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18/11/2009
Sono le menti migliori della loro generazione. Sono quelli che hanno visto le menti migliori della loro generazione perdersi dietro a una qualunque idea o passione che non sia di loro gradimento. Sono quelli che hanno l’eloquio più brillante, la battuta più pronta, il sarcasmo più pungente. Sono quelli che sanno tutti i retroscena, quelli che ricordano chi ha detto cosa dove e quando, sono quelli che ti devo spiegare tutto io e come fai a non arrivarci da solo. Sono quelli che sanno a memoria ogni nuova formazione, e i dialoghi in inglese di tutte le undici stagioni di quella serie (la Serie). Sono quelli che hanno ascoltato gli ultimi venti dischi imperdibili dell’anno e tutti i cinquanta imperdibili del decennio. Sono quelli che hanno la nevrosi più chic della tua, e se non è chic è più forte e li condurrà al manicomio in men che non si dica. Sono quelli che se tu sei nevrotico non è colpa loro. Sono quelli che pizza e birra nemmeno sotto tortura, ma anacardi in conglomerato laocoontico con spuma di meteorite e spruzzata di preparato tradizionale malese sì, e non possono credere che tu non conosca quel ristorante e non ricordi a memoria il suo menù, le sue variazioni stagionali e l’articolazione per cantina della sua carta dei vini. Sono quelli che hanno una spiegazione per tutto. Sono quelli che hanno visto tutto. Sono quelli più intimamente milanesi o romani o napoletani, non importa se sono nati a Cesena o a Macerata. Sono quelli che hanno avuto l’adolescenza più romanticamente tormentata. Sono quelli che Dio non esiste, e se esiste è overrated, come i Beatles, Philip Roth e chiunque goda della considerazione di più di cinque persone di loro conoscenza. Sono quelli che sanno descrivere le più minuscole pieghe di qualsiasi capo delle ultime venti sfilate di almeno tre stilisti imprescindibili, sono quelli che hanno ben presente la serie di accordi in maggiore del quinto brano del bootleg del concerto al Blue Note del 1977.
Sono loro, sì. E adesso, scusa, perché stai togliendo tutti gli specchi dai muri del tuo appartamento?
15/11/2009
La misura dell’iracondo irrancidimento di Walter Veltroni mi pare espressa in modo fenomenale dalla chiusura in puro stile Berlusconi-1994 dell’intervista data ad Aldo Cazzullo: “Io sento il dovere di continuare a servire il paese che amo“, e vien quasi da rimpiangere il funambolico direttore de L’Unità, e gli album della Panini in allegato.
Corriere.it
14/11/2009
Milano per moltissime persone è ancora quella di Lucio Dalla, quella delle banche, quella che ride e si diverte, quella del Milan, quella che domanda in tedesco e risponde in siciliano. Milano per moltissime persone è quella della settimana della moda, o della bamba in discoteca, o dei pubblicitari che escono dall’ufficio a mezzanotte sei giorni su sette.
Milano, per non molti altri, è un quadrilatero di vie spesso silenziose che si affacciano su un parco di periferia, e una manciata di cascine – le cascine, a Milano – dove trovi le galline e i cavalli e il riso e i pomodori da portare a casa nelle cassette di legno; per non molti altri, Milano è un gregge di pecore che in una mattina di novembre sfila nei prati tra il Cimitero Maggiore e la vecchia fornace che preparava i mattoni, poco indietro il campo nomadi e il deposito container, poco avanti il centro commerciale e la metropolitana.
13/11/2009
Quando sei messo di fronte al fatto compiuto, ti fermi un momento e dici “beh, ma com’è che nessuno ci ha pensato prima?”.
E infatti: i processi durano troppo? Stabiliamo per legge che devono durare poco. C’è chi uccide il prossimo? Stabiliamo per legge che l’omicidio è una cosa brutta che non va fatta. E’ tutto così semplice. Perché non ci abbiamo pensato prima.
12/11/2009
C’è chi sa parlare con i bambini, e chi no. Ma “quelli no” non sono tutti uguali; ce ne sono che li trattano sempre e comunque come dei Teletubbies in carne e ossa, fino al compimento dei diciott’anni (e a volte oltre): sono quelli che squittiscono, quelli che “cicci”, quelli che appunto, i bambini sono dei fumetti.
Ce ne sono altri, però. Sono quelli che si rendono conto di avere di fronte delle persone complicate e delicate e belle e orribili: come gli adulti, ma senza esserlo ancora. Sono quelli che gli mancano le parole, quelli che avrebbero da dire ma non sanno come farlo perché a buttare fuori certe cose in un certo modo ci riescono solo nei libri e nei telefilm. Sono quelli che stanno tanto in silenzio e fanno la figura di quelli che se ne fregano, o che i bambini li odiano, e invece non è così – sono quelli che ogni tanto trovano un bambino che ha la luna un po’ di traverso e che per un imperscrutabile motivo si trovano a sedercisi accanto e magari stanno zitti entrambi oppure si mettono a parlare di calcio o di come va la scuola e alla fine quello più piccolo sorride – oppure si mette a guardare la televisione ma appoggia la testa sul braccio di quello più grande, che alla fine è il più contento di tutti.
