altri
  • Grandi Progetti
  • Cinquanta
  • Beau geste
  • Running, standing still
  • Quello che te ne resta
  • Call the call a call
  • September 2004
    M T W T F S S
     12345
    6789101112
    13141516171819
    20212223242526
    27282930  

     

    Powered by

  • Meta:
  • concept by
    luca-vs-webdesign (contact)
     

     

    23/09/2004

    Run, rabbit, run

    Filed under: — JE6 @ 09:39

    Esiste una scuola di pensiero secondo la quale, prescindendo dai crimini dei quali una persona è stata giudicata responsabile, la persona in questione non andrebbe perseguita se, al momento opportuno, è riuscita ad emigrare e rifugiarsi in un paese straniero dove poi, per merito o fortuna, ha condotto una vita diversa, fatta di lavoro, figli, spesa al supermercato. In altre parole, la velocità della fuga varrebbe più della legge, e dovrebbe consentire di non essere perseguitato da vendette inutili.
    Wittgenstein

    22 Responses to “Run, rabbit, run”

    1. Effe Says:

      e lei, a quale scuola di pensiero appartiene?

    2. Squonk Says:

      Non a quella descritta nel post.

    3. vanz Says:

      Spero che per la maggior parte degli appartenenti a questa scuola di pensiero, la questione non si ponga in termini così perentori 🙂

      Nel senso che nel dibattito entrano altri fattori, non solo il trascorrere del tempo (che comunque ha il suo peso), ma per esempio il fatto che si parla di anni nei quali in Italia c’era un tentativo di guerra civile purtroppo alimentato da più parti.

      Fermi restando i reati delle BR e la loro condanna morale e – ciò che più conta oggi – politica, molti ritengono che di questa situazione di tensione e conflitto avesse delle responsabilità dirette e indirette anche lo Stato, e che quindi sia opportuno chiudere un periodo storico che fa molto poco onore all’Italia.
      Non con un’assoluzione indiscriminata, ma con un’amnistia riguardo ad alcuni reati avvenuti in un contesto storico e sociale fortunatamente diversissimo da quello di oggi, ma del quale non portano le responsabilità solo gli ex brigatisti.

      E’ anche questa, credo, la ragione per cui la Francia dà asilo politico a un certo numero di ex-BR: alcuni processi e condanne di quegli anni sono giuridicamente così discutibili da ritenerli non validi. Anche se non avessi un’opinione al riguardo, tenderei a fidarmi più della Francia che dello Stato italiano, se non altro per una questione di buon senso: può uno Stato giudicare sé stesso? La storia italiana – soprattutto di quegli anni – sembra dimostrare di no.

      Qualcuno ritiene che alla fine è finita a pagare davanti alla legge una sola parte, e che questo non è il modo più sereno e pacificante di fare giustizia. Tanto più che le persone che li hanno compiuti sono ora molto diverse da allora, li rinnegano e non rischiano di commetterli nuovamente il che in fondo sarebbe l’obiettivo finale della detenzione.

      Scusa, m’è scappato il pippone 🙂

    4. b.georg Says:

      o dell’inutilità delle discussioni

    5. Squonk Says:

      BG, non te la prendere.
      Vorrei spiegarmi, seppure con gli ovvii limiti di spazio.
      In primo luogo, sono convinto che il giudizio politico possa e debba avere il primato rispetto a quello giuridico. E’ un diritto/dovere della politica, ed è una strada che una società democratica deve sempre tenersi aperta e disponibile.
      Epperò, mi si consenta di ricordare che, almeno nel caso citato (come in diversi altri, Battisti docet), si parla di reati di sangue: omicidi, in altre parole. Non “semplici” partecipazioni ad attività insurrezionali. Omicidi. E insomma, che uno faccia secco un altro, e riesca a scamparla solo perchè è stato abbastanza veloce da scappare oltrefrontiera, a me continua a sembrare uno sfregio a quel concetto di giustizia che ho dentro di me e che mi pare faccia, in qualche modo, parte del cosiddetto comune sentire.
      Secondo punto: c’è stata una guerra civile in Italia, durante gli anni Settanta e Ottanta? Come ho già scritto in privato a BG, io ho un altro concetto della guerra civile: “non so darti una definizione, però penso alla Spagna del ’36, all’Irlanda dei’70, a hutu e tutsi. Situazioni nelle quali un paese si divide in due; e quando dico “un paese”, penso alla gente in carne e ossa, ai vicini di casa, a padri e figli. Può essere che mi sbagli, ma non è proprio quello che è successo in Italia”.
      Insomma, per chiudere (almeno questo commento): io, nonostante possa avere almeno un paio di seri motivi a favore, non ho nessuna fregola giustizialista. Nessuna. Vogliamo provare a metterci una pietra sopra, senza però dimenticare ciò che è successo? Io ci sto. Ma c’è un sacco di gente che non ha pagato nulla, nemmeno il più piccolo prezzo, per quello che ha fatto. E a me, scusate, questo non sembra giusto.

