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12/11/2007
Immaginiamo per un momento che il povero Gabriele Sandri, dee-jay e tifoso della Lazio, si fosse messo in macchina – domenica mattina – non per andare San Siro ad assistere a Inter-Lazio, ma per andare al Forum di Assago, o al Rolling Stone di Milano, a vedere un concerto, poniamo dei Linkin Park. E immaginiamo che a un autogrill vicino ad Arezzo i fans dei Linkin avessero incrociato un’auto di fans, poniamo, dei 30 Second to Mars, un gruppo rock rivale dei Linkin (premiato, a scapito dei Linkin, agli ultimi Mtv Awards). Immaginiamo che tra i due gruppi fosse scoppiata una scaramuccia, poi degenerata in rissa; e immaginiamo che l’agente di una volante, assistendo da lontano alla colluttazione, fosse impazzito, avesse estratto la pistola, sparato due colpi e colpito a morte – com’è davvero, incredibilmente successo – il povero Gabriele Sandri. A quel punto, attorno a mezzogiorno, la notizia dell’accaduto incomincia a diffondersi; e tutti i giovani e gli appassionati di musica che si sono messi in strada per andare ai concerti in programma quel pomeriggio, e poi la sera, vengono a conoscenza dell’accaduto. Immaginiamo tutto questo e chiediamoci: con la musica al posto del calcio e il concerto al posto della partita, cosa sarebbe successo? Avremmo assistito alle scene da guerra che sono scorse davanti ai nostri occhi nella disgraziata e tragica domenica 11 novembre oppure no?
Paolo Ziliani
Io non credo che la scienza debba essere seriosa, ma penso che non si dovrebbe far sbertucciare, perchè la credibilità conta, e non poco. Così, io me li vedo questi ricercatori della University of Pittsburgh and California destreggiarsi tra Omega 3 e Omega 6, e farsi quattro risate al bar del campus mentre categorizzano le donne come “clessidre” o “pere” – e mi chiedo “ma lavorare, no?”.
Repubblica.it
11/11/2007
Se non si fosse capito, nutrendo pochissima fiducia nella gggente nutro ancor meno fiducia verso quasi tutto ciò che viene etichettato come web 2.0 (termine nei confronti del quale comincio a provare la stessa avversione che provo nei confronti degli emoticon).
Io credo che Walter Veltroni abbia commesso un enorme errore nel non dimettersi da sindaco di Roma, una volta eletto a segretario del Partito Democratico. Perchè il cumulo delle cariche comporta onori, ma anche oneri: tra i quali la confusione – a volte involontaria, più spesso furbescamente cercata – dei ruoli e delle responsabilità. Se è giusto chiedere al leader politico di far sapere come pensa di sviluppare l’economia perchè questa sia in grado di creare e dare lavoro a chiunque viva in Italia, ivi inclusi gli immigrati extracomunitari e non, mi pare invece una cialtronata sostenere che il sindaco di Roma (o quello di Milano, o quello di Valenza Po, o quello di Vibo Valentia) deve “impegnarsi a trovare quanto prima un lavoro e una casa e una scuola per tutti i disgraziati abitanti della baraccopoli”, come sostiene Fabrizio Rondolino su La Stampa nella sua elegante ricicciatura di belle idee e buoni propositi, tutti abbastanza vaghi da non essere quasi contestabili. Da quando un sindaco deve trovare un lavoro a chicchessia? E come può farlo, se non mettendo mano agli organici dell’amministrazione comunale? Veltroni è pieno di difetti, e non sarò io a negarli o nasconderli: ma quelli che ha dovrebbero essere sufficienti ai suoi critici, senza che questi se ne inventino di nuovi.
La Stampa (via Brodo Primordiale)
10/11/2007
[Questo post è una lunga difesa corporativa. Posso? Sì, dai. Grazie.]
Qualcuno di voi sa che di lavoro faccio il marketer. Per la precisione, il direct marketer.
Nel personalissimo tabellino di molta gente di mia conoscenza, la mia professione non gode di grande stima. Siamo quelli della persuasione occulta, siamo quelli che cercano di farti comprare cose di cui non hai bisogno, siamo quelli che amano ridurre la complessità del mondo alle categorie della Sinottica Eurisko, quelli che mettono una parola di inglese ogni due pronunciate (ed in genere sono parole come brainstorming, cross-selling, upgrade, brunch), quelli che se ne fottono della privacy.
