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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    12/07/2008

    Solo il titolo

    Filed under: — JE6 @ 21:37

    Devono esserci un milione di persone su questa spiaggia. E non si fermano mai; le avverto, quelle che camminano lungo il bagnasciuga, quelle che si parlano dei nipoti, quelle che si comprano un gelato, quelle che si fanno fare un massaggio, quelle che cercano un bambino allontanatosi troppo, quelle che si vedono troppo grasse. Ogni tanto mi chiedo perché vengo in questi posti, e perché ci vengo da solo. Ogni volta mi rispondo le stesse cose: ci vengo perché, anche se non amo particolarmente la gente, non posso passare la vita a tenermene alla larga, alla fine diventa troppo faticoso; e ci vengo da solo perché sono solo, tutto qui.
    Ho in mano un libro, una raccolta di racconti tanto brevi da confondersi gli uni con gli altri così che adesso che mi mancano si e no una trentina di pagine per finirlo posso soltanto ricordarne il titolo, una cosa che ha a che fare con i treni e le strade; lo chiudo, lo appoggio sulla sabbia, mi abbasso gli occhiali da sole sugli occhi e mi guardo in giro. E’ una delle cose che preferisco fare: guardare gli altri, senza farmi vedere, e ascoltarli senza farmi notare. Non mi definirei un voyeur, non mi riconosco nessuna morbosità, non sono nemmeno particolarmente curioso: c’è chi ama guardare i panorami, le cime delle montagne, le onde del mare; e chi ama guardare le persone, che in fondo sono anche loro parte del mondo. E poi, qui in Romagna, il mare non ha onde, e le cime delle montagne sono rimaste all’orizzonte della mia casa di Milano, almeno in quelle giornate abbastanza ventose e terse da permettermi di allungare lo sguardo fino al Monte Rosa. Insomma, questo è quel che passa il convento: il milione di persone sparse in modo uniforme sui due o tre chilometri di questa spiaggia.
    Sposto lo sguardo trovando tutti coloro dei quali poco fa semplicemente sentivo la presenza, e ne sono un po’ scioccamente consolato. A poca distanza da me, sette o otto metri sulla mia destra, c’è un gruppo di ragazzi. Ragazzi. Ecco, non so. Più giovani di me lo sono di sicuro, i maschi non hanno né la barba spruzzata di bianco né quel poco o tanto di pancia frutto di troppi anni passati seduti in un ufficio o sul sedile di una macchina o su quello di un aereo; e le femmine non hanno quella manciata di rughe intorno agli occhi, né mostrano quei piccoli o grandi segni che l’aver partorito porta inevitabilmente su qualunque donna, fatta eccezione per le attrici di Hollywood. Sembrano amici da tanto tempo, non so bene da cosa si capisce, mi pare solo di intuirlo: si conoscono forse da quando hanno sedici anni, passavano tutti le ferie qui con i genitori, adesso ci tornano con la scusa di venire a trovare quei due o tre che abitano davvero da queste parti e hanno una casa con un paio di letti o di divani da offrire per un week-end. Mi pare di riconoscere un paio di coppie, forse quei due seduti per terra su un asciugamano preso con i punti della benzina si sposeranno entro un anno o due, il tempo di mettere da parte ancora quattro soldi e firmare un mutuo eterno; qualcuno, tra gli altri, li guarda e inorridisce all’idea, qualcuno invece vorrebbe essere al posto loro ma non lo dice perché non si vuole mostrare per un cuore solitario – non durante un fine settimana al mare, almeno.
    Mi fermo a guardare una delle giovani donne, che mi colpisce perché è quella che negli ultimi dieci minuti ha parlato di meno e quando lo ha fatto ha tirato fuori una voce profonda e senza accento, il che è strano perché a pensarci bene un accento lo abbiamo tutti, più o meno forte, e lei invece no. E’ una bella donna, ma non è questo che mi fa fermare per qualche minuto gli occhi su di lei, visto che nel milione di persone che vanno incessanti avanti e indietro le belle ragazze si sprecano; è che mi pare che anche lei ogni tanto si guardi intorno, con un’espressione nella quale credo di intuire il piacere per ciò che sta facendo e il desiderio di essere da tutt’altra parte. Non capisco se sta insieme a qualcuno, anche in modo non proprio ufficiale, e mi trovo a realizzare che questo sì che mi incuriosisce, lo vorrei sapere davvero. Per fare cosa, poi, non lo so: la guardo, fantasticando su quanti anni ha, e da dove viene, e cosa fa nella vita, e perché diavolo può parlare un italiano puro senza la minima inflessione; potrei fare lo stesso sulla ragazza che le sta sdraiata vicina, quella che ride un po’ più forte mettendosi però la mano sulla bocca come fanno quelle che a quattordici anni hanno dovuto portare l’apparecchio per i denti e non si sono più liberate della necessità di non farsi vedere con la bocca aperta. Ma lo faccio su di lei, così come domani potrei farlo su chiunque altro anche se in fondo mi auguro che i nostri ombrelloni siano ancora nella stessa posizione di oggi. La vedo che fa un cenno ad uno dei maschi che stanno parlando di Formula Uno, e la sento chiedergli di prenderle un libro appoggiato su una borsa da mare arancione. L’amico lo fa, e non riesco a trattenermi dal sorridere, perché è esattamente lo stesso libro che sto leggendo io, quello dei racconti belli e brevi, quello dei treni e delle strade, quello di cui alla fine mi ricordo solo il titolo. Come coincidenza non c’è male, penso; così, mi alzo, mi stiro trattenendo un po’ il respiro per non mostrare i quattro chili di troppo che non ho voglia di smaltire, e penso che sia l’ora di farmi una birra fresca. Alle mie spalle sento la giovane donna, bella e senza accento, ringraziare l’amico che le ha porto il libro, e mentre mi allontano mi chiedo se anche lei, come me, ne ricorda solo il titolo. In fondo, anche se non la conosco e non la rivedrò mai più, spero di no.

    Goodbye, Tony

    Filed under: — JE6 @ 14:01

    Stanotte passeranno su Cult le ultime due puntate dei Soprano (sì, lo so, è roba di due-tre anni fa: ma tutto è nuovo se è la prima volta) e io son qui depresso come AJ, chè ne sento già la mancanza.