    6. sphera Says:

      Non so, a me sembra che “guardando da vicino”, come ho già detto, nessuno è colpevole e nessuno è proprio cattivo. Resta il fatto che, tra sottili distinguo, tra attenuanti generiche o specifiche, tra calcoli di tempi, prescrizioni e leggi fatte ad hoc la Giustizia Non È Più Uguale Per Nessuno.

    7. Gilgamesh Says:

      La giustizia è un valore umano. Direi un antropomorfismo. Piove sui giusti e sugli iniqui? In realtà anche i diritti su cui si fonda l’idea di giustizia sono una convenzione umana: dov’è l’inalienabile diritto alla vita di un naufrago in procinto di annegare? O il diritto non dico all’uguaglianza, ma almeno alla dignità di un meninho de rua o degli orfani randagi che in Kenya chiamano “choroba” (spazzatura)?

      Viviamo in un universo che è insieme meraviglioso e terribile, talmente vasto che il frastuono dell’umanità risuona appena, pieno di consapevolezza e allo stesso tempo di muta indifferenza.

      Anche l’umanissimo concetto che si debba pagare o ricevere mercede per le conseguenze delle proprie azioni resta spesso in apparenza inapplicato; però, però.. le azioni hanno conseguenze, e spesso la loro portata va al di là dei nostri occhi e perfino della nostra imamginazione.

      È giusto pensare che una persona che si è rifatta una vita, fuggendo da una condanna e guadagnandosi in vent’anni credibilità e rispetto, sia in sostanza un’altra persona rispetto al condannato?

      Non so dirlo, non più di quanto sappia dire se è giusto che un uomo anneghi e un altro invece si salvi, o se è giusto che un bambino nasca a Bergen e un altro invece a Soweto.

    8. Effe Says:

      Il giusto e l’ingiusto
      e noi qui nel mezzo

    9. Luca Says:

      Immagino che non ti riferissi a me, nel qual caso avresti scritto una stupidaggine. La mia scuola di pensiero, inequivocabile e in cui non si è mai fatta menzione della fuga, è che debba valere il bene delle persone, siano singole o comunità: e che sulla carcerazione inutile di una persona che non può nuocere a nessuno, sulla distruzione della sua vita tramite una cosa disumana e dissennata come la galera, sul dolore e la rovina della sua famiglia, debba valere un qualche bene per qualcuno (che questo bene sia la ritorsione, mi pare un desiderio umano ma non istituzionalizzabile per legge: gli stati non sono umani, grazie al cielo). In assenza di questo, il volerla in galera è solo cieco e prepotente assolutismo regolamentatorio che prescinde ed è ormai distaccato dal senso per cui le regole vennero scritte. Regole fini a se stesse e alla propria affermazione. L.