Quelli del marketing, in tante aziende, è un insulto sanguinoso, lo dico per esperienza. E voi lo sapete, chissà quante volte lo avete detto, scuotendo la testa.
Ma non siamo così cattivi, sapete?
La persuasione occulta, se mai è esistita, è cosa di cinquant’anni fa. Sì, certo, facciamo ancora largo uso delle emozioni per farvi prendere una decisione, ma non lo fate per caso anche voi, così spesso da non rendervene neanche conto? Provate a rimorchiare una ragazza dicendole sai che hai un gran paio di tette? se me le fai usare come cuffie, giuro che non te ne pentirai; quante probabilità di successo avete? Hm. Buttatela sul bello e maledetto (se potete), o sullo sfigato ma tenero (più probabile, vero?). Le probabilità sono aumentate, vero? Ecco. Avete usato le sue emozioni, bastardi.
E poi, la complessità del mondo. Certo, amici, lo so anch’io che ognuno di noi è storia a sè. Ma dite, non usate anche voi categorie di pensiero e di classificazione? Sapete, cose del tipo le donne son tutte puttane ad eccezione della mamma e della sorella, oppure gli americani? quegli zoticoni incolti e guerrafondai?, vicentini magnagati, o, chessò, noi siamo antropologicamente diversi. Perchè, vedete: da un lato il mondo è troppo complesso, e le categorie, gli schemi ci aiutano a sopravvivere credendo di capirlo; e dall’altro, scava e scava, ti rendi conto che in fondo, sì, è vero che con certe persone hai più cose in comune che con altre, e scava e scava, la Sinottica Eurisko disegna il mondo con l’accetta, ma l’immagine che ne risulta non è molto lontana dal vero.
E le parole che usiamo. Ossignur. No, dite, voi non avete un vostro gergo, uno slang che accomuna voi e quelli come voi, che usate in un certo ambiente? Massì che ce l’avete. Ognuno di noi ce l’ha. Ce n’è uno per la caserma ed uno per la scuola, uno per i fidanzatini di Peynet ed uno per gli sposi attempati, uno per le compagnie di Quarto Oggiaro ed uno per gli oratori, uno per i venditori ed uno per i filosofi. Ora, noi per lavoro facciamo quello che voi fate per vivere: parliamo con la gggente. E siccome abbiamo come missione quella di farci capire, se entriamo al Bar Mario useremo quelle due parole di milanese che ci ha insegnato il suocero, ordineremo rumorosamente una birra, la berremo, rutteremo e ne ordineremo un’altra, ed intorteremo il cliente facendolo parlare di gnocca e calcio. Ma, da bravi camaleonti, quando verremo invitati (senza un valido motivo, certo) ad unirci ad un consesso di scienziati, scaveremo nella memoria, recupereremo un paio di puntate di Quark, e saremo capaci di usare quelle quattro parole che abbiamo imparato (non da Piero Angela: da Paco Lanciano, che è un fisico alla Stephen Hawking, mica cotica. A proposito, abbiamo anche letto la quarta di copertina e l’introduzione del libro di Hawking, quello sui buchi neri. Poi siam tornati a Blek Macigno).
E va bene, mi sono spiegato? Nella nostra vita facciamo marketing mille volte al giorno, per mille motivi diversi, alcuni nobili, altri meno: di questo, lamentatevi con Nostro Signore, se la cosa non v’aggrada.
Per quanto mi riguarda, è un lavoro che mi piace da matti. Sono contento di quello che mi ritrovo scritto sul biglietto da visita. Perchè sapete cos’ha di bello il marketing? Sedetevi, forza.
Ha di bello che, per farlo bene, devi ascoltare, e guardare. Il mio lavoro lo fate voi: vi guardo, vi ascolto, vi leggo. A volte mi piacete, a volte no. Ma in generale, credetemi, è una bella cosa. Bella davvero, è proprio una gran fortuna.
Vi vedo che scuotete la testa. Non so che farci. O forse sì.
Ve la ricordate Jessica Rabbit? Io non sono cattiva, mi disegnano così. Ecco.