11/11/2009
Non sono mai stato un fan particolarmente sfegatato di Diego Maradona, e sarà per quello che non mi sono mai stracciato le vesti per il famoso gol che segnò facendo slalom tra i giocatori di mezza nazionale inglese (dribblare le statuine del presepe non mi è mai sembrata una cosa così difficile, per un giocatore di quel livello). Poi ogni tanto viene fuori un clone di quel gol, una volta nella Liga spagnola, una volta nella nostra serie A, una volta nella seconda divisione norvegese, ed è come se in questa ripetizione di un capolavoro ci fosse una morale – a sapere quale, però.
Repubblica.tv
Ho seguito un po’ dei lavori dell’Assemblea Nazionale del PD con il rassegnato divertimento che mi pare essere una delle cifre stilistiche di questi tempi. Nella completa prevedibilità di atti e discorsi (lo dico come constatazione, non come critica: gli scarti e i colpi di genio te li aspetti in altre occasioni), gli eventi più sconsolantemente divertenti sono stati l’elezione di Ivan Scalfarotto alla carica di vicepresidente del partito e il discorso di Dario Franceschini: da un lato perché, pur avendo seguito con attenzione moderata le faccende interne della mozione Marino, non faccio fatica a immaginare che nella mozione stessa vi fosse un discreto numero di soggetti con curriculum politico-organizzativo di molto maggior spessore rispetto a Scalfarotto (voglio dirne uno, sapendo di non essere sospettabile di simpatie più o meno interessate: Pippo Civati); dall’altro perché la creazione di una carica prima inesistente e ancora vuota di compiti e contenuti con relativa elezione dei rappresentanti delle minoranze interne è stata accettata senza batter ciglio da questi ultimi al grido di “noi non chiediamo cariche”. Come dice un amico, “ad essere non maligni ma appena consequenziali bisogna concludere che chi si lamentava del fatto che l’establishment fosse pieno solo di amici di amici non criticava il metodo di cooptazione, ma si struggeva perchè nessuno ‘lo facesse amico’, come dicevamo da piccoli”; il fatto è che questo è un paese straordinario, nel quale basta ripetere per due mesi “noi siamo il nuovo” per risultare addirittura credibili nel ruolo: non importa poi che gli alfieri del merito si ritrovino eletti in virtù della loro osservanza, siamo tutti nella stessa barca e un posto in scialuppa non si nega a nessuno.
10/11/2009
Basta fare un salto in libreria, per rendersi conto del fatto che l’affermazione della rilevanza culturale di Topo Gigio non è né una boutade alla Luttazzi né il frutto di una notte di gozzoviglie alcooliche.
Corriere.it
09/11/2009
Come spesso capita, le cose della vita le capisci dopo. Vent’anni fa passavo i miei primi giorni nella caserma della Scuola Truppe Corazzate di Caserta, e cercavo semplicemente di sopravvivere alle adunate, alle marce, alla mensa, osservando attonito un ragazzo di Prato allo Stelvio che non sapeva parlare italiano mentre gli venivano tradotti i comandi dei caporali istruttori – lo stesso ragazzo di Prato allo Stelvio con il quale avrei trascorso gli undici mesi successivi in quel di Merano. Una mattina il comandante della caserma ci disse che era successa una cosa importante, che a Berlino era caduto il Muro, credo che aggiunse qualche parola sulla libertà ma non ne sono tanto sicuro. Ero lì, ma in qualche modo dormivo, un po’ come Ulrike nel suo letto di Berlino Est. A pensarci, ancora oggi sono più affascinato dai racconti in stile “La vita degli altri” che dalle immagini delle Trabant che entrano in colonna a Berlino Ovest. Forse perché quella della caduta del Muro è un’emozione che non ho vissuto, non so: ma per fortuna ogni tanto ti passa sotto gli occhi una piccola immagine, come quella di un diario che inizia a essere scritto in rosso, con le lettere grandi e sottolineate, e trovi un pezzetto di quel qualcosa che non hai avuto prima.
Webgol
06/11/2009
Ci ho fatto caso per la prima volta questa mattina, lungo la strada che percorro tutti i giorni quando non sono in viaggio. Andavo piano, davanti c’era un camioncino che si avvicinava alla curva a gomito che porta alla zona industriale; ho fatto in tempo a vedere quella macchia gonfia e gialla sul marciapiede opposto, ho fatto in tempo a capire che era un mazzo di crisantemi. Mi sono ricordato del giorno dei morti appena trascorso; come me e prima di me se ne è ricordato un genitore, o un fratello, o forse un amico di infanzia: uno che probabilmente cerca con tutte le sue forze di evitare quel pezzo di strada, quella curva, quel ricordo. Ma i ricordi non si cancellano, neanche volendo, neanche provandoci: così quel qualcuno, una volta all’anno, va da un fiorista, indica col dito il mazzo di crisantemi, paga, e si trascina fino a quel cimitero di un metro quadro di asfalto di marciapiede, in quella periferia dove non si ferma nessuno a meno che non debba caricare una puttana per portarsela dietro i capannoni. Appoggia i fiori sul marciapiede, cerca e forse trova qualcosa da dire o da pensare, poi se ne va: un anno può essere lungo, anche se non abbastanza per dimenticare.
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