    10. Squonk Says:

      Io mi rendo conto che la galera può essere vista come una materializzazione della legge del taglione. In parte lo è, ma mi rifiuto di considerarla solamente come tale.
      Ma mi chiedo, Luca, se sei davvero convinto che “volerla in galera è solo cieco e prepotente assolutismo regolamentatorio che prescinde ed è ormai distaccato dal senso per cui le regole vennero scritte”? Il senso di quelle regole era e continua a rimanere lo stesso: banalmente, provare a difendere la società, anche attraverso lo strumento della carcerazione (non sarò io a sostenere che il carcere rieduca, e non so nemmeno se dovrebbe farlo).
      Mi ribadirai che la persona in oggetto, oggi, forse, non può fare del male a nessuno. E sia, non la conosco, non ho motivo di dubitarne. Ma il punto non è questo. Il punto è che, grazie alla legislazione assai discutibile di un paese confinante, questa persona – e molte altre come lei – è riuscita a rendersi irresponsabile per quello che ha fatto. Adesso viene facile dire “ma insomma, sono passati vent’anni, ha una famiglia, perchè aggiungere dolore a dolore”. Perchè? Solo per ricordare e ricordarsi che siamo tutti responsabili di quello che abbiamo fatto, che facciamo e che faremo: se tra le conseguenze socialmente accettate di alcune nostre possibili azioni c’è il carcere, beh, che carcere sia. Anche se sono passati vent’anni.

    11. palmasco Says:

      Le opinioni personali vanno e vengono – si potrebbe riconoscere che su questo blog, su questo tema, vanno e vengono piuttosto bene.

      Le leggi di stato invece si scrivono attraverso dinamiche molto più complesse e sorvegliate di quelle individuali, e rappresentano sia il pensiero di uno stato, che la procedura collettiva necessaria a raggiungerlo.
      In questo senso la Francia, con le sue leggi che hanno consentito agli ex-terroristi di tornare a fare parte della comunità, ha formulato un pensiero, una posizione, una politica.
      Il suo è un punto di vista che secondo me in quanto legge di stato andrebbe considerato come un pensiero forte (che sia stato anche sofferto, quindi ancora più importante come punto di vista, lo dimostrano le recenti vicende legate a Battisti).
      Questo per dire che la posizione francese sui terroristi stranieri non è facile né banale: andrebbe accettata con rispetto, non liquidata come discutibile, in senso negativo, soprattutto per la prospettiva storica che esprime.

      Di fatto, per venire a noi, è una legge – dunque un pensiero – che contesta l’idea, che appartiene allo stato italiano, che i crimini dei terroristi siano responsabilità individuali.
      In privato se ne può discutere, come infatti qui succede, ma le due leggi di stato esprimono due pensieri contrapposti e la prassi conseguente – mi sembra quantomeno comprensibile che gli ex-terroristi facciano proprio il pensiero francese e non quello italiano.

      La mia opinione è che lo stato italiano sarebbe molto più autorevole nelle sue condanne e rivendicazioni, se fosse capace di accertare e scrivere la verità di quegli anni, impresa che finora non solo non gli è riuscita, ma che non sembra neppure perseguire con serietà.
      Perché dovrebbero dargli ascolto?
      Come può pensare di avere l’autorità morale necessaria a convincere gli ex-terroristi di una pena che loro ovviamente non considerano più adeguata al periodo storico in cui viviamo?

    12. Squonk Says:

      Palmasco, io penso che le responsabilità sono individuali. Chi ha obbligato Curcio e Franceschini (per citare i primi due nomi che mi vengono in mente) a fare quello che hanno fatto? Sono state libere scelte di uomini liberi. Il contesto sociale spiega, ma non giustifica.
      Vogliamo discutere seriamente di un “perdono di Stato”? Facciamolo. Io, nel mio piccolo, ci sto. Ma, lo ripeto, che si possa uccidere una persona, essere condannati per questo, e farla comunque franca perchè si è stati abbastanza fortunati da passare la frontiera e trovare un paese che per motivi tra i più vari (tra i quali, io credo, una notevole dose di paraculismo) decide di fare un’eccezione al trattamento penale di certe azioni, beh, questo continua a sembrarmi uno scempio della mia idea di giustizia.