[First published: 13 gennaio 2004. Continuo a pensarla così, sarà che sono pigro]
09/11/2007
Stando a questo pezzo del Corriere, non meno di sei parlamentari italiani si sono sentiti in dovere di far conoscere urbi et orbi la loro indispensabile opinione su dieci righe di un’enciclopedia, e un imprecisato numero di organi di comunicazione si è sentita in dovere di darne notizia – quando si dice il fancazzismo imperante.
Corriere.it
David Weinberger, citato da [mini]marketing: Il marketing a un certo punto diventa guerra: marketing campaign, targeted marketing, saturation marketing, stategic marketing, marketing penetration. E’ una spiacevole situazione.
Sarà che sono un tipo abbastanza pacifico, ma non ho mai pensato al mio lavoro in questi termini, e ho avuto la fortuna di lavorare in aziende nelle quali le metafore guerresche o i proclami bellicosi non erano banditi: semplicemente, non facevano parte della cultura dell’azienda stessa.
L’idea del marketing come guerra mi pare una sciocchezza colossale, per un motivo piuttosto semplice: la competizione tra aziende non è un incontro di basket o una partita di tennis, o vince uno o vince l’altro, tertium non datur. Possono avere successo tutti, o comunque molti, e possono averlo in contemporanea; non necessariamente il buon risultato di A può essere ottenuto soltanto al prezzo del cattivo risultato di B, non necessariamente il concorrente è un nemico, non necessariamente ci dobbiamo considerare pedine di una specie di ridicolo Risiko.
Mi piacerebbe che questa idea fosse un po’ più diffusa; ma, non so come, ho l’impressione che faccia comodo (soprattutto a quelli che non fanno questo mestiere) evitare che questo accada.
[mini]marketing
08/11/2007
Gaspar chiude il suo account su Facebook perchè questo (Facebook, non l’account) apre alla pubblicità: per essere precisi, “Facebook ha cominciato a vendere la sua community alla pubblicità”.
Pur conoscendo bene, avendone discusso anche di persona più volte, la viscerale antipatia di Gaspar per tutto ciò che è marketing e pubblicità (lui dirà che non è così e farà mille distinguo: beh, non credetegli) io credo che il motivo della sua scelta sia essenzialmente un altro: Facebook non gli serve a nulla, o comunque a molto poco. Se avesse una vera utilità, il suo account sarebbe ancora vivo e vegeto seppure accompagnato da un buon numero di lamentazioni: la logica sarebbe quella del “servizio contro rottura di scatole”, equivalente a quella del “servizio contro denaro”. Ma se la situazione è “poca utilità contro rottura di scatole”, allora non ne vale più la pena: no?
Gaspar Torriero
[Pensierini sparsi dopo lo IAB Forum: una giornata in buona parte inutile, riscattata dall’incontro con il dottor [mini]marketing, quel che si dice una bella persona e un gran bel cervello]
Io, di tutta questa storia del 2.0 e del social comincio ad avere le scatole piene, se non altro per l’eccesso di ripetizione – il che significa, fin troppo spesso e del tutto ovviamente, ripetizione a sproposito. Si parla di “social” per qualsiasi cosa, si usa il termine come un mantra fino a raggiungere la pace dei sensi e l’autoconvincimento: il miglior modo per mandare in vacca anche quel po’ di buono c’è nel concetto.
Ho una certezza: la metà di chi sente parlare di 2.0 e di social e i tre quarti di chi ne parla è intimamente convinto di parlare di aria fritta. Però non è bello dirlo, quindi si predica bene e si razzola male, o meglio: si celebrano le magnifiche sorti e progressive, ma siccome il lunario va pur sbarcato si propongono le stesse forme di comunicazione commerciale di uno-due-tre-quattro-etc anni fa: perchè ai bambini devi dar da mangiare, altrimenti non crescono e allora addio magnifiche sorti e progressive.
I mercati sono conversazioni: e infatti si sentono anche un bel po’ di fesserie.
Più chiaramente, io non credo che le conversazioni abbiano un valore in sè, per il semplice fatto di esistere. Ho passato troppi anni della mia vita al bar (e nelle aziende) per non saperlo fin troppo bene.
07/11/2007
E’ fantastico: il country manager di Yahoo sta presentando come clamorosa novità una tecnica di targetizzazione dell’audience pubblicitaria che noi tapini della comunicazione diretta cartacea usiamo da una cinquantina d’anni.
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