    13. b.georg Says:

      due appunti, sull’ordine del discorso.
      1) Non si può riconoscere che “la politica ha un primato” e poi dire che, tuttavia, applicare soluzioni politiche a chi abbia commesso reati gravi è uno sfregio alla giustizia. Dato che non c’è altri cui applicarle (e dato che dopo 30 anni il reato di esproprio di panini e bibite dovrebbe essere caduto in prescrizione), il discorso non è logico.
      2) Non si può ammettere che scopo del carcere è proteggere la società (e, conseguenza logica anche se non espressa, chi non rappresenta più un pericolo, a distanza di anni e in assenza di qualsiasi reiterazione, non è sensato vada in galera, soprattutto se può contribuire in modo migliore al benessere della società stando fuori, e magari già lo sta facendo), e subito dopo dire invece che lo scopo del carcere è punire le responsabilità, e quindi ciccia. Il discorso non è logico.
      Il principio di responsabilità è un principio giuridico liberale di garanzia di applicazione non discriminatoria della pena: devo punire te, non i tuoi amici o quelli che la pensano come te o quelli che ti stanno intorno. Ma non può essere confuso con il principio, di certo non liberale, che ne fa lo scopo dell’applicazione della pena. Significa transitare senza nemmeno saperlo da una visione liberale a una teocratica della giustizia, da un principio di contenimento e difesa dal rischio a uno di punizione ed espiazione morale (hai fatto, sei responsabile, devi espiare).
      Credo sia quello che Luca indicava come differenza tra le spirito delle istituzioni e sentimenti umani (“gli stati non sono umani, grazie al cielo”). Il contrario, come si sa, è lo stato etico (servono esempi?). Naturalmente ognuno è libero di pensare quello che vuole. Basta esser chiari. Non si può palleggiarsi tra liberalismo laico e conservatorismo assoluto a seconda di come volga la discussione.
      Come del resto sarebbe corretto non ridicolizzare le posizioni altrui con paragoni insensati (tipo “chi fugge prima vince”). Ci si dispone ad analogo trattamento.

    14. Squonk Says:

      Per punti:
      1. io non dico che la soluzione politica è uno sfregio alla giustizia. Anzi. Constato però che la soluzione (buona o cattiva) è stata presa da un altro paese; il nostro, per molti motivi, non l’ha presa, il che, se vogliamo, è un altro modo di prenderla. In assenza di una soluzione altenativa all’attuale stato di cose, esistono norme e leggi tuttora valide, e a quelle è giusto rifarsi. Si vogliono cambiare le norme in nome di un bene comune? Perfetto; ma fino a quel momento…
      2. Concordo sulla contraddizione che mi fai notare. A parziale difesa (ma solo parziale) ricordo che una delle logiche che sta dietro all’idea stessa di carcere è “colpirne uno per educarne cento”. Argomentazione debole? Sì, abbastanza, ma non del tutto. Per il resto, io credo che “contenimento e difesa dal rischio” e “punizione” (mentre non ho mai parlato, mi pare, di “espiazione morale”: anzi, ho scritto che non credo alla capacità rieducativa del carcere) siano due facce della stessa medaglia. Ho una visione teocratica della giustizia? Non ho gli strumenti culturali per dirlo. Forse sì, e non me ne vergogno più di tanto.
      3. “Gli stati non sono umani, grazie al cielo”. Sottoscrivo. Infatti, secondo me, non c’è nulla di più sbagliato che scaricare sulle spalle delle famiglie (degli uccisi e degli uccisori) responsabilità che non possono e non devono avere. Ma che uno stato laico non possa e debba essere etico, beh, questo mi pare davvero fantastico.
      4. Paragoni insensati? Io le chiamo constatazioni, e non c’era nessuna ironia. Queste persone hanno avuto un’occasione, e l’hanno sfruttata.

    15. b.georg Says:

      “stato etico” è una formula con cui si intende che lo stato possa formulare leggi che riguardino l’etica individuale

    16. b.georg Says:

      punizione e contenimento del rischio non sono due facce della stessa medaglia. punizione ed espiazione morale sì. la logica non necessita di strumenti culturali di nessun tipo.

    17. monty Says:

      Credo, così per farla breve, così facile facile, che il sistema giudiziario in Italia,e l’archetipo stesso di giustizia su cui questo è fondato, non contempli ciò che qui viene definito come “punizione”.E Grazie a Dio.
      Che il giustizialismo feroce che appartiene al senso comune, a certo senso comune, sia conseguenza di una visione semplicistica della giustizia legata al binomio colpa-pena.
      E’ che sia invece centrale la questione dell’ “espiazione morale”, alla quale, nei nostri ordinamenti, ci si riferisce in termini però pragmatici, con quella ” possibilità di reinserimento dell’individuo in società”, che è insieme causa e fine della detenzione.
      Soltanto che, ed è ovvio,questa non sempre passa per il carcere.
      Ed allora che facciamo? Questo è il punto. Sbattiamo in cella un espiato per il gusto forcaiolo di punirlo?

    18. Squonk Says:

      Georg, non pretendo di convincerti: punizione e contenimento del rischio sono tra loro complementari; è un concetto che conosce chiunque ha oppure abbia avuto a che fare con l’educazione di qualcuno.
      Monty: d’accordo, non sbattiamolo in cella. Ma in base a cosa definiamo quella persona come una che ha espiato? Perchè, se ha espiato, son d’accordo, mica c’è bisogno delle sbarre e dell’ora d’aria.

      PS – Rileggendomi in questo e nei commenti precedenti, mi sembro oltremodo ostinato e restio a comprendere le ragioni altrui. Giuro, non è così: mi piacerebbe dare dimostrazione di essere capace di cambiare idea; è che, per il momento, non ho ancora avuto abbastanza buoni motivi per farlo.

    19. monty Says:

      Il riconoscimento di un’avvenuta “espiazione” può essere motivata da elementi di ordine storico, oltre che ovviamente, personale.
      Se il riferimento, che qui mi pare si ponga, è alle condanne di terrorismo, mi sembra chiaro che una scarcerazione, in questo caso, sarebbe legata alla possibile archiviazione di una pagina recente della storia italiana degli ultimi anni.
      La colpa da emendare sarebbe dunque impossibile anacronismo, il reo da assolvere, temporalmente ed essenzialmente lontano dalle condizioni contestuali di quella macchia.
      Ma l’espiazione, l’avvenuto reinserimento in collettività, nei casi ai quali si fa riferimento, avviene, è avvenuta, “di fatto”, in seno alla società civile, all’opinione pubblica, evidentemente prima dell’assoluzione giudiziaria.
      Ci sono ancora reali dubbi sulla possibilità di considerare reintegrato un intellettuale che scrive sui maggiori quotidiani nazionali, sui quali la magistratura debba ancora fugare dubbi in merito alla sua pericolosità, prima di legittimarne la libertà?

    20. monty Says:

      Correggo il periodo un po contorto 🙂
      “…Ci sono ancora reali dubbi sulla possibilità di considerare reintegrato un intellettuale che scrive sui maggiori quotidiani nazionali, sui quali la magistratura debba ancora riflettere, specie in merito alla sua pericolosità, prima di legittimarne la libertà?”

    21. b.georg Says:

      Sergio, temo che il paragone che tu fai con l’educazione (lo stato-padre con i cittadini-figli) sia proprio ciò che normalmente si intende con “stato etico” (che non vuol dire “stato eticamente corretto”, vuol dire Iran). Nemmeno io pretendo di convincerti, anche se ritengo che, pur imperfetto e largamente ingiusto, il liberalismo politico sia al momento meglio delle alternative. Poi, de gustibus.

      Monty, se “espiazione morale” è inteso in quel senso pragmatico che spieghi, è evidente che il concetto è svuotato del suo originario senso etico-religioso che lo accosta a “punizione”, e va invece nella direzione del “ripristino del legame sociale”, che entrambi riteniamo fine della detenzione. E che è la sola base del suo possibile superamento.

    22. Squonk Says:

      Giorgio, credo che tu abbia ragione, mi fai notare una contraddizione nel mio ragionamento dalla quale non riesco ad uscire. Io credo che, nel rapporto stato-cittadini, esista anche un aspetto che ricorda quello padre-figlio: l’educazione passa anche attraverso forme di punizione. Non ne sono scandalizzato, purchè questo aspetto venga limitato, mantenuto entro limiti accettabili (quali, beh: non lo so, lo ammetto).

    Leave a Reply